domenica 27 febbraio 2011

Il sabato del villaggio, sportivo.

Alle 8.58 arriva SMS di convocazione "Se Hulko vuole può giocare c'è posto, aveste altri impegni ho cmq numero legale. Oggi alle 1430 ritrovo direttamente in palestra"
MammYX: Hulko vuoi andare?
Alzata di spalle in risposta. Ritengo che le passioni giovanili vadano assecondate, così riorganizzo la giornata affinché possa partecipare.
Controllo il percorso su google mappe, è una traversa di C.so Genova in centro a Milano, 15 chilometri, tempo stimato 27 minuti. Io ne calcolo quasi 50 e alle 13.42 siamo già in macchina, io e lui. Al cavalcavia di Corvetto, a forse 5 km da casa ha già chiesto un paio di volte quanto ci voglia ad arrivare.
H.: Ma facciamo sempre questa strada?
M.: Sì almeno la impari e la prossima volta vai da solo.
Fa una smorfia e si rimette a guardar fuori.
H.: A che ora è la partita?
M.: Alle 15.00. Il ritrovo alle 14.30, l'incontro alle 15.00
Nel frattempo l'orologio del cruscotto segna le 14.00
H.: E se facciamo tardi?
M.: Manca ancora mezzora e siamo praticamente arrivati.
H.: Come hai detto che si chiama la via?
M.: Via Crespi al 9, dovrebbe essere quella dopo C.so Genova.
H.: Avevi detto di sapere la strada.
M.: E' questa la strada, adesso scatta il verde e la troviamo alla nostra destra.
Entrambi guardiamo fiduciosi la targa, entrambi realizziamo che non è Via Crespi.
Lui si volta di scatto,
M.: Sarà la prossima.
Al 4° semaforo faccio inversione.
H.: Non puoi telefonare a qualcuno?
M.: Hulko sono le 14.10 abbiamo tutto il tempo di trovare la palestra.
Approfitto del rosso per domandare ad una signora.
H.: Cos'ha detto mamma?
M.: Nulla, non lo sa.
H.: Dai telefoniamo.
Accosto e lo affronto.
M.: Hulko adesso basta, mi stai togliendo il respiro. Non puoi essere sempre in ansia, abbiamo ancora tempo e anche tardassimo qualche minuto non succederebbe nulla di grave.
Mi guarda con occhi supplichevoli e le gambe sembrano tarantolate, ci rimettiamo in marcia.
Bontà divina imbocchiamo la via giusta e ci ritroviamo davanti la palestra, sul marciapiede riconosciamo un paio dei nostri giocatori e rispettivi accompagnatori.
H.: Ecco mamma parcheggia.
M.: Adesso cerchiamo un posto, qui non si può.
H.: Ma è tardi, dai.
M.: Mancano ancora un paio di minuti, facciamo un giro.
Ma sono allo stremo delle forze, così abbandono il colpo e la macchina palesemente in divieto di sosta.
Arriviamo all'ingresso, Hulko con nonchalance batte il cinque al suo coach io avrei voluto battere la testa contro il muro.
Due ore dopo, avevamo un canestro in più in carriera e 39€ in meno sul conto.

mercoledì 16 febbraio 2011

La mia mamma.

Torno in cucina per salutare mia mamma prima di andar via. Non ho ancora aperto la porta ma sento che mi sta già parlando. Entro. Ha messo tutto in ordine. Mentre io mi perdevo in inutili chiacchiere ha tolto ogni traccia della cena in famiglia. È seduta al tavolo da pranzo, girata di tre quarti per accogliermi con il suo sorriso allegro e biricchino. Eccolo! Quante volte l'ho visto sul viso, sa che la sta combinando e ne è sfrontatamente soddisfatta.
Mi parla e intanto mischia le carte da gioco.
"Mamma!"
Ride. "Embé?" Ma me lo dice senza parlare.
Intanto sul piccolo schermo Gianni Morandi si muove con le sue manone tra i fiori di San Remo e fa una battuta. Mia mamma improvvisamente si gira e regala anche a lui il suo sorriso. Il suo bellissimo sorriso allegro e biricchino.

lunedì 14 febbraio 2011

14 febbraio AKA San Valentino

Hulko mi guarda sorpreso mentre indosso la giacca.
- Mamma, esci?
- Sì,
- ...vado a buttare la spazzatura.
Alza gli occhi al cielo, comincia così la nostra serata.

Abbiamo cenato prestissimo e ora siamo in anticipo sul mondo, lui torna dalla cameretta con la chitarra in mano.
- Dai facciamo che io suono e tu canti una canzone.
- Io?!
- Sì ma deve essere una canzone horror.
Piuttosto turbata anche solo all'idea di cantare adesso sono totalmente pietrificata per il genere.
Facciamo un paio di prove ma è deluso dalla mia performance alla fine mi canta il suo pezzo.
"Sento gli ululatiii, dei lupi affamatiii
e i ringhiii degli zombi(eee)
(strimpello indefinito)
e poi i vampiriii attaccano mia mammaaa
(pausa)
e poi anche mia ziaaa
(e per non far torto a nessuno)
e anche tutti gli altri che conoscooo"

[Applausi]

martedì 8 febbraio 2011

Ne sono rimasta fuori.

LaZia ci raggiunge per cena con le patatine di Mc, il gelato e una cornice bianca. Lei e Hulko si sorridono e si battono il cinque. Io cucino le cotolette e mangiamo, poi ognuno di noi si perde un po' via nella fase autistica del proprio loop generazionale, lui la PSP, noi l'Iphone. Ad un certo punto gli passo davanti,
- Mamma prendi la foto mia e di papà in camera?
- Vai tu, io devo stendere.
- Appunto devi già andare di là.
Non replico ed eseguo. Poi li sento affaccendarsi e battibeccare per come 'montare' la cornice
LaZia - Hulko, aspetta. Ho detto aspetta non sai in che verso metterla.
Hulko - E invece lo so.
LaZia - No che non lo sai, e poi dici sempre di sapere tutto ma hai solo 8 anni, non è possibile.
Hulko - Va bene allora fallo tu, se vuoi fare la saputella.
Secoli or sono l'avrebbero forse chiusa in duello, oggi si sono semplicemente separati per qualche ora andandosene a letto, ognuno nel proprio, immusoniti.
Hulko però si è portato in camera la foto nella cornice, posizionandola sulla scrivania a pochi centimetri dal letto e rivolta verso di sé.
E' una foto di qualche anno fa, avrà avuto 2 o 3 anni, è estate e sono accovacciati in balcone, entrambi con le mani appoggiate sulla palla arancione da basket ma mentre il papà sorride all'obiettivo, lui ha uno sguardo di totale venerazione.
- Ma quanto sei bello in questa foto con quelle mani paffute, eri cicciottello quanto la palla!
- E' vero mamma.
Fa una pausa sempre guardando la foto con il suo babbo oggi oltreoceano e aggiunge
- Forse è per questo che adesso mi piace giocare a basket.

E' stata a tutti gli effetti una serata emotivamente complessa.

lunedì 7 febbraio 2011

domenica 6 febbraio 2011

Aspettando la primavera.

Hulko in questo momento sta con ogni probabilità addentando un Camogli in Autogrill e LaZia una Rustichella rientrando dal week end 'in bianco'. Io ho avuto il mio fine settimana libero-da-nano-e-dalle-partite-di-basket. Mi ero preparata per bene con un elenco scritto delle cose da fare che ho seguito pedissequamente. Ho portato in discarica del ciarpame ingombrante quanto inutile, ho fatto lavare la macchina, ho tolto le ragnatele per casa e pulito, balcone compreso, sono andata a far shopping mirato, mi sono depilata, ho fatto il trattamento curativo ai capelli, manicure e pedicure. Ieri sera cinema e cena fuori con un'amica. Oggi il dilemma morale, non faccio ginnastica perché non ho mai tempo oppure semplicemente perché sono pigra? Così in perfetto assetto ginnico sono uscita alla volta del solarium, credo un paio di chilometri ad andare e indovina un po'? altrettanti a tornare, già. Ebbene ero sulla via del ritorno quando svoltando l'angolo vedo avvicinarsi una coppia di maturi signori. So essere una coppia perché si tratta dei miei genitori altrimenti non lo si direbbe. Lei quasi marcia, una paio di passi più avanti le braccia ondeggianti lungo i fianchi. Lui la segue, le mani una nell'altra dietro il corpo, la testa leggermente china, conoscendolo con ogni probabilità sta catalogando mentalmente tutte le specie animali e vegetali incontrate lungo il cammino. Finalmente si accorgono di me, ci siamo praticamente raggiunti, cominciamo a scambiarci informazioni vitali, "Ti volevamo invitare a pranzo" "Ho lavato la macchina" "Posso scaricare della roba in cantina da voi?" stiamo ancora chiacchierando ma i miei genitori mi hanno superata e pur se rivolti ancora verso di me continuano la passeggiata.
Realizzo che anche loro stavano godendo della giornata-libera-da-mammyx.

domenica 30 gennaio 2011

Streghetta si nasce.

E' con noi da meno di 5 minuti, il tempo di passare ad Hulko il quaderno per copiare i compiti, di indossare le calze antiscivolo e mi raggiunge in cucina. Non mi accorgo della sua presenza fin quando non la sento domandarmi:
- Ma sei capace di farle?
A preoccuparla è la teglia di lasagne che sto preparando per cena.
- Beh, sì.
- Mia mamma fa tutto lei, anche la besciamella.
Vorrei risponderle 'Mia mamma le fa meglio della tua, tiè' ma mi trattengo
- Ah lei ci mette anche la besciamella?
- Sì, perché ci vuole la besciamella nelle lasagne, non lo sai?
- Bambini perché non andate di là a giocare?!
Era da un po' di tempo che non la invitavamo, non ce ne era più stata occasione, davvero nulla a che vedere col fatto che entrando l'ultima volta avesse esordito con
- Miii quanta polvere sul mobile.
Come non ricordare che dopo la sua prima visita in casa nostra avesse riferito a sua mamma, ma anche a tutti quelli capitatele a tiro, che la casa era bella ma che mancava di tutte le tende e i lampadari.
Onestamente credo che ora si sia solo rassegnata perché continuano ad essere vacanti le tende in un paio di locali ed altrettanti lampadari salvo che non ci si faccia bastare la minimalissima lampadina a penzoloni.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il sole, le nuvole, la pioggia e i fiori.

Un giorno ho guardato il cielo e ho detto «che bello oggi c'è il sole» il papà interviene e dice: «è vero è propio vero» dopo sono arrivate delle nuvole grige e si è messo a piovere ma io e papà eravamo fuori. E io ho detto «che brutto è arrivata la pioggia!» e dopo papà ha detto «però la pioggia fa bene ai fiori».

martedì 25 gennaio 2011

3/13 (5 anni di elementari, 3 medie inferiori e 5 superiori)

Hulko mi raggiunge con un foglio di brutta in mano, ha tirato delle linee rette a matita, spesse almeno 0.2mm, ha già scritto, cancellato, sovrascritto un componimento di qualche riga ma vuole un confronto, diciamo pure che è alla ricerca di una scorciatoia.
- Mamma non so come andare avanti.
- In merito a cosa?
- Devo rispondere ad una traccia sul libro, "Descrivi un paesaggio in inverno."
- Cos'hai già scritto?
Sposta il peso da una gamba all'altra e farfuglia qualcosa di neve, nebbia, guanti e freddo.
- Potresti aggiungere che in inverno i balconi delle case si somigliano tutti perché non ci sono i fiori a rallegrarli e colorarli ma solo vasi coperti perché non gelino le piante.
- Ma come fanno a prendere l'ossigeno?
Medito un pochino, diciamo pure che sento di aver 'toppato' la risposta.
- Mamma?! Le piante hanno bisogno di ossigeno come fanno se le coprono con il cellophane?
- Buchi! Certo sì, fanno dei buchi.
Dal sollievo mancava mi battessi una mano sulla fronte.
Torna in camera sua.
Io alla mia approssimazione.

lunedì 24 gennaio 2011

domenica 16 gennaio 2011

Ci sono momenti in cui la vita ti costringe a rivelarti per quello che sei davvero.


Ci sono momenti in cui la vita ti costringe a rivelarti per quello che sei davvero. Jordan Rice, tredicenne australiano, era un ragazzino introverso, che amava disegnare. L’altro giorno un’alluvione ha sommerso la sua città e lui si è trovato con la mamma e il fratello più piccolo, aggrappati al tronco di un albero. Sono arrivati i soccorsi, Jordan era il più vicino e gli hanno gettato una corda, ma lui ha detto no: Salvate prima mio fratello. E così è stato. Quando sono tornati a prendere lui, la corda era ormai lisa e appena Jordan l’ha avuta in mano si è spezzata, così il ragazzino è scomparso sott’acqua per sempre, insieme con la madre. Ci lascia qualcosa che tanti adulti hanno smesso di darci da tempo. Un esempio.

chetempochefa.blog.rai.it massimo gramellini

venerdì 14 gennaio 2011

Chi ben comincia... [inizia con un buon incipit]

V INCIPIT

Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c'è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorchese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d'afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c'erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L'unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave del mio appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c'erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare.

I am always drawn back to places where I have lived, the houses and their neighborhoods. For instance, there is a brownstone in the East Seventies where, during the early years of the war, I had my first New York apartment. It was one room crowded with attic furniture, a sofa and fat chairs upholstered in that itchy, particular red velvet that one associates with hot days on a train. The walls were stucco, and a color rather like tobacco-spit. Everywhere, in the bathroom too, there were prints of Roman ruins freckled brown with age. The single window looked out on a fire escape. Even so, my spirits heightened whenever I felt in my pocket the key to this apartment; with all its gloom, it still was a place of my own, the first, and my books were there, and jars of pencils to sharpen, everything I needed, so I felt, to become the writer I wanted to be.

Colazione da Tiffany, Truman Capote

martedì 11 gennaio 2011

4 gennaio 2011, ore 02.53 (+7)



Certo che se continuiamo così, con tutti questi nipotini, finisce che una Valentina ce la dobbiamo trovere.

Auguri a stoperdiventaremamma(2)e alla sua bambina
da tutto il team di NHV
:-)

lunedì 10 gennaio 2011

Tra il lusco e il brusco.

Stavo stirando, annoiata e poco produttiva, lui guardava la televisione assorto.
Hulko- Mamma, Babbo Natale è immortale?
MammYX- Sì.
Hulko- Non muore mai.
MammYX- No.
Hulko- Neanche se lo uccidi?
MammYX- Ma chi vorrebbe uccidere Babbo Natale?
Hulko- Forse quelli che non riescono a vederlo...beh ma così non possono ucciderlo.
MammYX- Già.
Hulko- Andrea non crede a Babbo Natale.
Buio.

domenica 9 gennaio 2011

Skhizein


Skhizein by Nicolas Martin

lunedì 3 gennaio 2011

Calibro.

Non ricordo più di cosa stessimo parlando, ricordo però che fossimo in mezzo alla strada diretti a piazza del Duomo per rimirare l'albero di Tiffany. Fantasticava sulla possibilità di lanciarmi da qualche parte, di spararmi in aria.
Mammyx -...ah, come la donna cannone.
Hulko - No, la donna cannone è grassa, semmai la donna proiettile, mamma.
Che dolce sugli anni non lesina ma sui 'chili di troppo' è sensibile.

mercoledì 29 dicembre 2010

Quel venerdì il programma era fittissimo.


Quel venerdì il programma era fittissimo. Nell'aula c'erano quattro chitarristi che strimpellavano, un inedito Brian collaborativo che si esercitava all'oboe. Micheal che trillava al flauto, Zach che tamburellava temi culinari sui bonghetti tenuti fra le ginocchia e altri due ragazzi che suonavano l'armonica. Susan Gilman, in piedi, era pronta a monopolizzare l'ora con una ricetta di parecchie colonne, articolata in quarantasette fasi diverse, che necessitava di ingredienti mai visti nelle case degli americani medi. Quella era pura poesia, annunciò, e Micheal era talmente elettrizzato che si disse pronto a comporre un pezzo per legni, archi, bonghi e voce di Susan. Pam, invece, si esibirà in cantonese in una ricetta dell'anatra alla pechinesee suo fratello, che è di un'altra classe, suonerà uno strumento dall'aspetto strano che in questa classe non ha mai visto nessuno.

Da parte mia tento di far passare qualche concetto. Chi di voi è non solo uno scrittore ma anche un osservatore coglierà l'importanza di quest'evento. Per la prima volta nella storia verrà letta una ricetta cinese con un accompagnamento musicale. Bisogna, saper riconoscere il momento storico. Lo scrittore è colui che si chiede sempre: cosa sta succedendo? Quello è lo scrittore. E potete giocarvi fino all'ultimo centesimo che mai nella storia, cinese e non, si è verificato un momento così.

Curo l'organizzazione dell'evento storico. Scrivete questi punti alla lavagna. Cominceremo con Pam e la sua anatra, poi a seguire Leslie con la zuppa inglese, Larry con le uova alla benedettina e Vicky con le costolette di maiale farcite.

Chitarre, oboi, flauti, armoniche e bonghi si stanno scaldando. I lettori ripassano le ricette in silenzio. La timida Pam fa un cenno al fratello e ha iniziato il recital dell'anatra alla pechinese. Mentre Pam canta con un lamento acuto, il fratello pizzica le corde del suo strumento e la ricetta è lunga, talmente lunga che uno alla volta entrano anche gli altri musicisti, e quando Pam finisce la lettura gli strumenti stanno suonando in grande esemble e la sfidano a raggiungere ottave altissime e ritmi incalzanti, al punto che Murray Kahn, il vicepreside, arriva trafelato dal suo ufficio temendo il peggio e non appena guarda dal vetro e vede l'esibizione in corso non resiste ed entra con gli occhi sgranati, finche la voce di Pam a poco apoco si abbassa, la musica si spegne, e l'anatra è finita.

Alla fine i critici sostennero che Pam avrebbe dovuto esibirsi per ultima. Nella ricetta dell'anatra e nella musica cinese c'era talmente tanto pathos che tutto il resto a confronto sembrava anemico. A parte ciò, dissero, parole e musica spesso non si abbinavano. Era stato un grande errore mettere i bonghi di sottofondo alla zuppainglese. Comunque, parlando di violini, Micheal era assolutamente perfetto per accompagnare la lettura delle uova alla benedettina, e la combinazione bongo armonica per le costolette di maiale farcite gli era piaciuta da matti. Nelle costolette c'era qualcosa che richiamava l'armonica ed era pazzesco come uno potesse pensare a un piatto e a quale strumento ci stesse meglio. Accidenti quest'esperienza imponeva un modo di ragionare tutto nuovo. Gli altri professori di inglese insegnavano roba concreta, analizzavano poesie, assegnavano tesine e spiegavano come si fanno le note e le bibliografie, ma nelle altre classi, dissero, c'era gente che avrebbe tanto voluto leggere una ricetta anziché Tennysone e Thomas Carlyle.

Pensare agli altri professori di inglese e alla roba concreta mi riaccende i dubbi. I colleghi stanno seguendo il programma, preparano i ragazzi alla carriera universitaria e al vasto mondo del lavoro. Noi non siamo qui per divertirci, prof.


Tratto da Ehi, prof! di Frank McCourt, pubblicato in Italia nella collana Fabula di Adelphi nel 2006, (2005, titolo originale:Teacher Man)

lunedì 27 dicembre 2010

alla fine vincono i buoni

Da ottobre scorso, cioè da quando è nato il fratellino, che per inciso ha avuto l'impudenza di venire al mondo lo stesso giorno del mio compleanno, sapevamo che per Natale Hulko avrebbe viaggiato da solo per raggiungere il padre a Madrid. Da ottobre scorso NonnoSavio si è raccomandato almeno con cadenza settimanale di controllare esattamente i documenti e le autorizzazioni di viaggio onde evitare che rimanesse a terra. Da ottobre scorso avrei avuto tutto il tempo di occuparmente personalmente ma invece ho rimandato al papà di Hulko che ha rimandato alla segretaria che ha rimandato all'addetta dell'agenzia viaggi che aveva le fonti sbagliate.
Ecco così che il 25 pomeriggio abbiamo chiuso il bagaglio, il 25 sera Hulko si è fatto dare una sveglia per sé ed io ne ho caricate 2 per me per non perdere il volo delle 1120. Siamo arrivati in aeroporto con abbondante anticipo, quello davanti ci soffia l'ultimo parcheggio al coperto e i 2 parchimetri più vicini sono fuori uso, incrocio una signora che sta raggiungendo quello un centinaio di metri più avanti che mi offre asilo sotto l'ombrello. Non ho abbastanza moneta. Parto alla volta della cassa parcheggi al piano inferiore. Esponiamo il tagliando del parcheggio sul cruscotto dopo 15' dall'arrivo. Hulko nel frattempo ha già chiesto un paio di volte l'ora. Entriamo e facciamo la prima tappa in biglietteria Alitalia dove ci confermano la prenotazione e ci invitano a raggiungere l'area 1 per il check in. Ci aggiungiamo ai milioni di passeggeri in fila e alle 10 siamo davanti l'operatrice:
"Buongiorno."
"Buongiorno, abbiamo una prenotazione sul volo per Madrid con assistenza speciale per minore non accompagnato."
"Bene, documento del bambino e autorizzazione della questura."
Mi si gela il sangue,
"Quale autorizzazione? Non ho alcuna autorizzazione, ho fatto chiedere espressamente se fossero necessari documenti o autorizzazioni particolari per il viaggio e mi è stato detto di no."
"Signora stia calma adesso controlliamo sul sito."
Hulko nel frattempo scoppia in lacrime
"Noooon parto, mamma!?"
"Adesso risolviamo dai non piangere." Alterna le lacrime all'iperventilazione ma non posso star dietro solo a lui, devo finire il match con l'assistente
"Vede signora è una disposizione entrata in vigore a luglio di quest'anno."
"Senta le dico che io ho controllato più volte con l'agenzia, abbiamo telefonato apposta, guardi non è solo una questione di soldi del biglietto, è che il bambino deve incontrare per pochi giorni il padre che poi parte per l'Australia."
La vista del faccione chiazzato di Hulko intenerisce la hostess che chiama la reponsabile del check in ma non c'è nulla da fare, Hulko resta a terra.
Attraversiamo il corridoio recandoci in biglietteria, racconto nuovamente le mie ragioni all'impiegata che mi dice di non poter far di più per aiutarci ma altrettanto coinvolta cerca per noi uno spiraglio e ci indirizza alla Polizia di Stato.
Arriviamo ormai trafelati ed accaldati davanti il citofono della Polizia, veniamo invitati ad entrare ed accomodarci in sala d'attesa. Hulko è stremato ma continua a singhiozzare e a camminare in tondo, quando l'emergenza rientrerà dovrò forse preoccuparmi di fargli fare delle sedute per imparare a gestire l'ansia.
Da dietro una porta si materializza un uomo, un commissario.
"Sì?"
Lo investo di parole, in un paio di minuti gli spiego il calvario, lui mi ascolta e guarda Hulko.
"Signora è la legge, il bambino non può partire senza la lettera di accompagno."
"D'accordo questo mi è chiaro ora ma è domenica ed è pure il 26 dicembre, dove posso fare questo documento?"
"Credo che lo rilasci solo la Questura."
Dietro di lui passa un suo superiore a cui domanda conferma di quanto appena detto. Lui mi scruta indolente,
"Signora lo emette solo la questura."
"Ah va bene, quindi vado dove ho fatto fare il passaporto tre mesi fa."
"No signora, le ho detto la Questura non i Commissariati e comunque oggi è domenica ed è tutto chiuso."
"Mi scusi ma non c'è proprio modo di fare diversamente? Sa il bambino deve andare in Spagna solo per pochi giorni per incontrare il papà."
Secco fa per andarsene
"Dovrebbe essere contenta di sapere che la legge è a tutela di suo figlio."
"Beh certo è solo che..."
"Lo sa perché è giusta? perché i bambini non dovrebbero viaggiare da soli, i bambini dovrebbero viaggiare con i genitori."
Mi accorgo che non c'è dialogo, non può esserci alcun dialogo, mi sporgo leggermente e recupero dalle sue mani il passaporto individuale di Hulko(firmato consensualmente da entrambi i genitori)
"Evidentemente lei non è separato, grazie comunque, arrivederci."
Lascia la stanza, non credo che le mie parole lo abbiamo raggiunto.
Hulko si accascia sulla poltroncina, io sono furibonda e ferita.
Quasi non mi accorgo che il commissario è ancora lì in piedi,
"Io sono separato."
Avrebbe potuto liquidarci anche lui, avrebbe potuto non confessarcelo, avrebbe potuto aiutarci senza mettersi a nudo ma non lo ha fatto, lo avrei abbracciato per tanta franchezza d'animo.
Poi mi ha chiesto quale fosse il commissariato più vicino a casa nostra e ha telefonato,
"Buongiorno, sono il commissario X...ho qui una signora con un minore che deve volare non accompagnato...voi le fate?...passami qualcuno dell'ufficio passaporti...no guarda è urgente voglio risolvere questa cosa...sì grazie...d'accordo viene domattina ...grazie, a risentirci."
Mentre mi riferisce le disposizioni da seguire non posso non pensare che è stato gentile da parte sua e uscendo dall'ufficio con Hulko strascicante dietro sono leggermente rincuorata dal fatto che c'è ancora qualcuno che ha voglia di fare per gli altri. Poi è la volta dei 30 minuti di telefonata con l'operatrice del call center Alitalia che dopo un'iniziale freddezza si lascia coinvolgere e finisce la telefonata dandomi tutte le informazioni possibili per tentare di far rivalsa sull'agenzia che non solo non ci aveva informati dell'esistenza della disposizione di viaggio ma aveva anche prenotato l'assistenza speciale su un volo per il quale non era possibile farlo.
Mesti, mesti dopo quasi 4 ore di sosta in aeroporto abbiamo ricaricato il bagaglio in macchina e siamo tornati a casa.
"Sai cos'è peggio Hulko? che il nonno ci dirà che ci aveva tanto raccomandato di controllare."
"Ma mamma noi abbiamo telefonato."
Me lo ha sentito ripetere tante di quelle volte nella mattinata che ormai lo sa anche lui.
"Lo so passerotto ma avrei fatto bene a controllare io stessa invece di affidarmi agli altri."
In realtà il vero epilogo si è avuto solo oggi 27 dicembre alle 19.05 quando Hulko è finalmente atterrato a Madrid, nel mezzo ci sono state non so più nemmeno quante telefonate al call center e in questura senza che sia riuscita ad avere un quadro definitivo oltre ad un nuovo tentativo di boicottaggio perchè sulla lettera rilasciata dalla questura mancava la foto peraltro da nessuno mai citata fino al momento del check in di oggi, cosa che è costata un nuovo attacco d'ansia al povero Hulko.
Una cosa però mi piace sottolinearla, abbiamo incontrato più di una persona attenta e disponibile, dalla signora con l'ombrello che andando via voleva regalarmi il suo tagliando ancora non scaduto del parcheggio, all'impiegata della biglietteria che mi ha ascoltata e aiutata a più riprese per finire con il commissario che, se non fossi stata tanto agitata avrei anche avuto modo di trovare affascinante oltre che gentile, non sarà il già noto Montalbano ma sono certa che abbia anche lui il suo piccolo pubblico.

sabato 25 dicembre 2010

25 dicembre 2010


Presepe realizzato interamente in cioccolato (peso kg 132)
Riproduce la natività del Correggio conservata presso la Pinacoteca di Brera
(donato dalla pasticceria Bastianello al Santuario Madonna delle grazie)

lunedì 20 dicembre 2010

A destra del letto di mio padre c’è Walter.

A destra del letto di mio padre c’è Walter.
Walter era infermiere in un grande ospedale fiorentino. Era un “ferrista”, cioè uno di quelli che assistono il chirurgo durante le operazioni. Dieci anni fa è andato in pensione, e s’è trasferito con la moglie e il figlio nel paesino natale di lei, sulle pendici dell’Amiata. Walter il marzo scorso ha avuto una crisi epilettica, seguita poi da lancinanti mal di testa. Dopo mesi di esami e analisi, un mese e mezzo fa, gli hanno diagnosticato un tumore al cervello esteso e inoperabile. Adesso Walter giace disteso a letto. Ha perso completamente la parola, e quasi tutte le capacità motorie. Capisce tutto, e si esprime cogli sguardi. Gli somministrano un sacco di medicinali, antidolorifici e soprattutto calmanti che scongiurino le crisi epilettiche.

La moglie è una signora magra e calma, cogli occhi grandi e fermi, e nello sguardo le leggi dolore e stupore. Quando è dentro la camera, nutre e cura il marito con dolcezza e sorridendo. Poi esce nel corridoio e, qualche volta, piange silenziosamente. Il figlio è un ventunenne tracagnotto, dall’andatura simpatica e dallo sguardo sereno e gioviale. Ha seguito le orme del padre, ed è al secondo anno della scuola da infermieri. Quando è nella stanza, si prende imperturbabile e sorridente cura del suo babbo. L’ho visto cercargli per cinque minuti una vena nel piede per la flebo – le braccia ormai sono tumefatte dalle troppe punture -, senza fare una piega, sempre delicato, affettuoso e allegro. Poi, nel corridoio, con la stessa calma energia, così sorprendente in un ragazzo così giovane, consola la madre e cerca di condurla dolcemente ad accettare lo stato delle cose. Sono sicuro che W. si senta orgoglioso d’avere un figlio così. Io lo sarei, e molto. Al tempo stesso, se i figli sono in qualsiasi misura lo specchio dei genitori, Walter di certo dev’essere stato un gran bravo padre.

Guardo ammirato e affascinato la delicata coesione, la saldezza d’affetti e la dignità con cui questa famiglia sta affrontando l’atroce procedere della morte al lavoro, e mi ritrovo a pensare che queste persone, che sulla carta potremmo definire come semplici e umili, siano tra le più ricche che abbia mai incontrato. E poi, sua sponte, mi viene in mente un noto adagio evangelico, e d’improvviso esso m'appare cristallino e perfettamente sensato, senza bisogno di scomodare alcun dio: “beati i miti, perché essi erediteranno la terra”.


A sinistra del letto di mio padre c’è Sergio.
Sergio è un rumoroso signore viterbese sulla settantacinquina. Sposato con una grossetana s’è trapiantato colà, e ha avuto tre figli. E’ stato portato in questo piccolo ospedale perché quello grande e moderno di Grosseto non aveva letti. Lui e la moglie erano già stati qui trent’anni fa: aveva avuto un colpo di sonno, erano finiti coll’auto in una scarpata e qui gli avevano salvato la vita. Sergio è arrivato qui con la moglie, che ha vissuto per due giorni nell’ospedale dormendo su una seggiola, poi è sparita. Una notte mi sono affacciato in camera per vedere se mio padre dormiva, e ho visto che lei, sfinita, s’era allungata sul letto del marito, e dormivano abbracciati.

Non si capisce bene cos’abbia Sergio: la moglie – una signora stanca dall’aria un po’ assente.-, mentre l’aiutavo a parcheggiare il suo vecchio pandino, mi ha detto che lui quest’estate ha avuto il fuoco di Sant’Antonio, è stato molto male, si è depresso e non si è più ripreso.
Sergio ha un vocione laziale che fa tremare i vetri, e fa dei gran teatri, e chiede continuamente e rumorosamente attenzione. Dice che muore, che non respira, ma dall’energia con cui lo dice è difficile prenderlo sul serio: e infatti anche gli infermieri gli dicono spazientiti suvvia, la smetta, son ben altri quelli che muoiono. Sergio spesso fa molto ridere, sembra uscito da un film di Verdone. Oscilla tra consigli sulle trattorie in zona, a enunciazioni del fatto che oggi lascerà l’ospedale, a colorite reprimende agli infermieri che lo trascurano, a richieste di parlamentare “col responsabile qui della baracca”. Sergio a volte è irritante: egoisticamente penso a mio padre che avrebbe bisogno di riposo, e invece lui fa continuamente dei gran casini, pretende cose e litiga cogli infermieri.
Ieri l’altro mattina Sergio mi guarda e fa: “Sa, stanotte ero indeciso se morire o no. Poi ho pensato ai miei fiji, e ho deciso che volevo vivere”. Poi s’è messo a piangere.

Ieri mattina hanno lasciato i vassoi colle colazioni, la moglie anche ieri non c’era, gli infermieri (ovviamente pochi per tutti quei malati) tardavano, così Sergio m’ha ingiunto col vocione d’aiutarlo. Allora gli ho reclinato il letto, incastrato il tavolino tra le sponde, e servito il vassoio col caffelatte e le fette biscottate. Sergio ha spazzolato tutto d’appetito, sia la sua colazione che quella della moglie assente. Poi ha enunciato che in giornata se ne sarebbe andato, ha cominciato ad agitarsi, a chiedere che voleva parlare colla moglie, che qui che là, a chiamare a gran voce gli infermieri, a chiedermi se avevo il cellulare per telefonare a casa eccetera. Per farlo star buono, gliel’ho dato. Ha chiamato, e ha cominciato a urlare nel telefono di venirlo a prendere. Ma siccome è duro d’orecchi, non capiva le risposte e allora m’ha passato la moglie, che mi ha detto agitata che lei oggi non aveva la macchina e non poteva venirlo a prendere. Ho riferito a Sergio la cosa, e col suo modo di fare brusco e col vocione pretendeva di sapere da me cosa significava che non aveva la macchina. Un po’ spazientito, soprattutto a causa degli effetti che tutta quest’agitazione poteva avere su mio babbo, ho cercato un po’ di tagliare corto per farlo stare buono. Alle nove ci hanno buttato fuori dal reparto, e come previsto sono ripartito per Milano.

Ieri sera, arrivato a casa, chiamo per avere notizie del babbo. La moglie di mio padre, sconvolta, mi racconta: verso le cinque del pomeriggio, Sergio ha fatto per l’ennesima volta uno dei suoi numeri. Solo che questa volta sembrava stare male sul serio. E, nel giro di cinque minuti, davanti a lei e a mia sorella sedicenne che per lo shock ha cominciato a buttare sangue dal naso, e nell’incredulità generale, a partire dagli stessi infermieri, Sergio è morto. Quando ho riagganciato il telefono mi sono accorto che stavo tremando.

scritta da lucah: "Le due storie quissù le ho scritte da un lato a scopo terapeutico, per sfogarmi e sublimare l'angoscia per ciò che ho visto in questi giorni, dall'altro perché mi parevano meritevoli d'essere raccontate, e, per ciò che mi concerne, in futuro ricordate."

domenica 19 dicembre 2010

L'altra faccia della Domenica.


Telefoniamo a Nonnaragno per chiederle di raggiungerci per le 1120 così da andare insieme a messa, lei obietta decisa che abbiamo sicuramente sbagliato orario perché é impossibile che i nonnini facciano così tardi per il pranzo. La messa infatti è alle 11. Arriviamo e la piccola chiesa di quartiere è stracolma. Ci tocca di addossarci alle pareti e le colonne ci celano l'altare. Hulko timido avanza lungo la navata ma non è abbastanza coraggioso da raggiungere gli amici vicino al Don. Si ferma a pochi passi da loro, il Gesù Bambino stretto nella mano destra. Gli altri giacciono invece sull'altare, allineati, rosei, tutti differenti. L'omelia procede. I bambini impazienti. I ragazzi si sorridono, fanno strani saluti con le mani, qualcuno abbassa lo sguardo. Le nonnine dai capelli turchini o argentati, forse sono fatine in pensione, si reggono l'un l'altra di ritorno dalla Comunione. E' quasi finita vengono chiamati tutti sull'altare per la benedizione di ciascun Gesù Bambino, Hulko finalmente si unisce agli altri. Dopo poco ci raggiunge, ha uno sguardo un po' stranito apre la mano ritirandosi tutto nelle spalle, come fanno le tartarughe, "E' caduto Gesù Bambino." NonnaRagno da ex infermiera controlla subito la ferita "Beh basta colorarlo un po' qui sulla testa." A me scappa un "Ma prima o dopo che lo facessi benedire?"

giovedì 16 dicembre 2010

Chi ben comincia... [inizia con un buon incipit]

IV INCIPIT

Ti toglievi la fascia della vita, ti strappavi i sandali, gettavi in un angolo l'ampia gonna, era di cotone, mi sembra, e scioglievi il nodo che ti stringeva i capelli in una coda. Avevi la pelle d'oca e ridevi. Eravamo talmente vicini che non potevamo vederci, assorti entrambi in quel rito urgente, avvolti nel calore e nell'odore che emanavamo insieme. Mi aprivo il passo per le tue vie, le mie mani sulla tua vita protesa e le tue impazienti. Sfuggivi, mi percorrevi, mi scalavi, mi avvolgevi con le tue gambe invincibili, mi dicevi mille volte vieni con le labbra sulle mie. Nell'attimo estremo avevamo un bagliore di completa solitudine, ciascuno perduto nel proprio abisso rovente, ma subito risorgevamo al di là del fuoco per scoprirci abbracciati nel disordine dei guanciali, sotto la zanzariera bianca. Ti scostavo i capelli per guardarti negli occhi. Talvolta ti sedevi accanto a me con le gambe raccolte e il tuo scialle di seta su una spalla, nel silenzio della notte che iniziava appena. Così ti ricordo, in quiete.

Isabel Allende - Eva Luna racconta - Feltrinelli, trad. Gianni Guadalupi

elena's xmas tree



Veronica sei una mamma fantastica, per il primo natale della piccola Elena
hai fatto albero di natale più bello e dolce che abbia mai visto.
Auguri.
LaZia

mercoledì 15 dicembre 2010

Perchè tu mi piaci....




...mi piaci da che ti ho visto, non prima che non ti conoscevo e non lo so se mi piacevi...


martedì 14 dicembre 2010

caduta libera

io e Mammyx stiamo cercando di consolarci a vicenda per superare il "freddo" di questo "freddo" inverno quando, ecco che una una vocina...

Hulko "in realtà siamo ancora in autunno"

:-/ mammyx
:-/ lazia



photo
tanks to *.moni.*

lunedì 6 dicembre 2010

holiday on ice

Hulko oggi mi ha portato a pattinare sul ghiaccio.
Per merito suo, dopo anni, intrepida ho dominato la pista su ghiaccio! Direi che non ce la siamo cavata male, buffi e tremolanti ma anche felici e zuppi di risate. Giro dopo giro ci abbiamo preso gusto... Sempre più spavaldi... La pista quasi deserta, la suggestione della neve che cadeva sulle nostre testoline, immersi nella nebbiolina del lago d'inverno... la musica degli Eagles in sottofondo, stonatissima, a squarciagola, un po' teatrale, spalanco le braccia: "welcome to the hotel california... such a lovely place". Capitolo a terra scoppiando a ridere.
Hulko si ferma. Torna verso di me.
"Zia! Se la smetti di fare la sciocca.."
:-S


Dove tutta questa natura?! ma nel mare dei milanesi! ;-D

Dal 4 dicembre 2010 al 4 febbraio 2011, all'Idroscalo (ingresso multisport) "Il Magico villaggio d'inverno". Nella cornice di un Idroscalo innevato, lo spettacolare rettangolo - 25 metri per 40 - a bordo bacino, sarà aperto ogni giorno dalle 10 alle 17, il sabato fino alle 21.
Tre piste di pattinaggio, anche per curling e ice stock; mercatini natalizi, per acquistare i tuoi regali lungo il lago, Babbo Natale, tanti spettacoli sul ghiaccio ed eventi per grandi e piccini. Attivi anche punti ristoro e strutture al coperto per gustare bevande calde.
www.idroscalo.info (Il Magico villaggio d'inverno all'Idroscalo)
www.cesed.com (centro servizi didattici soc. coop sociale onlus)

comunque io oggi mi sono sentita così!

mercoledì 24 novembre 2010

Ricordo.

A ricordo di una meravigliosa e indimenticabile vacanza in Sicila.
Di cui conservo ancora memoria e amici a distanza. Correva l'anno...

Che anno era che non ricordo!!?!
:-/



martedì 23 novembre 2010

Copio e incollo.

ma forse dovrei riscriverla a mano. per imprimerla bene nella mia testolina riccia...

Elenco delle cose che passano sul corpo delle donne.
(Vieni via con me, puntata del 23 novembre 2010. Legge Emma Bonino, vicepresidente del Senato)

Il corpo della donna è un campo di battaglia. Dai tempi di Elena di Troia e del ratto delle Sabine fino a oggi, in Afghanistan e anche da noi

Qualcuno rideva quando le donne dicevano: io sono mia. C'era poco da ridere. Le donne sono di qualcuno per definizione. Perché, se no, il comandamento direbbe “Non desiderare la donna d’altri”?

È sbagliato parlare di diritto all’aborto. Si tratta DEL diritto a diventare madri per scelta. Abortire è una angosciosa necessita ; ricorrere alla procreazione assistita è spesso un atto d'amore.

Gli uomini che comprano donne sono molti di più delle donne che comprano uomini. Non è soltanto una questione di potere d'acquisto.

Non esiste alcun capo di vestiario maschile che copra integralmente un uomo nascondendolo dalla testa ai piedi.

Chissà se esiste davvero una nipote di Mubarak. Esiste però una signora Mubarak in prima linea contro le mutilazioni genitali femminili. E la signora Clio Napolitano e molte first-lady dell'Africa e del mondo hanno firmato un appello per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili. Non lo sapevate? Ora lo sapete.

Nel 1993 la signora Lorena Bobbit evirò suo marito con un coltello. Ci fu molto scalpore per una singola mutilazione genitale maschile. Ma Le donne che hanno subito mutilazioni genitali sono nel mondo circa 130 milioni. Ogni anno, 3 milioni di bambine.

In molte parti del mondo si abortiscono le bambine, o si sopprimono alla nascita, non servono. Si calcola che oggi manchino all’appello circa 100 milioni di ragazze.

Le tradizioni e i costumi vanno rispettati, ma il diritto della persona è uno solo. Non c'è una legge fuori casa e un'altra in casa. Una ragazza, italiana o pakistana che sia, deve poter decidere dei propri capelli, del proprio vestito, della propria domenica e del proprio venerdì.

In Italia Il delitto d'onore è stato abolito solo nel 1981. Fino ad allora si poteva uccidere la moglie, la figlia, la sorella con una pena irrisoria se l'assassino sosteneva di avere agito “perché offeso nel suo onore”. È ancora cosi, in molte parti del mondo.
Intendiamoci anche le donne, quando sono sceme sono sceme forte.

Una signora ha scritto: IN GENERALE le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà. Per fortuna non è così difficile.

lunedì 22 novembre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 20

"Prendi il fucile, Giuseppe, prendi il fucile e vai a caccia," disse una mattina al suo figliolo quella donna.
"Domani tua sorella si sposa e vuol mangiare polenta e lepre".
Giuseppe prese il fucile e andò a caccia. Vide subito una lepre che balzava da una siepe e correva in un campo. Puntò il fucile, prese la mira e premette il grilletto.
Ma il fucile disse: "Pum!" proprio con voce umana, e invece di sparar fuori la pallottola la fece cadere per terra.
Giuseppe la raccattò e la guardava meravigliato.
Poi osservò attentamente il fucile, e pareva proprio lo stesso di sempre, ma intanto invece di sparare aveva detto: "Pum!" con una vocetta allegra e fresca.
Giuseppe scrutò anche dentro la canna, ma com'era possibile, andiamo, che ci fosse nascosto qualcuno? Difatti dentro la canna non c'era niente e nessuno.
"E la mamma che vuole la lepre. E mia sorella che vuol mangiarla con la polenta...".
In quel momento la lepre di prima ripassò davanti a Giuseppe, ma stavolta aveva un velo bianco in testa, e dei fiori d'arancio sul velo, e teneva gli occhi bassi, e camminava a passettini passettini.
"Toh," disse Giuseppe "anche la lepre va a sposarsi. Pazienza, tirerò un fagiano".
Un po' più in là nel bosco, difatti, vide un fagiano che passeggiava sul sentiero, per nulla spaventato, come il primo giorno della caccia, quando i fagiani non sanno ancora che cosa sia un fucile.
Giuseppe prese la mira, tirò il grilletto, e il fucile fece: Pam! disse: "Pam! Pam!", due volte come avrebbe fatto un bambino col suo fucile di legno. La cartuccia cadde in terra e spaventò certe formiche rosse, che corsero a rifugiarsi sotto un pino.
"Ma benone", disse Giuseppe che cominciava ad arrabbiarsi, "la mamma sarà contenta davvero se torno col carniere vuoto".
Il fagiano, che a sentire quel pam, pam, si era tuffato nel folto, ricomparve sul sentiero, e stavolta lo seguivano i suoi piccoli, in fila, con una gran voglia di ridere addosso, e dietro a tutti camminava la madre, fiera e contenta come se le avessero dato il primo premio.
"Ah, tu sei contenta, tu" borbottò Giuseppe. "Tu ti sei già sposata da un pezzo. E adesso a che cosa tiro?"
Ricaricò il fucile con gran cura e si guardò intorno. C'era soltanto un merlo su un ramo, e fischiava come per dire: "Sparami, sparami".
E Giuseppe sparò. Ma il fucile disse: Bang!, come i bambini quando leggono i fumettti. E aggiunse un rumorino che pareva una risatina. Il merlo fischiò più allegramente di prima, come per dire: "Hai sparato, hai sentito, hai la barba lunga un dito".
"Me l'aspettavo", disse Giuseppe. "Ma si vede che oggi c'è lo sciopero dei fucili".
"Hai fatto buona caccia, Giuseppe?" gli domandò la mamma, al ritorno.
"Si mamma. Ho preso tre arrabbiature belle grosse. Chissà come saranno buone, con la polenta".



Il cacciatore sfortunato. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

lunedì 15 novembre 2010

Schroeder and Lucy...to be continued. Again.

La vecchietta veneta, terrorizzata dalla lega, si trovò in casa il volontario che le spala il fango.

Era da anni che non usciva più di casa, dopo che uno con un fazzoletto al collo l'aveva convinta che i negri, gli extracomunitari sono tutti delinquenti.
Usciva solo per ritirare la pensione scortata dai suoi nipoti, già pronti per il prelievo.
Aveva fatto montare le sbarre alle finestre ed alla sera chiudeva finiestre ed imposte anche in pieno luglio.
Il terrore viaggiava di bocca in bocca ed era sempre più grande come i risultati delle elezioni per la lega.
Più terrore più voti, più odio e più elettori, da anni era diventato matematico.
Aveva pure il terrore dello scippo, una volta un giovane extraparlamentare e comunista le chiese, in dialetto, se avesse mai subito uno scippo.
No, fu la risposta, ma basta guardare la televisione per rendersi conto che questi sono selvaggi, delinquenti e vivono di scippi e rapine.

Poi, un brutto giorno, venne l'alluvione. Un metro e mezzo di acqua in casa, tutti i mobili rovinati, i muri sporchi, il frigorifero in tilt, la televisione che non andava più.
E la paura, di essere sola, sapendo di non avere le forze per reagire a tanta devastazione, i nipoti che non potevano aiutarla per via del fatto che la Bmw non funziona con un metro d'acqua.
Si sentiva persa, pensava di affondare, persino quello che la terrorizzava con quei discorsi sui negri e sugli extracomunitari non si faceva vedere, doveva accompagnare il capo e suo figlio a visitare le zone alluvionate e piene di fango.
Una cosa urgente, per via della campagna elettorale.
Improvvisamente arrivò a casa sua un negro con su una giacca rifrangente rossa, un volontario, pensate che lo conoscevano anche quelli del comune, della protezione civile.
Sulle prime era un pò diffidente, fortunatamente parlava italiano meglio di molti suoi compaesani, le chiese dove doveva mettere le cose, le suppellettili ed iniziò a spalare fango.
Ore ed ore, ininterrottamente, senza mangiare, senza bere, ad un certo punto le disse: signora io devo andare, devo mangiare qualcosa e farmi una pausa, ritorno dopo.
Lei si sentì persa, non ebbe nemmeno il coraggio di offrirgli un panino, aveva paura di avvicinarsi troppo all'uomo nero pur così gentile, educato.
Passata una mezz'ora cominciò a salirle l'ansia, i nipoti non rispondevano al cellulare d'altronde la pensione era già stata incassata e non c'era motivo di passare dalla nonna, avevano già ritirato la loro mazzetta per il fatto di fare da ronda alla pensione.
Era talmente sfinita, impaurita, che le mancò persino il negro, cominciò a temere che non tornasse più, quella mattina non gli aveva offerto nemmeno un bicchiere d'acqua.
Il solo pensiero che un negro avesse toccato uno dei suoi bicchieri l'intimoriva, ancora di più se i vicini avessero saputo che l'aiutava uno straniero.
Si meravigliò di se stessa quando lo vide arrivare, allegro pieno di forza, gioioso, della sensazione di gratitudine che provava dentro se stessa. Come se gli volesse bene ed ebbe paura dei suoi sentimenti. Ma allora non sono come dicono quelli della lega, non è vero che sono cattivi.
Si sorprese a sorridergli, a chiedergli se voleva un caffè, a dirgli un grazie ogni tanto.
Nel frattempo pulirono la casa, i mobili, ritornò la luce ed accese il camino per asciugare un pò di umidità.

Era già buio quando il volontario, il ragazzo dal cuore grande come una chiesa le disse che doveva andare. Davanti ai suoi occhi spaventati il volontario, negro, capì che la signora temeva non tornasse più e la tranquillizzò, torno domani, signora, per domani sera vedrà che avremo finito. Quella notte fu ancora più brutta dell'alluvione, la sua coscienza non al fece chiudere occhio. Ripensò alle sue paturnie, ai paesani della lega che parlavano solo di odio e di disprezzo, pensò al suo comune che aveva tolto le panchine dai giardini per impedire che gli extracomunitari si sedessero, pensò a quei piccoli bambini dalla pelle scura senza mensa a scuola perchè i suoi non potevano pagare.

E poi pensò al suo Dio, quel Dio che è morto in croce per tutti quelli che gli credono e non ha mai chiesto di che razza sei e di che colore fosse la tua pelle, e pianse.
E fu in quel momento che si rese conto che la persona è una persona, che il delinquente è un delinquente, non c'entrano le razze, il colore della pelle e da dove vieni.
Per valutare una persona non ci vuole la paura, ci vuole la conoscenza ed una persona va giudicata per quello che ha nel cuore. Nella testa.

Non vedeva l'ora che venisse mattina, si alzò prima del solito e preparò tutto quello che poteva preparare. Tirò fuori biscotti, una torta, latte. The e caffè ed aspettò che il volontario arrivasse.
Finalmente sentì il suo passo, nello stesso tempo gioioso e pesante e quando con il suo vocione le chiese: nonna da dove cominciamo?
Prima mangia qualcosa gli disse, poi puliremo quello che resta.
Si sedettero al tavolo ed improvvisamente divenne curiosa, gli chiese della sua famiglia, dei suoi genitori e da quanto tempo non li vedeva.
Quasi quasi, questo mese mi faccio accompagnare da lui a ritirare la pensione.
Che pensieri strani fanno alle volte i vecchi.
Ogni personaggio è puramente inventato, come nei film, solo i volontari sono reali.
Come è reale il fatto che al mio paese, quello che è nel mio cuore, nessuno è straniero.

Il Cannocchiale, contributo inviato da slasch16 il 12 novembre 2010

domenica 14 novembre 2010

Accezioni.

Hulko sta guardando un episodio del mitico Scooby-Doo impegnato in una missione in alta montagna,
- Mamma poi quest'inverno facciamo anche noi una settimana in bianco?
- Certo passerotto (...in effetti non può che farci bene)

venerdì 12 novembre 2010

giovedì 11 novembre 2010

Chi ben comincia... [inizia con un buon incipit]

III INCIPIT

Stai per cominciare a leggare il nuovo romanzo 'Se una notte d'inverno un viaggiatore' di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: "No, non voglio vedere la televisione!" Alza la voce, se non non ti sentono: "Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!" Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: "Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!" O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

Italo Calvino - Se una notte d'inverno un viaggiatore - Einaudi

martedì 9 novembre 2010

Lava e Seta Bianca


Questa storia inizia un pò per caso, la ragazza col fiorre nei capelli e le conchiglie al collo stava giocando a farsi smuovere le vesti dal vento che arrivava dal mare. Quando il vento si placò, le sue rise si spensero e inciampò nel buco vero quel mondo strano che la igoiò. La ragazza sapeva che quel momento sarebbe arrivato, lo vedeva ogni giorno e lo sognava ogni notte.In quel mondo c'era una valle dove, ai suoi lati, salivano dolci le colline di pietra scura, lavica e sotto la crosta dura si nascondeva il mistero della creazione della terra e della vita.

lunedì 8 novembre 2010

Auguri. Ma ricorda...



i 500km in una notte


run, run,run...
;-) sempre!


Buon compleanno da tutti i NHV!


domenica 7 novembre 2010

Senza non ce la facciamo.

Non ricordo più come né perché sta di fatto che mi ritrovo qui...
Hulko: "Zia tu cosa vuoi da babbo natale?"
LaZia (per nulla consumista): "L'ipad e il viaggio in India. Dici che me li porta?"
Hulko: "Sì, ma devi chiederglielo."
LaZia: "Va bene. Già che ci sono vedo se per l'India c'è un posto in più. Vieni con me?"
Hulko: "Sì" Allegro e senza esitazione aggiunge, "...allora mi sa che devo comprare un dizionario d'inglese."
Il mio pessimo inglese non è un segreto ma un po' di rispetto per gli anziani!
Decido di far finta di nulla, "Perché?"
Hulko: "Ma Zia senza non ce la facciamo."
Non riesco a trattenere la risata divertita sto per ribattere ma aggiunge "Io però voglio anche XBox"
LaZia: "Allora facciamo così io ci provo, però se dovesse dirmi che devi decidere tra il viaggio in India e il gioco che gli dico?"
Hulko: "Uhm..."
LaZia: "Ok. Io l'ipad e il viaggio in India e tu pure il viaggio in India e poi però nel caso..."
Non mi lascia finire, "Zia, facciamo che ognuno gli ordina quello che vuole."

venerdì 5 novembre 2010

giovedì 4 novembre 2010

A scuola ogni giorno si imparano tante cose nuove...


[Tratto dal libro "A scuola si diventa grandi" per gentile concessione ...]

A scuola ogni giorno si imparano tante cose nuove. Oggi per esempio abbiamo imparato a volare.
La maestra ci ha spiegato che bisogna unire i piedi, tenere la schiena ben dritta, agitare un po' le braccia, poi guardare in su... e il gioco è fatto. Dopo 5 minuti eravamo lì che svolazzavamo in circolo sopra i tetti del paese e giocavamo a riconoscere le cose e le persone dall'alto.

- Guarda quella è casa mia!
- Quello è il campo di calcio!
- Il vigile, guarda il vigile urbano!
- Sta multando una macchina!
E scoppiamo a ridere.

La maestra cerca di riportare un po' d'ordine.
- Bambini, andiamo da quella parte, - ci dice - verso la chiesa. Atterriamo tutti sulla torre del campanile!

E così arriviamo in cima alla torre: lì ad aspettarci c'è don Mauro, che ci spiega come funzionano le campane. E mentre spiega, Giovanni, che è il solito monello, sgattaiola via e si nasconde dietro un angolo.
- Don Mauro, ma che suono fanno da quassù le campane? - Chiede Riccardo, un bimbo con gli occhiali e lo sguardo sempre attento.
- Non posso farvele sentire, bambini, perché il suono qui sarebbe troppo forte.
Don Mauro non fa a tempo a finire la frase ed ecco che una campana si mette a battere, e il rimbombo ci assorda tutti. Ci tappiamo le orecchie, ma appena vediamo Giovanni uscire con la faccia sconvolta da dietro la campana, scoppiamo tutti a ridere. La maestra lo prende per un braccio e lo guarda dapprima un po' arrabbiata, poi sorride anche lei, e con una carezza sulla testa gli fa cenno di riunirsi al gruppo.

Salutiamo Don Mauro e torniamo a volare. E' quasi ora di tornare in classe, ma prima passiamo sopra la piazza del paese, e lì c'è una vecchietta che getta qualche chicco di grano ai piccioni.
Il solito Giovanni si stacca dallo stormo, cioè dal gruppo, atterra sulla piazza in mezzo ai piccioni e comincia a far finta di beccare i granelli sparsi per terra. La vecchietta un po' tra lo spavento e un po' arrabbiata gli grida:
- Sciò! Sciò! E' per i piccioni, via! Brutto uccellaccio!
E noi scoppiamo di nuovo a ridere, ma questa volta la maestra è un po' meno bonaria e riprende Giovanni più severamente.
Ci rimette tutti in fila e voliamo di nuovo in classe, dove intanto sta già suonando la campanella, ed è ora di andare a casa.

Come volano le giornate a scuola quando impari tante cose nuove!