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lunedì 22 novembre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 20

"Prendi il fucile, Giuseppe, prendi il fucile e vai a caccia," disse una mattina al suo figliolo quella donna.
"Domani tua sorella si sposa e vuol mangiare polenta e lepre".
Giuseppe prese il fucile e andò a caccia. Vide subito una lepre che balzava da una siepe e correva in un campo. Puntò il fucile, prese la mira e premette il grilletto.
Ma il fucile disse: "Pum!" proprio con voce umana, e invece di sparar fuori la pallottola la fece cadere per terra.
Giuseppe la raccattò e la guardava meravigliato.
Poi osservò attentamente il fucile, e pareva proprio lo stesso di sempre, ma intanto invece di sparare aveva detto: "Pum!" con una vocetta allegra e fresca.
Giuseppe scrutò anche dentro la canna, ma com'era possibile, andiamo, che ci fosse nascosto qualcuno? Difatti dentro la canna non c'era niente e nessuno.
"E la mamma che vuole la lepre. E mia sorella che vuol mangiarla con la polenta...".
In quel momento la lepre di prima ripassò davanti a Giuseppe, ma stavolta aveva un velo bianco in testa, e dei fiori d'arancio sul velo, e teneva gli occhi bassi, e camminava a passettini passettini.
"Toh," disse Giuseppe "anche la lepre va a sposarsi. Pazienza, tirerò un fagiano".
Un po' più in là nel bosco, difatti, vide un fagiano che passeggiava sul sentiero, per nulla spaventato, come il primo giorno della caccia, quando i fagiani non sanno ancora che cosa sia un fucile.
Giuseppe prese la mira, tirò il grilletto, e il fucile fece: Pam! disse: "Pam! Pam!", due volte come avrebbe fatto un bambino col suo fucile di legno. La cartuccia cadde in terra e spaventò certe formiche rosse, che corsero a rifugiarsi sotto un pino.
"Ma benone", disse Giuseppe che cominciava ad arrabbiarsi, "la mamma sarà contenta davvero se torno col carniere vuoto".
Il fagiano, che a sentire quel pam, pam, si era tuffato nel folto, ricomparve sul sentiero, e stavolta lo seguivano i suoi piccoli, in fila, con una gran voglia di ridere addosso, e dietro a tutti camminava la madre, fiera e contenta come se le avessero dato il primo premio.
"Ah, tu sei contenta, tu" borbottò Giuseppe. "Tu ti sei già sposata da un pezzo. E adesso a che cosa tiro?"
Ricaricò il fucile con gran cura e si guardò intorno. C'era soltanto un merlo su un ramo, e fischiava come per dire: "Sparami, sparami".
E Giuseppe sparò. Ma il fucile disse: Bang!, come i bambini quando leggono i fumettti. E aggiunse un rumorino che pareva una risatina. Il merlo fischiò più allegramente di prima, come per dire: "Hai sparato, hai sentito, hai la barba lunga un dito".
"Me l'aspettavo", disse Giuseppe. "Ma si vede che oggi c'è lo sciopero dei fucili".
"Hai fatto buona caccia, Giuseppe?" gli domandò la mamma, al ritorno.
"Si mamma. Ho preso tre arrabbiature belle grosse. Chissà come saranno buone, con la polenta".



Il cacciatore sfortunato. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

giovedì 21 ottobre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 19

Un giorno il piccolo Claudio giocava sotto il portone, e sulla strada passò un bel vecchio con gli occhiali d'oro, che camminava curvo appoggiandosi ad un bastone, e proprio davanti al portone il bastone gli cadde.
Claudio fu pronto a raccoglierlo e lo porse al vecchio che sorrise e disse: - Grazie, ma non mi serve. Posso camminare benissimo senza. Se ti piace, tienilo. –
E senza aspettare risposta si allontanò, e pareva meno curvo di prima.
Claudio rimase lì con il bastone tra le mani e non sapeva che farne. Era un comune bastone di legno, con il manico ricurvo e il puntale di ferro, e niente altro di speciale da notare.
Claudio picchiò due o tre volte il puntale per terra, poi, quasi senza pensarci, inforcò il bastone ed ecco che non era più il bastone, ma era un cavallo, un meraviglioso puledro nero con una stella bianca in fronte, che si slanciò al galoppo intorno al cortile, nitrendo e facendo sprizzare scintille dai ciottoli.

Quando Claudio, meravigliato e un po’ spaventato, riuscì a rimettere il piede a terra, il bastone era di nuovo un bastone, e non aveva zoccoli ma un semplice puntale arrugginito, né criniera, ma il solito manico ricurvo..
- Voglio riprovare – decise Claudio, quando ebbe ripreso fiato.
Inforcò di nuovo il bastone, e stavolta esso non fu un cavallo, ma un solenne cammello a due gobbe, e il cortile era un immenso deserto da attraversare, ma Claudio non aveva paura e scrutava in lontananza, per vedere comparire l’oasi.
- È certamente un bastone fatato – si disse Claudio, inforcandolo per la terza volta. Adesso era un’automobile da corsa, tutta rossa, col numero scritto in bianco sul cofano, e il cortile una pista rombante, e Claudio arrivava sempre primo al traguardo.
Poi il bastone fu un motoscafo, e il cortile un lago dalle acque calme e verdi, e poi un’astronave che fendeva lo spazio, lasciandosi dietro una scia di stelle.
Ogni volta che Claudio rimetteva il piede a terra il bastone riprendeva il suo pacifico aspetto, il manico lucido, il vecchio puntale.
Il pomeriggio passò veloce tra quei giochi. Verso sera Claudio si riaffacciò per caso sulla strada, ed ecco di ritorno il vecchio dagli occhiali d’oro.
Claudio lo osservò ma non poté vedere in lui niente di speciale: era un vecchio signore qualunque, un po’ affaticato dalla passeggiata.
- Ti piace il bastone? – egli domandò sorridendo a Claudio.
Claudio credette che lo rivolesse indietro, e glielo tese, arrossendo. Ma il vecchio fece cenno di no.
- Tienilo, tienilo – disse. – Che cosa me ne faccio, ormai, di un bastone? Tu ci puoi volare, io potrei soltanto appoggiarmi. Mi appoggerò al muro e sarà lo stesso. –
E se ne andò sorridendo, perché non c’è persona più felice al mondo del vecchio che può regalare qualcosa ad un bambino.

Teste vuote. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

domenica 12 settembre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 18

C'era una volta un omino di niente. Aveva il naso di niente, la bocca di niente, era vestito di niente
e calzava scarpe di niente. Si mise in viaggio su una strada di niente che non andava in nessun posto.
Incontrò un topo di niente e gli domandò:- non hai paura del gatto? - No davvero,- rispose il topo di niente,-
in questo paese di niente ci sono soltanto gatti di niente, che hanno baffi di niente e artigli di niente.
Inoltre, io rispetto il formaggio. Mangio solo i buchi. Non sanno di niente ma sono dolci.
- Mi gira la testa, disse l'omino di niente. - é una testa di niente: anche se la batti
contro il muro non ti farà male. L'omino di niente, volendo fare una prova,
cercò un muro per batterci la testa, ma era un muro di niente,
e siccome lui aveva preso troppo slancio, cascò dall'altra parte.
Anche di là non c'era niente di niente. L'omino di niente era tanto
stanco di tutto quel niente che si addormentò. E mentre dormiva
sognò che era un uomo di niente, e andava su una strada di niente,
e incontrava un topo di niente e mangiava anche lui i buchi del formaggio,
e il topo di niente aveva ragione: non sapevano proprio di niente!

L'omino di niente. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

martedì 17 agosto 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 17

Un giovane gambero pensò: «Perché nella mia famiglia tutti camminano all'indietro? Voglio imparare a camminare in avanti, come le rane, e mi caschi la coda se non ci riesco».
Cominciò ad esercitarsi di nascosto, tra i sassi del ruscello natio, e i primi giorni l'im presa gli costava moltissima fatica. Urtava dappertutto, si ammaccava la corazza e si schiacciava una zampa con l'altra. Ma un po' alla volta le cose andarono meglio, perché tutto si può imparare, se si vuole.
Quando fu ben sicuro di sé, si presentò alla sua famiglia e disse: - State a vedere. E fece una magnifica corsetta in avanti.
- Figlio mio, - scoppiò a piangere la madre, - ti ha dato di volta il cervello? Torna in te, cammina come tuo padre e tua madre ti hanno insegnato, cammina come i tuoi fratelli che ti vogliono tanto bene.
I suoi fratelli però non facevano che sghignazzare.
Il padre lo stette a guardare severamente per un pezzo, poi disse: - Basta cosi. Se vuoi restare con noi, cammina come gli altri gamberi. Se vuoi fare di testa tua, il ruscello è grande: vattene e non tornare più indietro.
Il bravo gamberetto voleva bene ai suoi, ma era troppo sicuro di essere nel giusto per avere dei dubbi: abbracciò la madre, salutò il padre e i fratelli e si avviò per il mondo.
Il suo passaggio destò subito la sorpresa di un crocchio di rane che da brave comari si erano radunate a far quattro chiacchiere intorno a una foglia di ninfea.
- Il mondo va a rovescio, - disse una rana,
- guardate quel gambero e datemi torto, se potete.
- Non c'è più rispetto, - disse un'altra rana.
- Ohibò, ohibò, - disse una terza.
Ma il gamberetto prosegui diritto, è proprio il caso di dirlo, per la sua strada. A un certo punto si sentì chiamare da un vecchio gamberone dall' espressione malinconica che se ne stava tutto solo accanto a un sasso.
- Buon giorno, - disse il giovane gambero. Il vecchio lo osservò a lungo, poi disse: - Cosa credi di fare? Anch'io, quando ero giovane, pensavo di insegnare ai gamberi a camminare in avanti. Ed ecco che cosa ci ho guadagnato: vivo tutto solo, e la gente si mozzerebbe la lingua piuttosto che rivolgermi la parola. Fin che sei in tempo, da' retta a me: rassegnati a fare come gli altri e un giorno mi ringrazierai del consiglio.
Il giovane gambero non sapeva cosa rispondere e stette zitto. Ma dentro di sé pensava: «Ho ragione io».
E salutato gentilmente il vecchio riprese fieramente il suo cammino. Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà tutte le cose storte di questo mondo? Noi non lo sappiamo, perché egli sta ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno. Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: - Buon viaggio!




Il giovane gambero. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

sabato 17 luglio 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 16



Io sono un sognatore,
ma non sogno solo per me:
sogno una torta in cielo
per darne un poco anche a te.

Una torta di cioccolato
grande come una città,
che arrivi dallo spazio
a piccola velocità.

Sembrerà dapprima una nuvola,
si fermerà su una piazza,
le daremo un’occhiatina
curiosa dalla terrazza…

Ma quando scenderà
come una dolce cometa
ce ne sarà per tutti
da fare festa completa.

Ognuno ne avrà una fetta
più una ciliegia candita,
e chi non dirà “«buona! »,
certo dirà “«squisita! »

Poi si verrà a sapere
(e la cosa sarà più comica)
che qualcuno s’era provato
a buttare una bomba atomica,

ma invece del solito fungo
l’esplosione ha provocato
(per ora nel mio sogno)
una torta di cioccolato.



La torta in cielo. (Gianni Rodari, Il libro degli errori)

@fmazzucato: Sono cresciuta con Gianni Rodari. Mi ricordo ancora certe filastrocche, la Torta in Cielo. Penso non sia ricordato abbastanza #Rodari

sabato 19 giugno 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 15

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
"Brif, braf", disse il primo.
"Braf, brof", rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c'era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c'era una vecchia signora né buona né cattiva.
"Come sono sciocchi quei bambini", disse la signora.
Ma il buon signore non era d'accordo: " Io non trovo".
"Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto".
"E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: "che bella giornata". Il secondo ha risposto: "domani sarà ancora più bello".
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perchè i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
"Maraschi, barabaschi, pippirimoschi", disse il primo.
"Bruf", rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
"Non mi dirà che ha capito anche adesso", esclamò indignata la vecchia signora.
"E invece ho capito tutto", rispose sorridendo il vecchio signore. Il primo ha detto: "come siamo contenti di essere al mondo". E il secondo ha risposto: "il mondo è bellissimo".
"Ma è poi bello davvero? insisté la vecchia signora.
"Brif, bruf, braf". rispose il vecchio signore.

Brif, bruf, braf. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

domenica 6 giugno 2010

06 06 10


non mi ricordo se oggi o domani
qualcuno giunge a un traguardo ideale

è solo un numero non ti stressare
ci sono passata e non è male

sono poche ore di fibrillazione
poi tutto passa e torni un leone

le tue amichette ti si stringono attorno
per accompagnarti nel nuovo giorno

brinda e festeggia ch’è un giorno speciale
danza e volteggia ma non contare

accetta gli auguri accogli l’affetto
un abbraccio gioioso con nostro diletto

sabato 15 maggio 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 14

Un giorno il piccolo Claudio giocava sotto il portone, e sulla strada passò un bel vecchio con gli occhiali d'oro, che camminava curvo appoggiandosi ad un bastone, e proprio davanti al portone il bastone gli cadde.
Claudio fu pronto a raccoglierlo e lo porse al vecchio che sorrise e disse: - Grazie, ma non mi serve. Posso camminare benissimo senza. Se ti piace, tienilo. –
E senza aspettare risposta si allontanò, e pareva meno curvo di prima.
Claudio rimase lì con il bastone tra le mani e non sapeva che farne. Era un comune bastone di legno, con il manico ricurvo e il puntale di ferro, e niente altro di speciale da notare.
Claudio picchiò due o tre volte il puntale per terra, poi, quasi senza pensarci, inforcò il bastone ed ecco che non era più il bastone, ma era un cavallo, un meraviglioso puledro nero con una stella bianca in fronte, che si slanciò al galoppo intorno al cortile, nitrendo e facendo sprizzare scintille dai ciottoli.
Quando Claudio, meravigliato e un po’ spaventato, riuscì a rimettere il piede a terra, il bastone era di nuovo un bastone, e non aveva zoccoli ma un semplice puntale arrugginito, né criniera, ma il solito manico ricurvo..
- Voglio riprovare – decise Claudio, quando ebbe ripreso fiato.
Inforcò di nuovo il bastone, e stavolta esso non fu un cavallo, ma un solenne cammello a due gobbe, e il cortile era un immenso deserto da attraversare, ma Claudio non aveva paura e scrutava in lontananza, per vedere comparire l’oasi.
- È certamente un bastone fatato – si disse Claudio, inforcandolo per la terza volta. Adesso era un’automobile da corsa, tutta rossa, col numero scritto in bianco sul cofano, e il cortile una pista rombante, e Claudio arrivava sempre primo al traguardo.
Poi il bastone fu un motoscafo, e il cortile un lago dalle acque calme e verdi, e poi un’astronave che fendeva lo spazio, lasciandosi dietro una scia di stelle.
Ogni volta che Claudio rimetteva il piede a terra il bastone riprendeva il suo pacifico aspetto, il manico lucido, il vecchio puntale.
Il pomeriggio passò veloce tra quei giochi. Verso sera Claudio si riaffacciò per caso sulla strada, ed ecco di ritorno il vecchio dagli occhiali d’oro.
Claudio lo osservò ma non poté vedere in lui niente di speciale: era un vecchio signore qualunque, un po’ affaticato dalla passeggiata.
- Ti piace il bastone? – egli domandò sorridendo a Claudio.
Claudio credette che lo rivolesse indietro, e glielo tese, arrossendo. Ma il vecchio fece cenno di no.
- Tienilo, tienilo – disse. – Che cosa me ne faccio, ormai, di un bastone? Tu ci puoi volare, io potrei soltanto appoggiarmi. Mi appoggerò al muro e sarà lo stesso. –
E se ne andò sorridendo, perché non c’è persona più felice al mondo del vecchio che può regalare qualcosa ad un bambino.



A giocare col bastone. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

mercoledì 28 aprile 2010

Un invito speciale

Quella sera a cena, la mia Pansottina, felice di aver trascorso il pomeriggio con zia Byc, in uno slancio di affetto mi invita a dormire a casa sua. Prontamente rilancio...
Pansottina: “Zia, resti a dormire a casa mia?”
Zia Byc: “La zia deve andare a casa. Una sera che Mammotta ti dà il permesso vieni tu a dormire dalla zia”.
Pansottina: “Tu dove abiti?”
Zia Byc: “Vicino alla nonna. Ti ricordi? Sei venuta a trovarmi.”
Incalza…
Pansottina: “Ma tu ce l’hai un marito?”
Zia Byc: “No. Non ce l’ho.”

Pansottina: “Ma sì, io ho visto due cuscini!”

giovedì 22 aprile 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 13


Una volta, a Bologna fecero un palazzo di gelato proprio in Piazza Maggiore, e i bambini venivano da lontano a dargli una leccatina.
Il tetto era di panna montata. Il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato. Un bambino piccolissimo si era attaccato ad un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato,il più buono.
Una guardia del Comune, ad un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola, e si squagliavano in rivoletti rosa. “Presto!” gridò la guardia. “Più presto ancora”. E tutti giù a leccare più presto, per non lasciare andare perduta una sola goccia di quel capolavoro. “Una poltrona!” implorava una vecchiettina che non riusciva a farsi largo fra la folla.
“Una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se é possibile”. Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli.
Fu un gran giorno, quello e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia. Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano: ” Eh, già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna”.

Il palazzo di gelato. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

lunedì 5 aprile 2010

nonhovalentina e la pasqua.


il navigatore al mugello si perde
si viaggia a ricordo - il gruppo è concorde
nel fitto di faggi e castagni in contrada
si gonfia nel buio un istrice in strada

mattina di pasqua: com’è tradizione
con l’ova passate alla benedizione
il freddo si rompe con vino e salame
(e il guscio tradisce l’agnostica. infame!)

poi chiacchiere, dolci, maestre e pittori
mosaici, saggezze di nonni e colori
intanto si segue, seppure a distanza
chefBarluz che arreda la sua indipendenza

la via verso casa è diluvio e poesia
con hulko assopito in braccio alla Zia
si appunti: è a sera, fra dubbi e memorie
che mammyx promette di scrivere storie :)



sabato 3 aprile 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 12

L'anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla, dall'uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa: un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, ma con un berretto da capitano in testa e un'antenna della televisione sul berretto.
Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tutti insieme: Oh, e dopo questo oh non trovarono più parole.
Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta.
- Come siete indietro su questo pianeta, - osservò, - qui è appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è già mercoledì.
- Di questo mese? - domandò il professor Tibolla.
- Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Ma con gli anni siamo avanti di venticinque.
Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù per sgranchirsi le gambe, e borbottava: - Che seccatura! Che brutta seccatura.
- Cos'è che la preoccupa? - domandò la signora Luisa.
- Avete rotto l'uovo volante e io non potrò tornare su Marte Ottavo. - Ma noi l'uovo l'abbiamo comprato in pasticceria.
- Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è una nave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono il suo comandante, travestito da pulcino.
- E l'equipaggio?
- Sono io anche l'equipaggio. Ma ora sarò degradato. Mi faranno per lo meno colonnello.
- Be', colonnello è più che capitano.
- Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi il grado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere. La mia missione è fallita.
- Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo di che missione si trattava.
- Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltanto aspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segreto si fosse fatto vivo.
- Interessante, - disse il professore, - avete anche degli agenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarlo alla polizia?
- Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico, e vi farete ridere dietro.
- Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, ci dica qualcosa di più su quegli agenti segreti.
- Essi sono incaricati di individuare i terrestri che sbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni.
- E' piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamo nemmeno dove si trovi Marte Ottavo.
- Lei dimentica, caro professore, che. lassù siamo avanti col tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo già che il capitano dell'astronave terrestre che giungerà su Marte Ottavo si chiamerà Gino.
- Toh, - disse il figlio maggiore del professor Tibolla, - proprio come me.
- Pura coincidenza, - sentenziò il cosmopulcino. - Si chiamerà Gino e avrà trentatre anni. Dunque, in questo momento, sulla Terra, ha esattamente otto anni.
- Guarda guarda, - disse Gino, - proprio la mia età.
- Non mi interrompere continuamente, - esclamò con severità il comandante dell'uovo spaziale. - Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altri membri dell'equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza che se ne accorgano, e per educarli come si deve.
- Cosa, cosa? - fece il professore. - Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini?
- Mica tanto. Primo, non li abituate all'idea che dovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnate loro che sono cittadini dell'universo; terzo, non insegnate loro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste; quarto...
- Scusi comandante, - lo interruppe la signora Luisa, - come si chiama di cognome quel vostro Gino?
- Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. Gino Tibolla.
- Ma sono io! - saltò su il figlio del professore. Urrà,
- Urrà che cosa? - esclamò la signora Luisa. - Non crederai che tuo padre e io ti permetteremo...
- Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino.
- Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potrò tornare a casa anch'io.
- E l'uovo? -domandò con un sospiro la sorellina di Gino.
- Ma lo mangiamo subito, naturalmente.
E così fu fatto.

Il pulcino cosmico. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

giovedì 11 febbraio 2010

Una babysitter da favola (Need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 11

Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelato proprio sulla Piazza Maggiore, e i bambini venivano di lontano a dargli una leccatina.
Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato.
Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato, il piu buono.
Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola, e si quagliavano in rivoletti rosa.
- Presto, - gridò la guardia, - più presto ancora!
E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andare perduta una sola goccia di quel capolavoro.
- Una poltrona! - implorava una vecchiettina, che non riusciva a farsi largo tra la folla, - una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se è possibile.
Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli.
Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia.
Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano: - Eh già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna.

Il palazzo di gelato. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

mercoledì 27 gennaio 2010

Una babysitter da favola (Need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 10

L'anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla, dall'uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa: un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, ma con un berretto da capitano in testa e un'antenna della televisione sul berretto.

Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tutti insieme: Oh, e dopo questo oh non trovarono più parole.

Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta.

- Come siete indietro su questo pianeta, - osservò, - qui è appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è già mercoledì.

- Di questo mese? - domandò il professor Tibolla.

- Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Ma con gli anni siamo avanti di venticinque.

Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù per sgranchirsi le gambe, e borbottava: - Che seccatura! Che brutta seccatura.

- Cos'è che la preoccupa? - domandò la signora Luisa.

- Avete rotto l'uovo volante e io non potrò tornare su Marte Ottavo. - Ma noi l'uovo l'abbiamo comprato in pasticceria.

- Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è una nave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono il suo comandante, travestito da pulcino.

- E l'equipaggio?

- Sono io anche l'equipaggio. Ma ora sarò degradato. Mi faranno per lo meno colonnello.

- Be', colonnello è più che capitano.

- Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi il grado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere. La mia missione è fallita.

- Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo di che missione si trattava.

- Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltanto aspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segreto si fosse fatto vivo.

- Interessante, - disse il professore, - avete anche degli agenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarlo alla polizia?

- Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico, e vi farete ridere dietro.

- Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, ci dica qualcosa di più su quegli agenti segreti.

- Essi sono incaricati di individuare i terrestri che sbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni.

- E' piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamo nemmeno dove si trovi Marte Ottavo.

- Lei dimentica, caro professore, che. lassù siamo avanti col tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo già che il capitano dell'astronave terrestre che giungerà su Marte Ottavo si chiamerà Gino.

- Toh, - disse il figlio maggiore del professor Tibolla, - proprio come me.

- Pura coincidenza, - sentenziò il cosmopulcino. - Si chiamerà Gino e avrà trentatre anni. Dunque, in questo momento, sulla Terra, ha esattamente otto anni.

- Guarda guarda, - disse Gino, - proprio la mia età.

- Non mi interrompere continuamente, - esclamò con severità il comandante dell'uovo spaziale. - Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altri membri dell'equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza che se ne accorgano, e per educarli come si deve.

- Cosa, cosa? - fece il professore. - Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini?

- Mica tanto. Primo, non li abituate all'idea che dovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnate loro che sono cittadini dell'universo; terzo, non insegnate loro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste; quarto...

- Scusi comandante, - lo interruppe la signora Luisa, - come si chiama di cognome quel vostro Gino?

- Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. Gino Tibolla.

- Ma sono io! - saltò su il figlio del professore. Urrà,

- Urrà che cosa? - esclamò la signora Luisa. - Non crederai che tuo padre e io ti permetteremo...

- Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino.

- Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potrò tornare a casa anch'io.

- E l'uovo? -domandò con un sospiro la sorellina di Gino.

- Ma lo mangiamo subito, naturalmente.

E così fu fatto.

Il pulcino cosmico. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

sabato 2 gennaio 2010

Filastrocca di capodanno.

Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l'anno:
voglio un gennaio col sole d'aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

Filastrocca di capodanno. (Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra)

martedì 29 dicembre 2009

22 dicembre 2009. Io comunque questa non la dimenticherò mai! Ovvero Fiocco di neve e la neve.



Neve. Neve. Neve. Quattro ore per percorrere pochi chilometri e tornare verso casa. Sono oramai le otto e mezza di sera e sono stanca ma attorno a me c'è silenzio e solo neve. Invitante neve. Appena caduta dal cielo. M'illumino e decido che sarebbe degna conclusione di questa stramba giornata giocare a palle di neve. "Almeno mi diverto un po'" penso, "E poi tutta questa neve fresca e candida, chissà quando mi ricapita". Il flusso dei pensieri continua, "voglio giocare a palle di neve ho un nipote di sette anni e mezzo... giocare a palle di neve piace a tutti i bambini". Abbandono (in un simil parcheggio) la macchina in mezzo alla strada, sotto casa di MammYX e salgo velocemente le scale tutta emozionata, già ci immagino... tutti bianchi, bagnati, accaldati e sorridenti... Suono alla porta e mi apre Hulko. Lo sommergo di parole.
- "...traffico...macchina... tutto bianco.. tantissima neve.. dai scendiamo a giocare. Andiamo a giocare a palle di neve?"
- "Ma zia io ti stavo per offrire qualcosa di caldo!" ?!??? esci dal corpo di mio nipote, allontano il pensiero e dico... con ancora una fievole speranza
- "Cosa?"
- "Ma zia io ti stavo per offrire una tisana calda..."
Serve precisare che ho bevuto un'ottima tisana calda al finocchio e liquirizia prima di risalire in auto per tornare a casa?!?
E poi... in fondo... tanto magari il prossimo anno nevica di nuovo! :-S

Fiocco di neve è il soprannome che avevo assegnato al mio dolce e pallido nipotino quando un po' raffreddato un Natale di tre o quattro anni fa è arrivato con un maglioncino a dolcevita color panna... Per me sarà sempre questo. Un piccolo e sicuramente unico fiocco di neve.


La foto è stata gentilmente ;-) rubata a Rosella (http://www.facebook.com/photo.php?pid=4739933&id=531801415)

sabato 19 dicembre 2009

sms che colpiscono al cuore. anche con meno di 140 caratteri!



"Io sto cambiando le mie matite invece mia mamma sta lavorando al computer"
il primo sms digitato dalle ditina paffuttelle del mio adorato Hulko.
e tutto per me!

venerdì 18 dicembre 2009

Una babysitter da favola (Need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 9

Una volta, a Busto Arsizio, la gente era preoccupata perché i bambini rompevano tutto. Non parliamo delle suole delle scarpe, dei pantaloni e delle cartelle scolastiche: rompevano i vetri giocando alla palla, rompevano i piatti a tavola e i bicchieri al bar, e non rompevano i muri solo perché non avevano martelli a disposizione.
I genitori non sapevano più cosa fare e cosa dire e si rivolsero al sindaco.
- Mettiamo una multa? - propose il sindaco.
- Grazie tante, - esclamarono i genitori,
- e poi la paghiamo con i cocci.
Per fortuna da quelle parti ci sono molti ragionieri. Ce n'è uno ogni tre persone e tutti ragionano benissimo. Meglio di tutti ragionava il ragionier Gamberoni, un vecchio signore che aveva molti nipoti e quindi in fatto di cocci aveva una vasta esperienza. Egli prese carta e matita e fece il conto dei danni che i bambini di Busto Arsizio cagionavano fracassando tanta bella e buona roba a quel modo.
Risultò una somma spaventevole: millanta tamanta quattordici e trentatre.
- Con la metà di questa somma, - dimostrò il ragionier Gamberoni, - possiamo costruire un palazzo da rompere e obbligare i bambini a farlo a pezzi: se non guariscono con questo sistema non guariscono più.
La proposta fu accettata, il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due dieci. Era alto sette piani, aveva novantanove stanze, ogni stanza era piena di mobili e ogni mobile zeppo di stoviglie e soprammobili, senza contare gli specchi e i rubinetti. Il giorno dell'inaugurazione a tutti i bambini venne consegnato un martello e a un segnale del sindaco le porte del palazzo da rompere furono spalancate.
Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l'ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva - mai non sia! -lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l'esercito di Attila e fracassavano a martellate quanto incontravano sul loro cammino. I colpi si udivano in tutta la Lombardia e in mezza Svizzera. Bambini alti come la coda di un gatto si erano attaccati ad armadi grossi come incrociatori e li demolirono scrupolosamente fino a lasciare una montagna di trucioli. Infanti dell' asilo, belli e graziosi nei loro grembiulini rosa e celesti, pestavano diligentemente i servizi da caffè riducendoli in polvere finissima, con la quale si incipriavano il viso. Alla fine del primo giorno non era rimasto un bicchiere sano. Alla fine del secondo giorno scarseggiavano le sedie. Il terzo giorno i bambini affrontarono i muri, cominciando dall'ultimo piano, ma quando furono arrivati al quarto, stanchi morti e coperti di polvere come i soldati di Napoleone nel deserto, piantarono baracca e burattini, tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena. Ormai si erano davvero sfogati e non provavano più gusto a rompere nulla, di colpo erano diventati delicati e leggeri come farfalle e avreste potuto farli giocare al calcio su un campo di bicchieri di cristallo che non ne avrebbero scheggiato uno solo.
Il ragionier Gamberoni fece i conti e dimostrò che la città di Busto Arsizio aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.
Quello che restava in piedi del palazzo da rompere, il Comune lasciò liberi i cittadini di farne quel che volevano. Allora si videro certi signori con cartella di cuoio e occhiali a lenti bifocali - magistrati, notai, consiglieri delegati - armarsi di martello e correre a demolire una parete o a smantellare una scala, picchiando tanto di gusto che ad ogni colpo si sentivano ringiovanire.
- Piuttosto che litigare con la moglie, dicevano allegramente, - piuttosto di spaccare i portacenere e i piatti del servizio buono, regalo della zia Marina ...
E giù martellate.
Al ragionier Gamberoni, in segno di gratitudine, la città di Busto Arsizio decretò una medaglia con un buco d'argento.

Il palazzo da rompere. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

martedì 17 novembre 2009

Una babysitter da favola (Need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 8

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese dove gli spigoli delle case erano rotondi, e i tetti non finivano a punta ma con una gobba dolcissima. Lungo la strada correva una siepe di rose e a Giovannino venne li per li l'idea di infilarsene una all' occhiello. Mentre coglieva la rosa faceva molta attenzione a non pungersi con le spine, ma si accorse subito che le spine non pungevano mica, non avevano punta e parevano di gomma, e facevano il solletico alla mano.
- Guarda, guarda, - disse Giovannino ad alta voce.
Di dietro la siepe si affacciò una guardia municipale, sorridendo.
- Non lo sapeva che è vietato cogliere le rose?
- Mi dispiace, non ci ho pensato.
- Allora pagherà soltanto mezza multa, - disse la guardia, che con quel sorriso avrebbe potuto benissimo essere l' omino di burro che portava Pinocchio al Paese dei Balocchi. Giovannino osservò che la guardia scriveva la multa con una matita senza punta, e gli scappò di dire:
- Scusi, mi fa vedere la sua sciabola?
- Volentieri, - disse la guardia. E naturalmente nemmeno la sciabola aveva la punta.
- Ma che paese è questo? - domandò Giovannino. - Il Paese senza punta, - rispose la guardia, con tanta gentilezza che le sue parole si dovrebbero scrivere tutte con la lettera maiuscola.
- E per i chiodi come fate?
- Li abbiamo aboliti da un pezzo, facciamo tutto con la colla. E adesso, per favore, mi dia due schiaffi ..
Giovannino spalancò la bocca come se dovesse inghiottire una torta intera.
- Per carità, non voglio mica finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale. I due schiaffi, semmai, dovrei riceverli, non darli.
- Ma qui usa cosi, - spiegò gentilmente la guardia, - per una multa intera quattro schiaffi, per mezza multa due soli.
- Alla guardia?
- Alla guardia.
- Ma è ingiusto, è terribile.
- Certo che è ingiusto, certo che è terribile, - disse la guardia. - La cosa è tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge. Su, mi dia quei due schiaffi, e un' altra volta stia più attento.
- Ma io non le voglio dare nemmeno un buffetto sulla guancia: le farò una carezza, invece.
- Quand' è cosi, - concluse la guardia, - dovrò riaccompagnarla alla frontiera.
E Giovannino, umiliatissimo, fu costretto ad abbandonare il Paese senza punta. Ma ancor oggi sogna di poterci tornare, per viverci nel più gentile dei modi, in una bella casetta col tetto senza punta.

Il Paese senza punta. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

lunedì 9 novembre 2009

un due tre, il cecio commuove la zia.

due lunghe settimane a colpi d'influenza
il babbo, il cecio, la mamma anche di più
appesa alla cornetta la forzata lontananza:
insomma, zia. mi manchi proprio, tu.