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sabato 20 aprile 2013
Buon Anniversario NHV!
Quattro anni dal primo post. Qualcosa di più da quando prendeva forma l'idea. In mezzo fiumi di parole, immagini, pensieri, lacrime e sorrisi. Ci sono post che ho scritto piangendo. Molti altri invece mi hanno divertita. Un blog è quanto di più vicino ci sia ad un diario ma ancor più somiglia ad una telefonata con l'amica del cuore. Quanto tempo passato a picchiettare sui tasti, gli occhi strizzati e il formicolio alle natiche. Quante soddisfazioni. Quante nuove amicizie. Virtuali per lo più ma per l'intensità dei commenti ricevuti ho finito con il figurarne i volti. Ci ha raccolti intorno al tavolo, pardon allo schermo. Colorati, improvvisati e tenaci blogger. Ma si sa è necessario essere anche un buon lettore per essere una buona penna e leggere richiede pari dedizione dello scrivere, disegnare, colorare e fotografare. Così per ogni buco nel nostro blog c'è una pagina letta in più nel blog di qualcun altro.
La stessa goliardia di una serata fra amici. Resterà il nostro blog e continuerà a vivere fintanto che ci permetterà di evadere. Insieme o in solitaria.
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mercoledì 12 ottobre 2011
Ho rubato un altro post a un'altra mamma!
Dolce, salato o bollicine: il negozio dove ogni donna è una storia.
Ci passo spesso, davanti a questo negozio, da quando abito qui. È piccolino, ad una sola luce, e da fuori non si vede bene l’interno. Ha una vetrina, piccolina anche lei, che è una specie di vetrina delle meraviglie. Solo che per anni, passandoci davanti, io in quella vetrina ci ho sbirciato e basta, quasi mi vergognavo di fermarmici davanti. È un negozio di lingerie. Ma non pensate a cose come Intimissimi o Tezenis, niente a che vedere, anni luce di distanza, come paragonare un negozio di design con una ferramenta. Quella vetrina, per esempio. Ci sono i sogni di ogni donna (con gli ormoni a posto) che ha voglia di sentirsi femmina, ogni tanto. Mesi fa, durante un periodo un po’ difficile, è successo, tra le altre cose, che aprendo il mio cassetto della biancheria mi è venuto da pensare che sembrava quello di una clarissa, e ho deciso che era giunto il momento di fermarmi davanti a quella vetrina. (Ovviamente, c’è sempre un motivo preciso per cui una donna decide di fermarsi davanti a una vetrina di lingerie – o anche di scarpe, il tema è lo stesso. Il mio, ovviamente, non lo racconterò qui).
Ci sono passata davanti e mi sono incantata a guardare una guepière. Sono arrossita e me la sono squagliata. La seconda volta ho pensato che magari socializzando la cosa potevo farcela, e ho mostrato la guepière a Emanuela, che, non essendo scema come me, ha espresso tutti i suoi pensieri al riguardo e mi ha costretto ad indugiare davanti alla vetrina. Il ghiaccio era rotto.
La terza volta nel negozio ci sono entrata. La proprietaria, Annamaria, stava servendo una cliente, una signora di una certa età, e lo faceva in un modo che raramente ho visto in giro. Le stava raccontando una storia, la sua storia – quella della cliente. E quando si è resa conto della mia presenza si è interrotta. Quella storia, però, non doveva essere molto interessante, perché Annamaria mi ha guardato e ha affrettato i tempi, chiedendomi genericamente che cosa stessi cercando. Io ero piuttosto guardinga. Oltre al negozio strapieno di cose e ammobiliato in modo che definire particolare non descrive niente, mi aveva colpito e terrorizzato il camerino di prova, davanti al quale una tenda rosa molto leziosa rimaneva un po’ aperta da una parte. “E io dovrei spogliarmi lì dentro, praticamente sotto gli occhi della sciura? Fossi matta”. Ma il treno era partito, e non potevo certo fermarlo adesso.
Ho fatto una richiesta molto tranquilla (no, non la guepière) e la signora Annamaria ha iniziato a tirar fuori cose, chiedendomi giusto due o tre dettagli. Senza fretta, il piccolo banco si è riempito di meraviglie che andavano bel al di là di quello che avevo chiesto io. La cliente di una certa età nel frattempo aveva fatto la sua scelta ed era uscita dal camerino. Lasciandolo a me.
All’inizio cercavo di mettermi in modo da non farmi vedere da fuori, ma a un certo punto sento la voce di Annamaria che mi fa: “Allora, come va? Si giri, che la guardo io”. Ah, ecco a cosa serve la tenda aperta da una parte. Scema che sono. “Abbia un attimo di pazienza”, mi fa, e congeda la cliente che era dentro prima di me. Poi si affaccia nel camerino.
“L’ho capito, sa, che lei mi ha chiesto una cosa e ne voleva un’altra. Chi entra e cerca le cose che le ho dato da provare ha un motivo. E il suo deve essere…”. E mi ha raccontato una storia, la mia, quella che mi aveva portato lì dentro. Trascurando solo qualche dettaglio che proprio non poteva conoscere.
“Che non le venga in mente di indossare questo in un modo diverso da…” – ed ecco che Annamaria mi descrive il mondo del capetto che ho addosso in quel momento: la situazione, l’atmosfera, la musica, il prima, durante e dopo, il perché. E allora io nello specchio vedevo una storia, non un capetto. Questo per ognuno dei capetti.
La mia prima visita al negozio di Annamaria è durata un’ora e un quarto. Durante la quale ho provato molti capetti, ho fatto molte parole, ho imparato molte cose, ho capito che ciascuno degli oggetti di quel negozio è una storia, e che anche ogni donna in quel negozio è una storia: il ruolo della signora Annamaria è far incontrare le storie dei capi che vende con quelle delle donne che li indosseranno. Tutte queste donne, intanto che sono lì dentro, si sentono bellissime. Io mi sono sentita bellissima. E questo non ha prezzo. Il completino che mi sono portata a casa, invece, un prezzo ce l’aveva, e anche bello salato. Come un paio di sedute di analisi.
Ho raccontato questa storia ad alcune amiche, che si sono prenotate per una visita guidata dalla signora Annamaria. Stamattina ci sono tornata, nel negozio delle meraviglie, per comprare un costume (in saldo, eh). Giacché c’ero però ho incontrato una storia in forma di completino, e me la sono presa (stavolta però non ho speso come l’altra volta. C’è da dire che la storia di oggi era assai meno pesa di quella di qualche mese fa). E ho detto alla signora che avrei scritto un post su di lei e sul suo negozio, e anche che prima o poi le porterò le mie amiche. “Mi faccia sapere quando venite, e mi dica anche qualcosa di loro, che vi organizzo una cosa su misura. E mi dica l’ora, mi raccomando, così decido se farvi trovare dolce, salato o bollicine”.
Bene, adesso lo sapete. Le prenotazioni sono aperte.
Per info: il negozio Intimo Annamaria si trova in via Crema 8, zona Porta Romana, a Milano. Lo riconoscete dalla vetrina. (Mi corre l’obbligo di specificare che non sono pagata dalla signora Annamaria, anzi, le faccio delle belle strisciate. Ma è così bello stare lì che non posso tenermelo per me).
mammaincorriera.blogspot.com
Da questo post è nata un'idea e un altro blog... ma questa è un'altra storia...
Io non ho resistito. Sono andata a curiosare...
http://www.lettigemelli.it/
Ci passo spesso, davanti a questo negozio, da quando abito qui. È piccolino, ad una sola luce, e da fuori non si vede bene l’interno. Ha una vetrina, piccolina anche lei, che è una specie di vetrina delle meraviglie. Solo che per anni, passandoci davanti, io in quella vetrina ci ho sbirciato e basta, quasi mi vergognavo di fermarmici davanti. È un negozio di lingerie. Ma non pensate a cose come Intimissimi o Tezenis, niente a che vedere, anni luce di distanza, come paragonare un negozio di design con una ferramenta. Quella vetrina, per esempio. Ci sono i sogni di ogni donna (con gli ormoni a posto) che ha voglia di sentirsi femmina, ogni tanto. Mesi fa, durante un periodo un po’ difficile, è successo, tra le altre cose, che aprendo il mio cassetto della biancheria mi è venuto da pensare che sembrava quello di una clarissa, e ho deciso che era giunto il momento di fermarmi davanti a quella vetrina. (Ovviamente, c’è sempre un motivo preciso per cui una donna decide di fermarsi davanti a una vetrina di lingerie – o anche di scarpe, il tema è lo stesso. Il mio, ovviamente, non lo racconterò qui).
Ci sono passata davanti e mi sono incantata a guardare una guepière. Sono arrossita e me la sono squagliata. La seconda volta ho pensato che magari socializzando la cosa potevo farcela, e ho mostrato la guepière a Emanuela, che, non essendo scema come me, ha espresso tutti i suoi pensieri al riguardo e mi ha costretto ad indugiare davanti alla vetrina. Il ghiaccio era rotto.
La terza volta nel negozio ci sono entrata. La proprietaria, Annamaria, stava servendo una cliente, una signora di una certa età, e lo faceva in un modo che raramente ho visto in giro. Le stava raccontando una storia, la sua storia – quella della cliente. E quando si è resa conto della mia presenza si è interrotta. Quella storia, però, non doveva essere molto interessante, perché Annamaria mi ha guardato e ha affrettato i tempi, chiedendomi genericamente che cosa stessi cercando. Io ero piuttosto guardinga. Oltre al negozio strapieno di cose e ammobiliato in modo che definire particolare non descrive niente, mi aveva colpito e terrorizzato il camerino di prova, davanti al quale una tenda rosa molto leziosa rimaneva un po’ aperta da una parte. “E io dovrei spogliarmi lì dentro, praticamente sotto gli occhi della sciura? Fossi matta”. Ma il treno era partito, e non potevo certo fermarlo adesso.
Ho fatto una richiesta molto tranquilla (no, non la guepière) e la signora Annamaria ha iniziato a tirar fuori cose, chiedendomi giusto due o tre dettagli. Senza fretta, il piccolo banco si è riempito di meraviglie che andavano bel al di là di quello che avevo chiesto io. La cliente di una certa età nel frattempo aveva fatto la sua scelta ed era uscita dal camerino. Lasciandolo a me.
All’inizio cercavo di mettermi in modo da non farmi vedere da fuori, ma a un certo punto sento la voce di Annamaria che mi fa: “Allora, come va? Si giri, che la guardo io”. Ah, ecco a cosa serve la tenda aperta da una parte. Scema che sono. “Abbia un attimo di pazienza”, mi fa, e congeda la cliente che era dentro prima di me. Poi si affaccia nel camerino.
“L’ho capito, sa, che lei mi ha chiesto una cosa e ne voleva un’altra. Chi entra e cerca le cose che le ho dato da provare ha un motivo. E il suo deve essere…”. E mi ha raccontato una storia, la mia, quella che mi aveva portato lì dentro. Trascurando solo qualche dettaglio che proprio non poteva conoscere.
“Che non le venga in mente di indossare questo in un modo diverso da…” – ed ecco che Annamaria mi descrive il mondo del capetto che ho addosso in quel momento: la situazione, l’atmosfera, la musica, il prima, durante e dopo, il perché. E allora io nello specchio vedevo una storia, non un capetto. Questo per ognuno dei capetti.
La mia prima visita al negozio di Annamaria è durata un’ora e un quarto. Durante la quale ho provato molti capetti, ho fatto molte parole, ho imparato molte cose, ho capito che ciascuno degli oggetti di quel negozio è una storia, e che anche ogni donna in quel negozio è una storia: il ruolo della signora Annamaria è far incontrare le storie dei capi che vende con quelle delle donne che li indosseranno. Tutte queste donne, intanto che sono lì dentro, si sentono bellissime. Io mi sono sentita bellissima. E questo non ha prezzo. Il completino che mi sono portata a casa, invece, un prezzo ce l’aveva, e anche bello salato. Come un paio di sedute di analisi.
Ho raccontato questa storia ad alcune amiche, che si sono prenotate per una visita guidata dalla signora Annamaria. Stamattina ci sono tornata, nel negozio delle meraviglie, per comprare un costume (in saldo, eh). Giacché c’ero però ho incontrato una storia in forma di completino, e me la sono presa (stavolta però non ho speso come l’altra volta. C’è da dire che la storia di oggi era assai meno pesa di quella di qualche mese fa). E ho detto alla signora che avrei scritto un post su di lei e sul suo negozio, e anche che prima o poi le porterò le mie amiche. “Mi faccia sapere quando venite, e mi dica anche qualcosa di loro, che vi organizzo una cosa su misura. E mi dica l’ora, mi raccomando, così decido se farvi trovare dolce, salato o bollicine”.
Bene, adesso lo sapete. Le prenotazioni sono aperte.
Per info: il negozio Intimo Annamaria si trova in via Crema 8, zona Porta Romana, a Milano. Lo riconoscete dalla vetrina. (Mi corre l’obbligo di specificare che non sono pagata dalla signora Annamaria, anzi, le faccio delle belle strisciate. Ma è così bello stare lì che non posso tenermelo per me).
mammaincorriera.blogspot.com
Da questo post è nata un'idea e un altro blog... ma questa è un'altra storia...
Io non ho resistito. Sono andata a curiosare...
http://www.lettigemelli.it/
sabato 3 settembre 2011
Consigli per il nuovo anno scolastico
Consigli per il nuovo anno scolastico
Estate. Anzi, fine estate. Pochi giorni e torniamo tutti sui banchi di
scuola, chi da una parte, chi dall'altra. Ed allora ecco una piccola
lista di suggerimenti per chi insegna, senza pretese o altro; sono
solo tecniche sperimentate sul campo per migliorare il dialogo
educativo.
1. Al rientro delle vacanze per prima cosa controllare i compiti delle
vacanze, inventandosene di non dati, facendo una scenata furiosa a
tutta la classe per la loro negligenza nel non averli fatti (per
forza, sono inventati li per li) e sottolineando il fatto che si parte
con il piede sbagliato. Distribuire due a caso o in ordine di
antipatia.
2. All'ingresso in classe entrare sbattendo la porta e buttando la
borsa sulla cattedra (mai il viceversa), anche se siete di ottimo
umore. Passare poi i primi cinque minuti scuotendo la testa con fare
disperato e guardando un punto all'infinito. Poi fare come se nulla
fosse.
3. Mantenere un certo livello di apprensione entrando in classe e
dichiarando "oggi spiego". Aspettare circa 10 secondi, il tempo per i
sospiri di sollievo, e poi chiedere se ci sono volontari per
l'interrogazione, scorrendo nel contempo lo sguardo sul registro come
alla ricerca di qualcuno da interrogare. Non dare tempo di realizzare
(questo e' un punto focale) e far disporre i banchi come per una
verifica scritta. Passati altri 10 secondi e consolidato il panico nei
loro volti, iniziare a spiegare come annunciato all'inizio. Ripetere
piu' volte al giorno, se necessario.
4. Entrare in classe con aria tetra e senza dir nulla tirare fuori un
libro in pessime condizioni e declamare con voce stentorea una poesia
dal libro in questione. Deve essere qualcosa di veramente triste e
melanconico, tipo una qualsiasi poesia sulla morte o sul vuoto o sulla
cecita' di Borges (per esempio Elogio dell'ombra). Aspettare circa 10
secondi che il suono della voce si smorzi e le facce dei ragazzi siano
raggelate in uno sguardo di disagio e tristezza e poi iniziare a
ridacchiare in modo scomposto (alla Spongebob per intendersi)
esclamando "che cagata!"
5. Fischiettare motivetti allegri durante qualsiasi operazione
didattica che susciti apprensione (test, verifiche, interrogazioni).
Se a disposizione un bastone (va bene anche un ombrello) rotearlo in
modo plateale o farlo stare in bilico sulla punta del piede, sempre in
suddetti momenti di apprensione.
6. Durante le verifiche scritte passeggiare amabilmente tra i banchi,
sbirciare da sopra le spalle e ridacchiare sommessamente. Allo sguardo
interrogativo e giustamente preoccupato dell'allievo o dell'allieva
rispondere con un'alzata di spalle ed una frase del tipo "no no, non
dico nulla, se sei sicuro vai pure avanti per quella strada". Sempre
soffocando una risatina, possibilmente. Ovviamente il tutto senza aver
minimamente letto una riga della verifica dello studente.
7. Per i prof di matematica utilizzare spesso la dimostrazione per
intimidazione esordendo con "e' banale dimostrare che .. ". Con questa
semplice frase e' possibile sdoganare le piu' incredibili panzane
matematiche senza che nessuno si azzardi a contraddirvi. Provare anche
con affermazioni palesemente false ("E' banale dimostrare che ciascun
numero pari e' anche dispari"), inframmezzando di tanto in tanto anche
con affermazioni vere per non sminuire questo potente mezzo di
dimostrazione.
8. Fornire i voti utilizzando una simbologia totalmente inventata.
Tipo "esperia" per il 9, "cagotto" per il 3 e cosi' via.
9. Di tanto in tanto passare dall'italiano all'alfabeto farfallino,
specialmente se in una fase delicata della lezione.
10. Avvertire gli studenti che il giorno dopo ci saranno
interrogazioni usando, come criterio, una sequenza dal nome evocativo,
ma totalmente inventato. Tipo "Ragazzi, preparatevi che domani
interrogo. Seguiro' la sequenza di Pasher per decidere chi
interrogare. Buona giornata"
11. Per i prof. di matematica, terminare ogni dimostrazione alla
lavagna con un suono onomatopeico, tipo "tada'".
12. Sempre per i prof di matematica effettuare alcune dimostrazioni, a
caso, dal basso verso l'alto e da destra verso sinistra. Alle domande
perplesse rispondere che si sta usando la notazione inversa ungherese
e che chi non sa cosa sia sarebbe il caso che lo scoprisse.
13. Almeno una volta a quadrimestre entrare dalla finestra anziche'
dalla porta, specie se si sta al secondo o terzo piano.
14. Ad inizio anno tirare a sorte i cognomi e riassegnarli
casualmente. Segnarsi la nuova assegnazione dei cognomi che poi se no
e' un casino.
15 Se possibile cambiare il proprio appellativo una volta a settimana,
comunicandolo di lunedi. "Bene ragazzi, questa settimana per voi saro'
Mr.Xerox". Infliggere esemplari punizioni a chi usa appellativi non
conformi a quello da voi comunicato.
16. Far scrivere sul libretto personale scempiaggini di ogni tipo, in
modo che a casa non si capisca piu' cosa sia vero o cosa sia falso.
Cose tipo "Lo studente e' pregato di presentarsi martedi mattina in
tenuta antisommossa".
17. Sostituire, dove presente, la foto del Presidente della Repubblica
con quella di Homer Simpson e poi dare la colpa ai ragazzi piantando
un casino.
18. Pretendere che i ragazzi si alzino in piedi ad un vostro gesto
prestabilito (possibilmente cambiato di settimana in settimana, vedi
punto 15). Chi, all'esecuzione del gesto, non si alza in piedi,
ricevera' una nota. Usare gesti poco percepibili, tipo tre colpi di
tosse in sequenza, una dilatazione asimmetrica delle narici,
pronunciare la parola "seduti" (quest'ultima e' terribile).
il prof bicromatico
Estate. Anzi, fine estate. Pochi giorni e torniamo tutti sui banchi di
scuola, chi da una parte, chi dall'altra. Ed allora ecco una piccola
lista di suggerimenti per chi insegna, senza pretese o altro; sono
solo tecniche sperimentate sul campo per migliorare il dialogo
educativo.
1. Al rientro delle vacanze per prima cosa controllare i compiti delle
vacanze, inventandosene di non dati, facendo una scenata furiosa a
tutta la classe per la loro negligenza nel non averli fatti (per
forza, sono inventati li per li) e sottolineando il fatto che si parte
con il piede sbagliato. Distribuire due a caso o in ordine di
antipatia.
2. All'ingresso in classe entrare sbattendo la porta e buttando la
borsa sulla cattedra (mai il viceversa), anche se siete di ottimo
umore. Passare poi i primi cinque minuti scuotendo la testa con fare
disperato e guardando un punto all'infinito. Poi fare come se nulla
fosse.
3. Mantenere un certo livello di apprensione entrando in classe e
dichiarando "oggi spiego". Aspettare circa 10 secondi, il tempo per i
sospiri di sollievo, e poi chiedere se ci sono volontari per
l'interrogazione, scorrendo nel contempo lo sguardo sul registro come
alla ricerca di qualcuno da interrogare. Non dare tempo di realizzare
(questo e' un punto focale) e far disporre i banchi come per una
verifica scritta. Passati altri 10 secondi e consolidato il panico nei
loro volti, iniziare a spiegare come annunciato all'inizio. Ripetere
piu' volte al giorno, se necessario.
4. Entrare in classe con aria tetra e senza dir nulla tirare fuori un
libro in pessime condizioni e declamare con voce stentorea una poesia
dal libro in questione. Deve essere qualcosa di veramente triste e
melanconico, tipo una qualsiasi poesia sulla morte o sul vuoto o sulla
cecita' di Borges (per esempio Elogio dell'ombra). Aspettare circa 10
secondi che il suono della voce si smorzi e le facce dei ragazzi siano
raggelate in uno sguardo di disagio e tristezza e poi iniziare a
ridacchiare in modo scomposto (alla Spongebob per intendersi)
esclamando "che cagata!"
5. Fischiettare motivetti allegri durante qualsiasi operazione
didattica che susciti apprensione (test, verifiche, interrogazioni).
Se a disposizione un bastone (va bene anche un ombrello) rotearlo in
modo plateale o farlo stare in bilico sulla punta del piede, sempre in
suddetti momenti di apprensione.
6. Durante le verifiche scritte passeggiare amabilmente tra i banchi,
sbirciare da sopra le spalle e ridacchiare sommessamente. Allo sguardo
interrogativo e giustamente preoccupato dell'allievo o dell'allieva
rispondere con un'alzata di spalle ed una frase del tipo "no no, non
dico nulla, se sei sicuro vai pure avanti per quella strada". Sempre
soffocando una risatina, possibilmente. Ovviamente il tutto senza aver
minimamente letto una riga della verifica dello studente.
7. Per i prof di matematica utilizzare spesso la dimostrazione per
intimidazione esordendo con "e' banale dimostrare che .. ". Con questa
semplice frase e' possibile sdoganare le piu' incredibili panzane
matematiche senza che nessuno si azzardi a contraddirvi. Provare anche
con affermazioni palesemente false ("E' banale dimostrare che ciascun
numero pari e' anche dispari"), inframmezzando di tanto in tanto anche
con affermazioni vere per non sminuire questo potente mezzo di
dimostrazione.
8. Fornire i voti utilizzando una simbologia totalmente inventata.
Tipo "esperia" per il 9, "cagotto" per il 3 e cosi' via.
9. Di tanto in tanto passare dall'italiano all'alfabeto farfallino,
specialmente se in una fase delicata della lezione.
10. Avvertire gli studenti che il giorno dopo ci saranno
interrogazioni usando, come criterio, una sequenza dal nome evocativo,
ma totalmente inventato. Tipo "Ragazzi, preparatevi che domani
interrogo. Seguiro' la sequenza di Pasher per decidere chi
interrogare. Buona giornata"
11. Per i prof. di matematica, terminare ogni dimostrazione alla
lavagna con un suono onomatopeico, tipo "tada'".
12. Sempre per i prof di matematica effettuare alcune dimostrazioni, a
caso, dal basso verso l'alto e da destra verso sinistra. Alle domande
perplesse rispondere che si sta usando la notazione inversa ungherese
e che chi non sa cosa sia sarebbe il caso che lo scoprisse.
13. Almeno una volta a quadrimestre entrare dalla finestra anziche'
dalla porta, specie se si sta al secondo o terzo piano.
14. Ad inizio anno tirare a sorte i cognomi e riassegnarli
casualmente. Segnarsi la nuova assegnazione dei cognomi che poi se no
e' un casino.
15 Se possibile cambiare il proprio appellativo una volta a settimana,
comunicandolo di lunedi. "Bene ragazzi, questa settimana per voi saro'
Mr.Xerox". Infliggere esemplari punizioni a chi usa appellativi non
conformi a quello da voi comunicato.
16. Far scrivere sul libretto personale scempiaggini di ogni tipo, in
modo che a casa non si capisca piu' cosa sia vero o cosa sia falso.
Cose tipo "Lo studente e' pregato di presentarsi martedi mattina in
tenuta antisommossa".
17. Sostituire, dove presente, la foto del Presidente della Repubblica
con quella di Homer Simpson e poi dare la colpa ai ragazzi piantando
un casino.
18. Pretendere che i ragazzi si alzino in piedi ad un vostro gesto
prestabilito (possibilmente cambiato di settimana in settimana, vedi
punto 15). Chi, all'esecuzione del gesto, non si alza in piedi,
ricevera' una nota. Usare gesti poco percepibili, tipo tre colpi di
tosse in sequenza, una dilatazione asimmetrica delle narici,
pronunciare la parola "seduti" (quest'ultima e' terribile).
il prof bicromatico
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domenica 29 maggio 2011
Cara, ho perso il bambino
Riprendo oggi questo post di Layos, che commentava la tragica morte della bambina dimenticata in un parcheggio dal padre. Avrei voluto commentarlo già allora, ma poi me ne è passata la voglia: ho distolto lo sguardo, proprio come dichiara di fare Guido davanti al telegiornale.
Poi la cosa è successa ancora, a distanza di pochi giorni: e anche qui la prima reazione è quella di distogliere lo sguardo, per l'orrore che si prova nei confronti di quei poveri bambini e per il dramma dei padri, a cui credo quasi tutti si sentano istintivamente vicini.
Io quella sensazione che ha provato Guido, quella volontà di rimozione, la conosco bene, me la porto addosso da quasi dodici anni: anche io mi sono dimenticato mio figlio in macchina.
Era il 31 dicembre 1999, Nichita aveva nove mesi. Quel giorno bisognava preparare la festa per il nuovo millennio, che magari non era il nuovo millennio ma lo consideravamo tale comunque. Io e il mio amico Gatto la mattina andammo alla Metro, a fare la spesa del pesce (saremmo stati una dozzina abbondante di persone, a casa dei miei, che era libera e -soprattutto- capiente); poi portammo a casa dei miei il pesce e ci sedemmo a tavole, dove mia madre ci servì le boghe fritte.
Le boghe sono un pesce squisito ma spinosissimo: e una spina mi si conficcò dentro una tonsilla. Cercai di togliermela da solo, ma non riuscendoci andai al San Giuseppe, dove nella sala d'attesa del Pronto soccorso c'era una bolgia infernale, a causa di un'epidemia di influenza che girava in quei giorni.
Fui fortunato, perché l'otorino era già lì, e dopo una ventina di minuti ero già fuori, A quel punto avevo il tempo per andar a cambiare l'alimentatore della nuova telecamera, che si era rotto in due giorni: dovevo andare alla Moroelettrica, che ancora esisteva, e non so neppure io perché decisi di portarmi dietro Nichita: credo che non ce ne fosse alcun bisogno, ma volevo stare con lui.
Arrivai in via Ludovico il Moro, parcheggiai la macchina e andai a cambiare quell'alimentatore del cazzo. Fu una cosa lunga: ci misi forse non un'ora ma quasi.
Uscii dal negozio, bello contento con il mio alimentatore, entrai in macchina e solo in quel momento vidi il bambino, che dormiva beato.
Mi passarono davanti agli occhi tutte le possibilità che ben potete immaginare: avrei potuto trovare una pattuglia di vigili o di polizia, che mi avrebbe probabilmente denunciato per abbandono di minore; avrei potuto trovare la macchina (che spesso lasciavo aperta, e quella volta lo era) vuota; avrei potuto trovare il bambino cianotico per il freddo; o peggio.
Dell'accaduto non ne ho mai parlato con nessuno, neppure con sua madre: quel fatto me lo sono tenuto dentro per tanti anni ben consapevole, allo stesso tempo, della gravità del fatto e della mia assoluta assenza di colpa.
Non che dal punto di vista penale la colpa (nella forma della "negligenza") non ci sia, sia chiaro. Ma so, per averlo provato sulla mia pelle, che neppure per un secondo ero stato sfiorato dal dubbio di dove fosse mio figlio; che neppure nel più remoto inconscio desideravo meno della più grande delle felicità per lui e che quel giorno non avevo alcun impegno che mi pressasse e distogliesse la mia mente.
L'unica spiegazione che mi sono dato, a posteriori, è che nella nostra vita entriamo spesso in modalità pilota automatico: compiamo i gesti della nostra vita quotidiana semza pensarci, proprio come non abbiamo bisogno di pensare a quale sia il pedale del freno quando arriviamo nei pressi di un semaforo rosso.
Non è questione di logorio della vita moderna, non è questione di vita multitasking né di frenesia della società d'oggi: è semplicemente la nostra natura che ci costringe a fare così, forse per risparmiare energie mentali da dedicare ad altre occupazioni più importanti come la caccia al bisonte o la risposta all'ennesima mail del capo deficiente.
Ogni sera, subito prima di addormentarmi (e spesso lo faccio in letti che non sono sotto lo stesso tetto sotto il quale dorme Nichita), quand'anche fossi completamente ubriaco o fumato o avessi la febbre a 42°, mi faccio il riassunto della giornata, mi concentro su dove sia mio figlio in quel momento, sulla necessità che il giorno dopo lo debba accompagnare o meno a scuola, e via discorrendo. Fino a quando non ho preso quest'abitudine , questo rito che celebro pochi attimi prima di dormire, mi succedeva abbastanza spesso di svegliarmi nella notte con l'ansia di non sapere dove egli fosse, e ci mettevo un bel po' a rendermi conto che era in camera sua, o magari in vacanza con mia sorella; e nel frattempo vivevo un'angoscia indescrivibile.
thanks to m.fisk
Poi la cosa è successa ancora, a distanza di pochi giorni: e anche qui la prima reazione è quella di distogliere lo sguardo, per l'orrore che si prova nei confronti di quei poveri bambini e per il dramma dei padri, a cui credo quasi tutti si sentano istintivamente vicini.
Io quella sensazione che ha provato Guido, quella volontà di rimozione, la conosco bene, me la porto addosso da quasi dodici anni: anche io mi sono dimenticato mio figlio in macchina.
Era il 31 dicembre 1999, Nichita aveva nove mesi. Quel giorno bisognava preparare la festa per il nuovo millennio, che magari non era il nuovo millennio ma lo consideravamo tale comunque. Io e il mio amico Gatto la mattina andammo alla Metro, a fare la spesa del pesce (saremmo stati una dozzina abbondante di persone, a casa dei miei, che era libera e -soprattutto- capiente); poi portammo a casa dei miei il pesce e ci sedemmo a tavole, dove mia madre ci servì le boghe fritte.
Le boghe sono un pesce squisito ma spinosissimo: e una spina mi si conficcò dentro una tonsilla. Cercai di togliermela da solo, ma non riuscendoci andai al San Giuseppe, dove nella sala d'attesa del Pronto soccorso c'era una bolgia infernale, a causa di un'epidemia di influenza che girava in quei giorni.
Fui fortunato, perché l'otorino era già lì, e dopo una ventina di minuti ero già fuori, A quel punto avevo il tempo per andar a cambiare l'alimentatore della nuova telecamera, che si era rotto in due giorni: dovevo andare alla Moroelettrica, che ancora esisteva, e non so neppure io perché decisi di portarmi dietro Nichita: credo che non ce ne fosse alcun bisogno, ma volevo stare con lui.
Arrivai in via Ludovico il Moro, parcheggiai la macchina e andai a cambiare quell'alimentatore del cazzo. Fu una cosa lunga: ci misi forse non un'ora ma quasi.
Uscii dal negozio, bello contento con il mio alimentatore, entrai in macchina e solo in quel momento vidi il bambino, che dormiva beato.
Mi passarono davanti agli occhi tutte le possibilità che ben potete immaginare: avrei potuto trovare una pattuglia di vigili o di polizia, che mi avrebbe probabilmente denunciato per abbandono di minore; avrei potuto trovare la macchina (che spesso lasciavo aperta, e quella volta lo era) vuota; avrei potuto trovare il bambino cianotico per il freddo; o peggio.
Dell'accaduto non ne ho mai parlato con nessuno, neppure con sua madre: quel fatto me lo sono tenuto dentro per tanti anni ben consapevole, allo stesso tempo, della gravità del fatto e della mia assoluta assenza di colpa.
Non che dal punto di vista penale la colpa (nella forma della "negligenza") non ci sia, sia chiaro. Ma so, per averlo provato sulla mia pelle, che neppure per un secondo ero stato sfiorato dal dubbio di dove fosse mio figlio; che neppure nel più remoto inconscio desideravo meno della più grande delle felicità per lui e che quel giorno non avevo alcun impegno che mi pressasse e distogliesse la mia mente.
L'unica spiegazione che mi sono dato, a posteriori, è che nella nostra vita entriamo spesso in modalità pilota automatico: compiamo i gesti della nostra vita quotidiana semza pensarci, proprio come non abbiamo bisogno di pensare a quale sia il pedale del freno quando arriviamo nei pressi di un semaforo rosso.
Non è questione di logorio della vita moderna, non è questione di vita multitasking né di frenesia della società d'oggi: è semplicemente la nostra natura che ci costringe a fare così, forse per risparmiare energie mentali da dedicare ad altre occupazioni più importanti come la caccia al bisonte o la risposta all'ennesima mail del capo deficiente.
Ogni sera, subito prima di addormentarmi (e spesso lo faccio in letti che non sono sotto lo stesso tetto sotto il quale dorme Nichita), quand'anche fossi completamente ubriaco o fumato o avessi la febbre a 42°, mi faccio il riassunto della giornata, mi concentro su dove sia mio figlio in quel momento, sulla necessità che il giorno dopo lo debba accompagnare o meno a scuola, e via discorrendo. Fino a quando non ho preso quest'abitudine , questo rito che celebro pochi attimi prima di dormire, mi succedeva abbastanza spesso di svegliarmi nella notte con l'ansia di non sapere dove egli fosse, e ci mettevo un bel po' a rendermi conto che era in camera sua, o magari in vacanza con mia sorella; e nel frattempo vivevo un'angoscia indescrivibile.
thanks to m.fisk
lunedì 18 aprile 2011
ma guarda cosa ti combinano le amiche delle amiche...
Ambra sei bravissima! :-)
Quante volte capita di avere ospiti all'ultimo minuto?? A me spesso!! Allora ecco un piccolo spunto di sicuro successo...si prepara in dieci minuti ed è strepitoso!!!
Perchè ogni cena che si rispetti deve avere il suo dessert...ma io, adesso che l'ho scoperto, penso che me lo preparerò ogni volta che avrò voglia di una coccola speciale...vi ho convinto?? (la ricetta continua su ilgattoghiotto.blogspot.com)

Ecco l'altra creazione per la Pasqua Decora...siate buoni, era il primo esperimento con la pasta di zucchero per cui so che le esperte del settore staranno inorridendo!!!
Io invece sono già abbastanza contenta del mio risultato...secondo me impreziosisce la tavola di Pasqua anche se non è perfetta...e voi? Cosa aspettate a provare? Con i prodotti Decora è tutto più facile...ci riesco pure io!!! (la ricetta continua su ilgattoghiotto.blogspot.com)

To be continued... ilgattoghiotto.blogspot.com
mercoledì 22 settembre 2010
Se ne parla ovunque!
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giovedì 16 settembre 2010
Un altro post "rubato" ;-D
Wish i had more time… but weather would not cooperate!
Moi j’veux crever la main sur le coeur
In ogni momento c’è qualcuno che fugge.
Si fugge dall’amore o dall’odio,dalla guerra intorno o dentro di noi, dalla diversità o dalla normalità.
Si fugge perchè il desiderio non manca di nulla, mentre la vita si.
È così triste e pericoloso – scriveva Deleuze – non poter più sopportare gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, la bocca per inghiottire, il cervello per pensare [...].
Offriamo al mondo la nostra mal sopportazione con i nostri volti.
Pensiamo che il volto sia un prodotto delle nostre speranze o paure, del nostro desiderio o delle sue atroci sconfitte, della nostra insofferenza o sofferenza. Dimentichiamo che è la società che produce i volti.
Il tuo sogno lo si vede sempre sul tuo viso e nei tuoi occhi. Ed esso sussurra pensieri zitti, linguaggio di ogni volto.
E il linguaggio non è la vita, dà ordini alla vita: la vita non parla, ascolta e attende.
La vita è distanza critica tra esseri della stessa specie.
Possiedo solo distanze, oggi.
Nel buio colto dalla paura, un bambino si rassicura canticchiando.
Cammina, si ferma al ritmo della canzone.
Sperduto, si mette al sicuro come può e si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina.
La mia canzoncina è la mia resistenza, vorrei, quando non sarà più possibile resistere, morire con la mano sul cuore.
Ottavopiano :-) spero mi perdonerete "il furto" amici?!??
domenica 20 giugno 2010
Quello che gli invidiosi non dicono, by mammacattiva
Se c'è un buon esercizio per capire i propri limiti è quello di affrontarli, viverli in prima persona e magari prenderli per le corna: per capire se questi limiti sono reali o solo immaginati. E una domanda che spesso mi pongo è "ma io sono una persona invidiosa?" Una di quelle che sentono lo stomaco rattrappirsi quando osservano una persona che ha di più o magari è di più? Trovo umano chiederselo prima ancora di dichiarare con estrema sicurezza "io sono incapace di provare il sentimento dell'invidia". Diciamo che tendo a diffidare di chi dichiara con clamore il proprio "io mai".
Mettermi alla prova significa quindi espormi di fronte a chi apparentemente sembra aver realizzato più desideri dei miei. Mi ci tuffo e mi ascolto.
I risultati sono variabili. Ci sono stati momenti particolarmente fragili in cui ho desiderato intensamente essere nei panni di qualcun altro, tutto fuorché me stessa e più che di invidia parlerei di desiderio di fuga, tale da scegliere di essere un altro invece che scappare in un altro luogo. Quando invece sto bene con me stessa l'esperimento non solo mi fortifica ma mi fa godere del successo dell'altro.
E' il caso ultimo provato con un'amica (così mi piace pensare che sia) e culminato nella lettura di Quello che le mamme non dicono di Chiara C. Santamaria, per la blogosfera Wonderland.
Seguo Chiara da tanto tempo e ho sempre fatto il tifo per lei. Scelsi di leggere e seguire il suo blog Machedavvero per lo stesso motivo per cui nei momenti di "allergia" alla maternità decisi di schivare tutti i forum di mamme, i libri seri di pedagogia e le persone che si prendevano troppo sul serio. Mi bastavo io per quello. Un motivo molto semplice: Wonder mi faceva morire dal ridere. Eppure nel tempo ho scoperto che sa essere anche terribilmente seria: nella pittura di certe situazioni vere e concrete della vita quotidiana di una mamma, nell'esternazione di sentimenti spinosi da riconoscere. E poi ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, prima che si svelasse con il lancio del suo primo libro e la cosa più sorprendente è stata la dolcezza della sua timidezza, così spiazzante rispetto alla sfrontatezza delle parole scritte. Pensi che abbia una ghost writer, una doppia personalità e invece è solo una delle sue dimensioni. L'unica cosa che non mi ha sorpreso è la sua bellezza, quella te l'aspetti e quella arriva come te la immaginavi.
Il libro lo puoi leggere in tempi brevi ma io l'ho dovuto fare nel mio tempo rubato alle ventiquattro ore troppo piene. E' scritto molto bene. Non butterei una sola riga e raggiunge il suo vero significato alla fine. Alla fine ho capito molte cose di Chiara e anche di me. Ho capito quanto fossimo simili nonostante ci separino diversi anni. Leitmotif della sua storia sembra essere proprio l'età come se quella fosse la colpa, tutta la colpa delle sue vicissitudini. Io invece penso che non sia una questione di età, perché io i miei figli li ho avuti oltre i 35, li ho anche cercati ma ho provato, provo gli stessi scossoni, dubbi e rimpianti. Il libro mi ha riportato a quei giorni, comici e tragici allo stesso tempo, alla mia solitudine, alla mia ricerca dell'istinto materno, al mio costante ripensare a quello che avevo prima: la libertà di essere egoista. Lo dico senza vergogna. Ho riso ma ho anche pianto perché mi ci sono identificata.
Ieri ho rivisto Chiara al Momcamp a Milano dove siamo state tutte prese da brevi contatti e rara intensità, se non alla fine, proprio come nel libro. Quando il sipario doveva scendere abbiamo iniziato a parlare delle cose più importanti e di quelle che ci interessano di più. In quel momento, Chiara mi ha raggiunta, si è seduta accanto a me e con i suoi occhi liquidi mi ha chiesto se si sarebbe dovuta arrendere, se per avere il tempo di stare insieme a Viola avrebbe dovuto rinunciare a rincorrere il suo desiderio di un lavoro appagante, che ti riempie le giornate e ti fa vedere persone stimolanti. Le avrei voluto rispondere e parlare per altre due ore e invece ho accrocchiato due parole in croce, scossa dalla mia incapacità a trovare risposte ai miei stessi dubbi.
Perché rispondere non è per niente semplice, perché non c'è una sola risposta. Perché non c'è una risposta definitiva. Stasera le risponderei di continuare così, di rimettersi in gioco oltre ogni limite perché con sua figlia sta facendo un lavoro grandioso e che realizzare i propri sogni rende felici anche i nostri figli. Che c'è sempre tempo per ridimensionare le cose, per accorgersi che si sta esagerando e per farsi aiutare, a turno, da tutti coloro che hanno responsabilità nella vita della tua famiglia. Sono convinta che non dobbiamo mai arrenderci e dobbiamo imparare ad interpretare i suggerimenti alle prossime mosse.
Postato da mamma cattiva domenica 6 giugno 2010
http://mammacattiva.blogspot.com/2010/06/quello-che-gli-invidiosi-non-dicono.html
https://twitter.com/mamimma
Mettermi alla prova significa quindi espormi di fronte a chi apparentemente sembra aver realizzato più desideri dei miei. Mi ci tuffo e mi ascolto.
I risultati sono variabili. Ci sono stati momenti particolarmente fragili in cui ho desiderato intensamente essere nei panni di qualcun altro, tutto fuorché me stessa e più che di invidia parlerei di desiderio di fuga, tale da scegliere di essere un altro invece che scappare in un altro luogo. Quando invece sto bene con me stessa l'esperimento non solo mi fortifica ma mi fa godere del successo dell'altro.
E' il caso ultimo provato con un'amica (così mi piace pensare che sia) e culminato nella lettura di Quello che le mamme non dicono di Chiara C. Santamaria, per la blogosfera Wonderland.
Seguo Chiara da tanto tempo e ho sempre fatto il tifo per lei. Scelsi di leggere e seguire il suo blog Machedavvero per lo stesso motivo per cui nei momenti di "allergia" alla maternità decisi di schivare tutti i forum di mamme, i libri seri di pedagogia e le persone che si prendevano troppo sul serio. Mi bastavo io per quello. Un motivo molto semplice: Wonder mi faceva morire dal ridere. Eppure nel tempo ho scoperto che sa essere anche terribilmente seria: nella pittura di certe situazioni vere e concrete della vita quotidiana di una mamma, nell'esternazione di sentimenti spinosi da riconoscere. E poi ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, prima che si svelasse con il lancio del suo primo libro e la cosa più sorprendente è stata la dolcezza della sua timidezza, così spiazzante rispetto alla sfrontatezza delle parole scritte. Pensi che abbia una ghost writer, una doppia personalità e invece è solo una delle sue dimensioni. L'unica cosa che non mi ha sorpreso è la sua bellezza, quella te l'aspetti e quella arriva come te la immaginavi.
Il libro lo puoi leggere in tempi brevi ma io l'ho dovuto fare nel mio tempo rubato alle ventiquattro ore troppo piene. E' scritto molto bene. Non butterei una sola riga e raggiunge il suo vero significato alla fine. Alla fine ho capito molte cose di Chiara e anche di me. Ho capito quanto fossimo simili nonostante ci separino diversi anni. Leitmotif della sua storia sembra essere proprio l'età come se quella fosse la colpa, tutta la colpa delle sue vicissitudini. Io invece penso che non sia una questione di età, perché io i miei figli li ho avuti oltre i 35, li ho anche cercati ma ho provato, provo gli stessi scossoni, dubbi e rimpianti. Il libro mi ha riportato a quei giorni, comici e tragici allo stesso tempo, alla mia solitudine, alla mia ricerca dell'istinto materno, al mio costante ripensare a quello che avevo prima: la libertà di essere egoista. Lo dico senza vergogna. Ho riso ma ho anche pianto perché mi ci sono identificata.
Ieri ho rivisto Chiara al Momcamp a Milano dove siamo state tutte prese da brevi contatti e rara intensità, se non alla fine, proprio come nel libro. Quando il sipario doveva scendere abbiamo iniziato a parlare delle cose più importanti e di quelle che ci interessano di più. In quel momento, Chiara mi ha raggiunta, si è seduta accanto a me e con i suoi occhi liquidi mi ha chiesto se si sarebbe dovuta arrendere, se per avere il tempo di stare insieme a Viola avrebbe dovuto rinunciare a rincorrere il suo desiderio di un lavoro appagante, che ti riempie le giornate e ti fa vedere persone stimolanti. Le avrei voluto rispondere e parlare per altre due ore e invece ho accrocchiato due parole in croce, scossa dalla mia incapacità a trovare risposte ai miei stessi dubbi.
Perché rispondere non è per niente semplice, perché non c'è una sola risposta. Perché non c'è una risposta definitiva. Stasera le risponderei di continuare così, di rimettersi in gioco oltre ogni limite perché con sua figlia sta facendo un lavoro grandioso e che realizzare i propri sogni rende felici anche i nostri figli. Che c'è sempre tempo per ridimensionare le cose, per accorgersi che si sta esagerando e per farsi aiutare, a turno, da tutti coloro che hanno responsabilità nella vita della tua famiglia. Sono convinta che non dobbiamo mai arrenderci e dobbiamo imparare ad interpretare i suggerimenti alle prossime mosse.
Postato da mamma cattiva domenica 6 giugno 2010
http://mammacattiva.blogspot.com/2010/06/quello-che-gli-invidiosi-non-dicono.html
https://twitter.com/mamimma
lunedì 7 giugno 2010
grazie @iMaxx

#Scozzanta Day
E' arrivato il dì fremente
che fè grande la pulzella;
dal sorriso ch'è irridente,
ma riluce come stella
ella allieta le giornate
rinfrancando anema 'e core
col suo fare sbarazzino,
col calor di suo colore
se a mirarla ti soffermi,
come feci un dì pur'io,
si rimane quasi inermi
a guardar cotanto brìo
la cascata rossa e pazza,
che le adorna la capoccia,
creerà più di un problema
quando sorte da la doccia;
ma non è questo il pensiero
che t'avvolge a palandrana
se per caso in una calle
t'incontrassi la luana
è che invece - chiederesti -
è reale oppur chimera
senza meriti incontrare
questa #Amicadiunasera?"
e finisci più sereno
a guardar le sue twittate
anche quando hai perso un treno
o te stanno a dà mazzate.
per concludere la nenia
cara nostra #zia luana
devo dirti che i 40
non son poi tutta sta grana:
ridi, canti, magni e bevi,
leggi, scrivi, guardi un fiore
prima due, gli occhi che avevi,
ora tre: s'è aggiunto il cuore.
Se ogni tanto viè er magone
vieni a legge 'sta quartinache,
vedrai, te fa 'soride
pure senza ... valentina!
http://maxdelapena.blogspot.com/2010/06/scozzanta-day_05.html
giovedì 13 maggio 2010
Un pugno in un occhio
Oggi stavo osservando lo smalto che mi son messa ieri sulle unghie delle mani e che si sta già consumando un po' sulle punte.
Ho pensato a quella modella spagnola che per puro caso si fermò da noi, in centro, ad acquistare prelibatezze culinarie. Aveva lo smalto rosso carminio perfetto. Non uno sbaffo, non una screpolatura. L'unghia era interamente coperta e perfettamente lucida, un poco arrotondata sulla punta come usavano prima e come, tra l'altro, piacciono a me. Le unghie quadrate, forse per i numerosi porno, mi sanno di "tegamona".
Ho scoperto infatti che uno dei mie feticci son le dita magre, affusolate, ben curate, con le unghie perfettamente laccate e limate secondo i canoni estetici di prima, credo degli anni settanta. Se poi mi fai vedere film dove le attrici devono pure parlare al telefono, con quei telefoni anni settanta con la cornetta grossa e lucida, quei telefoni a disco insomma, bè, metterei il fermo immagine e accarezzerei lo schermo (si veda come esempio L'uomo che amava le donne di Truffaut). Adoro adoro adoro, non chiedetemi perchè. Certe perversioni mica si spiegano. Si vivono.
Quel giorno notai lo smalto della tizia e pensai -sommessamente però, perché era così bella e io così povera fiammiferaia russa che pensavo potesse leggermi nel pensiero- Non deve fare un cazzo, sennò non ce l'avrebbe così perfette, le unghine.
Le mie clienti invece, giovani studentesse americane, lo portano tutto consumato e smangiucchiato anche fino alla radice dell'unghia. Credono che l'effetto trasandato doni un tocco progressivo e rivoluzionario al loro look. Lo vedono dalle foto di VIP che scelgono look shabby chic, o, come dice un'amica trasanda[to] chic. Peccato loro paghino fior di quattrini degli stylist personali.
Io credo che bisogna fare attenzione al dettaglio e bisogna donargli il significato che si merita. Il dettaglio non deve essere lasciato al caso, perderebbe la sua forza e la sua originalità, forse anche il suo nome. Non possiamo inserirlo in un contesto che non lo includa come parte di un tutto. Dettaglio di... dettaglio in... dettaglio per... dettaglio da... non fatemi ripetere tutte le preposizioni (di a da in con su per tra fra sotto e sopra) tanto avete capito.
Lo smalto screpolato deve essere contestualizzato in uno look ben preciso. Non puoi vestirti classica, casual o sempliciotta per poi portarmi uno smalto mezzo rovinato, sopratutto ai piedi. Ohibò. Mi diventi semplicemente una trasandata, senza lo chic. E poi, diciamocelo, devi essere particolarmente bona per permetterti certi bassezze sennò invece che una moda lanci solo anatemi contro di te: brutta e pure zozza, per dire, eh, si fa per dire che donne brutte non ce ne sono ma uomini, semmai, poco galanti.
Lo smalto di giorni e giorni deve rientrare in una scelta precisa, deve significare qualcosa col resto, non lasciato a sè. Da solo, non dice niente, non racconta niente. Spezza, anzi, un'altra armonia; sconcerta e disorienta chi guarda. ...Come il cavolo a merenda ...Come una falsa magra ...Come chi dietro liceo e davanti museo ...Come un prosecco senza bolle... Come i ritocchi al fotosciop... Come le parti di un viso, o di un corpo, non perfette se analizzate singolarmente ma che si armonizzano col tutto.
A me piace osservare le persone: è uno degli sport che preferisco e che pratico con costanza, assieme al gioco Scarabeo e alle crisi d'ansia (cit. Melinda e Melinda, Woody Allen).
Molti, se li guardi bene, non hanno un naso perfetto, le mani perfette, i piedi perfetti, gli occhi perfetti così da risultare tremendamente perfetti anzi oserei dire pure scialbi, insulsi e elettroencefalogrammamente piatti (a questi personaggi perfetti si chiede spesso di avere una personalità prorompente che fa da dettaglio importante che spezzi la monotonia della loro perfezione, proprio come lo smalto mangiato su di un personaggio rock).
Tuttavia se ricongiungi la parte al tutto scopri che la persona in toto é armoniosa, in poche parole: bella. Con quel non so che. Aggiungerei poi di una bellezza unica, originale e insostituibile. Come il cosmo, come l'uomo rispetto al mondo, come la Natura, come una melodia jazz.
Qui ragazzi trattiamo di critica allo stato puro: inutile, tendenziosa, falsa, figlia del suo tempo ma indubbiamente gradevole. Mica solo cazzi a mazzi.
lindalov
http://lindalov.blogspot.com/2010/04/un-pugno-in-un-occhio.html
Ho pensato a quella modella spagnola che per puro caso si fermò da noi, in centro, ad acquistare prelibatezze culinarie. Aveva lo smalto rosso carminio perfetto. Non uno sbaffo, non una screpolatura. L'unghia era interamente coperta e perfettamente lucida, un poco arrotondata sulla punta come usavano prima e come, tra l'altro, piacciono a me. Le unghie quadrate, forse per i numerosi porno, mi sanno di "tegamona".
Ho scoperto infatti che uno dei mie feticci son le dita magre, affusolate, ben curate, con le unghie perfettamente laccate e limate secondo i canoni estetici di prima, credo degli anni settanta. Se poi mi fai vedere film dove le attrici devono pure parlare al telefono, con quei telefoni anni settanta con la cornetta grossa e lucida, quei telefoni a disco insomma, bè, metterei il fermo immagine e accarezzerei lo schermo (si veda come esempio L'uomo che amava le donne di Truffaut). Adoro adoro adoro, non chiedetemi perchè. Certe perversioni mica si spiegano. Si vivono.
Quel giorno notai lo smalto della tizia e pensai -sommessamente però, perché era così bella e io così povera fiammiferaia russa che pensavo potesse leggermi nel pensiero- Non deve fare un cazzo, sennò non ce l'avrebbe così perfette, le unghine.
Le mie clienti invece, giovani studentesse americane, lo portano tutto consumato e smangiucchiato anche fino alla radice dell'unghia. Credono che l'effetto trasandato doni un tocco progressivo e rivoluzionario al loro look. Lo vedono dalle foto di VIP che scelgono look shabby chic, o, come dice un'amica trasanda[to] chic. Peccato loro paghino fior di quattrini degli stylist personali.
Io credo che bisogna fare attenzione al dettaglio e bisogna donargli il significato che si merita. Il dettaglio non deve essere lasciato al caso, perderebbe la sua forza e la sua originalità, forse anche il suo nome. Non possiamo inserirlo in un contesto che non lo includa come parte di un tutto. Dettaglio di... dettaglio in... dettaglio per... dettaglio da... non fatemi ripetere tutte le preposizioni (di a da in con su per tra fra sotto e sopra) tanto avete capito.
Lo smalto screpolato deve essere contestualizzato in uno look ben preciso. Non puoi vestirti classica, casual o sempliciotta per poi portarmi uno smalto mezzo rovinato, sopratutto ai piedi. Ohibò. Mi diventi semplicemente una trasandata, senza lo chic. E poi, diciamocelo, devi essere particolarmente bona per permetterti certi bassezze sennò invece che una moda lanci solo anatemi contro di te: brutta e pure zozza, per dire, eh, si fa per dire che donne brutte non ce ne sono ma uomini, semmai, poco galanti.
Lo smalto di giorni e giorni deve rientrare in una scelta precisa, deve significare qualcosa col resto, non lasciato a sè. Da solo, non dice niente, non racconta niente. Spezza, anzi, un'altra armonia; sconcerta e disorienta chi guarda. ...Come il cavolo a merenda ...Come una falsa magra ...Come chi dietro liceo e davanti museo ...Come un prosecco senza bolle... Come i ritocchi al fotosciop... Come le parti di un viso, o di un corpo, non perfette se analizzate singolarmente ma che si armonizzano col tutto.
A me piace osservare le persone: è uno degli sport che preferisco e che pratico con costanza, assieme al gioco Scarabeo e alle crisi d'ansia (cit. Melinda e Melinda, Woody Allen).
Molti, se li guardi bene, non hanno un naso perfetto, le mani perfette, i piedi perfetti, gli occhi perfetti così da risultare tremendamente perfetti anzi oserei dire pure scialbi, insulsi e elettroencefalogrammamente piatti (a questi personaggi perfetti si chiede spesso di avere una personalità prorompente che fa da dettaglio importante che spezzi la monotonia della loro perfezione, proprio come lo smalto mangiato su di un personaggio rock).
Tuttavia se ricongiungi la parte al tutto scopri che la persona in toto é armoniosa, in poche parole: bella. Con quel non so che. Aggiungerei poi di una bellezza unica, originale e insostituibile. Come il cosmo, come l'uomo rispetto al mondo, come la Natura, come una melodia jazz.
Qui ragazzi trattiamo di critica allo stato puro: inutile, tendenziosa, falsa, figlia del suo tempo ma indubbiamente gradevole. Mica solo cazzi a mazzi.
lindalov
http://lindalov.blogspot.com/2010/04/un-pugno-in-un-occhio.html
sabato 6 marzo 2010
Incipriarsi il naso. (Parte II)
Credo che mi avrebbe tradita. Sono passate lunghe ore e del 'suo' passaggio non c'è traccia né all'interno del blog né nella mia vita. La pelle traspirando e trasudando nervosa si sarebbe aperta un varco fra il pulviscolo profumato così da presentarsi lucida e chiazzata. Inutile cipria. Inutile attesa.
martedì 16 febbraio 2010
Leggere, leggere, leggere! (è un'iniziativa che sa di buono...)

Sono un po’ emozionato nello scrivere questo articolo, perché so già quello che vi sto per dire (strano!). E quello che vi sto per dire, o meglio proporre, è un’iniziativa che mi affascina tantissimo. Ho sempre letto, ma ultimamente (nell’ultimo anno circa) ho sentito il bisogno di possedere i libri che leggevo e di fare un percorso intelligente. Perché, sì è vero che qualunque cosa in qualche modo ti fa crescere, ma è anche vero che il tempo è limitato e che quindi per forza occorre imparare ad amministrarlo facendo scelte mirate. Io quindi mi sono fatto consigliare un po’ di libri e pian piano ho cominciato a delineare i miei gusti, non tralasciando comunque l’occasione di provare qualcosa di nuovo.
Ciò mi sta dando molte soddisfazioni, basti pensare che ad oggi, dall’inizio dell’anno, mi sono (caduta dialettale!) ho già letto 9 libri. E nessuno di loro mi ha deluso. Tutti mi hanno lasciato un’esperienza bella dentro che mi fa sentire meglio. Bene e questo è il punto uno.
Il punto due è il seguente: molto semplicemente, la maggior parte delle persone non legge. Cavoli loro verrebbe da dire. E invece no. Se in un anno oltre la metà degli italiani non ha aperto un libro (dati riferiti al 2005, oggi la situazione è un po’ migliorata), c’è da preoccuparsi, perché ciò è indice di scarsa cultura e la scarsa cultura è indice di arretratezza mentale e…
Molti “è indice di” dopo…
…e ciò non fa che renderci le solite stupide capre che eleggono capre un pelo più furbe. Quindi che l’accettiate o meno, leggere è indice di intelligenza. Prendetela per superbia, prendetela come vi pare, ma il fatto è questo e il fatto è la cosa più ostinata del mondo. In un paese che sta bene le persone leggono, scrivono, ascoltano musica, si divertono e guardano film che abbiano una decenza. Questo è il punto due.
L’ultimo punto, nonché il terzo riguarda l’autobus che prendo ogni mattina. Ebbene sì. La cosa che mi inquieta molto è la surreale lontananza di persone fisicamente vicine. Ci saranno persone che (pendolariando da anni) vedo ormai da tempi infiniti a cui non ho mai rivolto parola e viceversa. E’ triste vedere come si può passare un’ora in un treno senza rivolgere parola a nessuno (sì sì, lo faccio anche io!). Com’è che accade ciò? Beh, la mia personale teoria dell’estraniamento routinario narra di una consuetudine che porta a creare uno scudo di serietà tra noi e il nostro prossimo. Tante volte infatti succede di rompere il ghiaccio proprio quando qualcuno rompe fisicamente il ghiaccio, rovinandoci sopra e provocando ilari risa tra due sconosciuti. E dobbiamo allora spaccarci una gamba per fare amicizia?
Bene, sommando questi tre apparentemente sconnessi punti, si ottiene la mia proposta. Non fare del male, non vuol dire fare del bene. Non uccidere qualcuno, non vuol dire curarlo. Volere bene a qualcuno, non significa fare il suo bene. Esigere rispetto, non vuol dire meritare rispetto. Occorre qualcosa di concreto, un gesto all’apparenza piccolo, ma dentro molto forte. Una piccola azione concreta che scalfisca un po’ quella stramaledetta scusa che ci porta spesso a dire “Sì, ma ci sono i bambini che muoiono di fame in Africa, a che serve fare questo?”. Bene, bimbi dell’africa, ci stiamo attrezzando, ma prima di arrivare da voi dobbiamo fare tanti piccoli scalini, perché ora come ora non siamo in grado di aiutarvi. Dobbiamo diventare persone migliori e non lo si diventa da un giorno ad un altro, ma (leggere in crescendo) cazzo, fate un cavolo di piccolo passo che poi gli altri verranno da soli.
Il 26 marzo 2010 ognuno di voi avrà in mano un libro, una storia che considera bella, dei personaggi che ha amato. Avrà ciò in mano, nella propria borsa o dove volete. Il 26 marzo 2010 voi prenderete questo libro e lo regalerete ad una persona a cui non avete mai parlato. Sì, proprio uno di quelli che vedete tutti i giorni. Alzerete il vostro culo, schiarirete la vostra voce e metterete qualsivoglia infondata vergogna da un’altra parte. Prenderete quest’infuso di rivoluzione e lo donerete ad un vostro compagno. Lo guarderete negli occhi e sorriderete.
Perché lo stesso giorno? Perché tutti assieme? Perché saltare da soli è innocuo, ma farlo assieme a milioni di persone può far tremare la terra. Ho bisogno del vostro aiuto. Ho bisogno che diffondiate questo messaggio. Ho bisogno che condividiate quest’evento dovunque. Ho bisogno che trasmettiate agli altri l’importanza di questo gesto. Ho bisogno che voi siate i primi a capire cosa c’è dietro. Ho bisogno che la fiamma si accenda oggi e arda fino a quella data. Ho bisogno di un segnale di vita da parte di tutti. Non voglio credere che uno stupidissimo film di natale o un’ignorante tettona possa attirare e smuovere più gambe di questo messaggio. Voglio avere fiducia. Voglio credere che la cultura possa ancora sconfiggere l’ignoranza. Voglio credere che sotto i colori di ogni partito ci siano ancora persone. Voglio credere che ogni sconosciuto desideri fare amicizia con voi.
Qua trovate il gruppo ufficiale che ho creato su Facebook. Sapete meglio di me cosa fare per rendere importante quest’iniziativa.
Voglio credere.
Credere di poter cambiar qualcosa.
P.S.
Qua trovate la parte 2 dell’iniziativa
http://albyok.altervista.org/pensoscrivo/
Foto di cacciamarri
mercoledì 3 febbraio 2010
Gente insospettabile by Insopportabile.
Gente insospettabile.

Contatti digitali, forse impersonali, per interposta tastiera,
permettono di sfiorare vite d’altri,
divertenti e accattivanti,
di allegra gaiezza o di devastante tristezza,
contatti profondi di nuovi e abissali mondi,
o fatui e volatili di vecchi e prevedibili fossili.
E’ un mondo di splendide donne che si nascondono
per paura di essere giudicate per il seno e non per il senno,
uomini seri che vogliono svagarsi,
senza per questo necessariamente fare i galletti,
ma anche tragiche maschere pacchiane o barocche
di gente triste, spenta e aspiranti gnocche.
In tutto questo mare confuso una cosa è certa e sicura:
quello che si scrive rimane a memoria futura.
Ispirato dal tweet
“C’è tanta gente profonda dietro apparenze superficiali,
basta grattare il primo strato per stupirsi.”
https://twitter.com/insopportabile
http://insopportabile.blog2.tiscali.it/2010/01/26/gente-insospettabile/

Contatti digitali, forse impersonali, per interposta tastiera,
permettono di sfiorare vite d’altri,
divertenti e accattivanti,
di allegra gaiezza o di devastante tristezza,
contatti profondi di nuovi e abissali mondi,
o fatui e volatili di vecchi e prevedibili fossili.
E’ un mondo di splendide donne che si nascondono
per paura di essere giudicate per il seno e non per il senno,
uomini seri che vogliono svagarsi,
senza per questo necessariamente fare i galletti,
ma anche tragiche maschere pacchiane o barocche
di gente triste, spenta e aspiranti gnocche.
In tutto questo mare confuso una cosa è certa e sicura:
quello che si scrive rimane a memoria futura.
Ispirato dal tweet
“C’è tanta gente profonda dietro apparenze superficiali,
basta grattare il primo strato per stupirsi.”
https://twitter.com/insopportabile
http://insopportabile.blog2.tiscali.it/2010/01/26/gente-insospettabile/
giovedì 17 settembre 2009
vacation for vacancies or vacancies cause of vacation?
NHV Blogger: Aperto per ferie.
byc chela cromosuomo ELP LaCompagnaDiBanco
LaPA LaZia Lice MammYX mariposa Piccola StoPerDiventareMamma.
C'è chi parte e c'è chi resta.
C'è chi dorme e c'è chi sogna.
C'è chi vive e c'è chi sopravvive.
C'è chi parla e c'è chi ascolta.
C'è chi scrive e c'è chi disegna.
C'è chi progetta e c'è chi preferisce improvvisare.
C'è chi riflette e c'è chi fantastica.
C'è chi ha voglia e c'è chi se la fa venire.
C'è chi guarda indietro e c'è chi guarda avanti.
Ci siamo, tutti. Tanti.
byc chela cromosuomo ELP LaCompagnaDiBanco
LaPA LaZia Lice MammYX mariposa Piccola StoPerDiventareMamma.
C'è chi parte e c'è chi resta.
C'è chi dorme e c'è chi sogna.
C'è chi vive e c'è chi sopravvive.
C'è chi parla e c'è chi ascolta.
C'è chi scrive e c'è chi disegna.
C'è chi progetta e c'è chi preferisce improvvisare.
C'è chi riflette e c'è chi fantastica.
C'è chi ha voglia e c'è chi se la fa venire.
C'è chi guarda indietro e c'è chi guarda avanti.
Ci siamo, tutti. Tanti.
lunedì 24 agosto 2009
The Honest Scrap Award...
Condizioni del premio: raccontate ai vostri lettori 10 cose che si sappiano o meno di voi ma che sono vere. Indicate dieci persone che hanno diritto al premio e siate sicuri di far loro sapere che sono stati contrassegnati (un breve commento sul loro blog andrà bene). Non dimenticate di collegarvi di nuovo al blogger che vi ha premiato.

Sono imperdonabile, ad oltre 96 ore dalla consegna del premio, non ho ancora deciso cosa fare...oltre ovviamente a ringraziare la ormai insostituibile e generosa MammaCattiva (http://mammacattiva.blogspot.com/) che a dispetto di quanto vuol farci credere possiede un'innata sensibilità verso i piccoli e grandi rappresentanti del genere umano. Me inclusa.
Scrivo 10 cose più o meno note di me con l'augurio che possa essermi utile rileggerle ogni tanto:
1
Se reagisco d'impulso, passo giorni a recriminare su ciò che sarebbe stato più opportuno facessi o dicessi. Se aspetto a rispondere alla situazione prendendo tempo, riflettendo sul da farsi, non riesco più a riconoscere cosa sia meglio che io faccia o dica.
Morale: La soluzione migliore per gli altri non sempre è la migliore anche per me.
2
Accampo con chi mi sta vicino scuse di ogni natura e genere per non fare quello che provo maggior piacere a fare: scrivere.
Morale: La scusa è dentro di me.
3
A Machiavelli quando la situazione diventa complicata, rinuncio. A Monopoli scelgo per colore e non per valore gli immobili e le zone su cui investire. A Scarabeo mi attengo alle regole e alle improbabili e anacronistiche sigle contenute nel libretto in dotazione...
Morale: Non sono capace di barare, né al gioco, né nella vita.
4
Mi preoccupo molto, troppo, degli altri. Dimenticandomi spesso di domandarmi se sto bene anch'io. Devo cambiare approccio.
Morale: Io sono gli altri.
5
Durante l'adolescenza ho appreso il vero tantra della vita "Colui che sa ridere di se stesso non finirà mai di divertirsi".
Morale: Morirò con il sorriso sulle labbra.
6
Ho un figlio che ha dato un senso nuovo alla mia esistenza.
Morale: Qualche volta Avere è Essere.
7
Sono orgogliosa di quello che ho costruito fino ad ora ma cambierei tutto.
Morale: A pontificare sono sempre stata buona, come tutti d'altronde.
8
Mi chiedo se abbia dato dei dispiaceri ai miei genitori e se potessi evitarglieli.
Morale: Diventare genitore mi ha cambiato la prospettiva.
9
Succede in talune situazioni particolari che i 'sensi di colpa' schiaccino gli altri sensi.
Morale: I sogni aiutano a vivere la vita e 5 sensi sono abbastanza se impariamo a goderne.
10
Cerco di evitare il Principe Azzurro, trovo eccitante il Lupo Cattivo e ho messo da parte la mela candita da regalare alla prima occasione alla Strega Cattiva.
Morale: Credo ancora nel lieto fine.

Consegno il premio a:
Milano e Lorenza - http://milanoelorenza.blogspot.com/
...perché è semplice e vitale come l'acqua;
Valentina Vale Wanda - http://valewanda.blog.tiscali.it/
...perché offre piacevoli chiacchierate nel suo elegante e confortevole 'salotto' aperto a tutti (i discorsi);
Machedavvero - http://machedavvero.blogspot.com/
... perché come lei si può e si deve essere mamma in tanti modi;
Mammaincorriera - http://mammaincorriera.blogspot.com/
...perché tutti dovremmo saper scegliere di vivere meglio;
ItMom - http://theitalianmom.blogspot.com/
...perché è una mamma sempre in (un intraprendente) movimento;
A casa di Emma - http://emmamma.blogspot.com/
...perché è una mamma dalla parte delle mamme;
ci-polla - http://leamiche.donnamoderna.com/blogs/paola.pollina
... perché mi piace l'idea di poter conoscere altre 10 cose di una donna, (e una mamma), già molto interessante;
Panzallaria - http://www.panzallaria.com/
...perché è una voce, (e un sorriso), fuori dal coro;
Eppifemili - http://eppifemili.wordpress.com/
...perché è l'amica che tutti vorremmo, spensieratamente coinvolgente;
DannatiDanni - http://dannatidanni.blogspot.com/
...perché ha un (invidiabile) senso tutto suo della realtà;
Quello che Vincent non avrebbe detto mai - http://filippocioni.tumblr.com/
...perché oggi ho deciso di cominciare a ribellarmi e premio anche l'undicesimo blogger (anche se non sarà mai mamma).

Sono imperdonabile, ad oltre 96 ore dalla consegna del premio, non ho ancora deciso cosa fare...oltre ovviamente a ringraziare la ormai insostituibile e generosa MammaCattiva (http://mammacattiva.blogspot.com/) che a dispetto di quanto vuol farci credere possiede un'innata sensibilità verso i piccoli e grandi rappresentanti del genere umano. Me inclusa.
Scrivo 10 cose più o meno note di me con l'augurio che possa essermi utile rileggerle ogni tanto:
1
Se reagisco d'impulso, passo giorni a recriminare su ciò che sarebbe stato più opportuno facessi o dicessi. Se aspetto a rispondere alla situazione prendendo tempo, riflettendo sul da farsi, non riesco più a riconoscere cosa sia meglio che io faccia o dica.
Morale: La soluzione migliore per gli altri non sempre è la migliore anche per me.
2
Accampo con chi mi sta vicino scuse di ogni natura e genere per non fare quello che provo maggior piacere a fare: scrivere.
Morale: La scusa è dentro di me.
3
A Machiavelli quando la situazione diventa complicata, rinuncio. A Monopoli scelgo per colore e non per valore gli immobili e le zone su cui investire. A Scarabeo mi attengo alle regole e alle improbabili e anacronistiche sigle contenute nel libretto in dotazione...
Morale: Non sono capace di barare, né al gioco, né nella vita.
4
Mi preoccupo molto, troppo, degli altri. Dimenticandomi spesso di domandarmi se sto bene anch'io. Devo cambiare approccio.
Morale: Io sono gli altri.
5
Durante l'adolescenza ho appreso il vero tantra della vita "Colui che sa ridere di se stesso non finirà mai di divertirsi".
Morale: Morirò con il sorriso sulle labbra.
6
Ho un figlio che ha dato un senso nuovo alla mia esistenza.
Morale: Qualche volta Avere è Essere.
7
Sono orgogliosa di quello che ho costruito fino ad ora ma cambierei tutto.
Morale: A pontificare sono sempre stata buona, come tutti d'altronde.
8
Mi chiedo se abbia dato dei dispiaceri ai miei genitori e se potessi evitarglieli.
Morale: Diventare genitore mi ha cambiato la prospettiva.
9
Succede in talune situazioni particolari che i 'sensi di colpa' schiaccino gli altri sensi.
Morale: I sogni aiutano a vivere la vita e 5 sensi sono abbastanza se impariamo a goderne.
10
Cerco di evitare il Principe Azzurro, trovo eccitante il Lupo Cattivo e ho messo da parte la mela candita da regalare alla prima occasione alla Strega Cattiva.
Morale: Credo ancora nel lieto fine.

Consegno il premio a:
Milano e Lorenza - http://milanoelorenza.blogspot.com/
...perché è semplice e vitale come l'acqua;
Valentina Vale Wanda - http://valewanda.blog.tiscali.it/
...perché offre piacevoli chiacchierate nel suo elegante e confortevole 'salotto' aperto a tutti (i discorsi);
Machedavvero - http://machedavvero.blogspot.com/
... perché come lei si può e si deve essere mamma in tanti modi;
Mammaincorriera - http://mammaincorriera.blogspot.com/
...perché tutti dovremmo saper scegliere di vivere meglio;
ItMom - http://theitalianmom.blogspot.com/
...perché è una mamma sempre in (un intraprendente) movimento;
A casa di Emma - http://emmamma.blogspot.com/
...perché è una mamma dalla parte delle mamme;
ci-polla - http://leamiche.donnamoderna.com/blogs/paola.pollina
... perché mi piace l'idea di poter conoscere altre 10 cose di una donna, (e una mamma), già molto interessante;
Panzallaria - http://www.panzallaria.com/
...perché è una voce, (e un sorriso), fuori dal coro;
Eppifemili - http://eppifemili.wordpress.com/
...perché è l'amica che tutti vorremmo, spensieratamente coinvolgente;
DannatiDanni - http://dannatidanni.blogspot.com/
...perché ha un (invidiabile) senso tutto suo della realtà;
Quello che Vincent non avrebbe detto mai - http://filippocioni.tumblr.com/
...perché oggi ho deciso di cominciare a ribellarmi e premio anche l'undicesimo blogger (anche se non sarà mai mamma).
venerdì 7 agosto 2009
Voi siete qui.
Voi siete qui, o meglio lì da qualche parte...
Ma dove sono finite byc? Eccole!
Sento le loro risate spensierate accompagnate dal richiamo del Muezzin; vedo i loro occhi brillare tra la polvere del deserto; i loro occhi si preparano alla notte, la notte più stellata del mondo.
Vedo le loro mani destreggiarsi con maestria tra le stoffe e le cianfrusaglie dei Souq e i loro sguardi ammiccare per ottenere il prezzo migliore. Vedo le loro bocche bramanti di tajina e di cous cous, sedotte da una miriade di spezie. Sento i loro cuori traboccanti di emozioni e le loro menti gremite di sensi davanti all'eleganza e al fascino delle città imperiali.
Intuisco il loro amore nei confronti dei bambini che incontrano lungo il loro cammino. Il bambini che giocano, osservano e sorridono. Immagino la loro curiosità verso un popolo così accogliente e così diverso. Così ricco e così umile. byc torneranno presto dal Marocco, più in forma che mai, e si porteranno dietro una scia nuova, una scia colorata e molto speziata!
Eccole... di nuovo... Laggiù, le vedo! le vedete? Lì sulla strada...
b - "…dobbiamo andare e non fermarci mai finche’ non arriviamo."
y - "per andare dove, amico?"
b "non lo so, ma dobbiamo andare…"domenica 26 luglio 2009
giovedì 23 luglio 2009
Richiesta di nuovi post
Mi piace molto andare a cena dalla mia nipotina, c'è sempre qualche frase birichina da postare alla prima occasione.
E mercoledì sera zia Byc le ha chiesto: "Guarda che mi devi dare qualche nuovo spunto".
Per il blog, ovviamente. Ma questo non gliel'ho detto.
Lei, come fosse pienamente consapevole dell'argomento: "Aspetta, prima devo fare la pipì".
Zia Byc: "Ti accompagno?"
Lei: "Nooo, non c'è bisogno!"
domenica 14 giugno 2009
www.nonhovalentina.blogspot.com

Sveglia alle 6.45
Sveglia alle 6.50
Sveglia!
Oggi è il MomCampDay.
La tentazione è comunque stata quella di girarmi dall'altra parte date le poche ore di sonno alle spalle ma poi ha cominciato a farsi spazio l'adrenalina da evento-novità e così mi sono buttata in doccia, pettinata (più o meno), truccata e vestita. Poi è stata la volta di Hulko che ha aperto gli occhi altrettanto disorientato, si è fatto prendere in braccio e portare in bagno, mugugnandomi nell'incavo della spalla qualcosa del tipo "Ma andiamo in macchina o in aereo?" Sapere che ce la saremmo cavata con mezzora di chiacchierata col navigatore o 4 tavole di TuttoCittàMilano per la vecchia guardia, mi ha portato a rispondergli con sicurezza, nascondendogli il mio sorriso, "In macchina." "Ah giusto perché se no stasera come fai a portarmi dal mio papà in tempo?"
Ho dormito poco perché avrei voluto preparare meglio la nostra presentazione. Ho dormito poco perché avrei voluto 'passare' almeno qualche minuto in ogni blog-amico prima dell'alba. Ho dormito poco perché avrei voluto fare in modo di non disattendere le aspettative del resto della squadra. Ho dormito poco molto semplicemente perché ero emozionata. Sapevo che oggi avremmo incontrato molte delle firme dei blog che seguiamo, molti dei nomi delle persone che ci leggono ma soprattutto avremmo avuto la possibilità di conoscerne di nuove. Di confrontarci. Di arricchirci. Adesso che tutto è passato, adesso che l'adrenalina è tornata a livelli contenuti. Adesso che sono di nuovo protetta dal mio avatar. Adesso che sono in rete, ovvero sono nel mio confortevole spazio familiare. Adesso che so chi c'è in rete con me, e che molto altro ho ancora da scoprire e raggiungere. Adesso che ho incontrato sorrisi sinceri, sguardi fieri e donne fra loro molto diverse ma altrettanto eccezionali. Adesso che ho visto, ma in cuor mio l'ho sempre saputo, che anche un MomCampDay ha bisogno di qualche papà. Adesso sono contenta di aver dormito poco.
lunedì 20 aprile 2009
LaPiccolaStefi
LaPiccolaStefi ha due anni e mezzo e per sua fortuna non è milanese :)
(Piccola presentazione d'obbligo per una nuova protagonista del blog)
Qualcuno lassù ha avuto un'idea sensazionale. Come non pensare a degli acquarelli come sorpresa di un uovo di Pasqua? Per la felicità di tutte le mamme...qualcuno lo ha fatto.
Ebbene l'uovo di Pasqua ha trasformato LaPiccolaStefi in una spaventosa serial killer. Armata di pennelli e colori andava in giro e minacciava chiunque le capitasse a tiro "Ti faccio i bappi!"
(Piccola presentazione d'obbligo per una nuova protagonista del blog)
Qualcuno lassù ha avuto un'idea sensazionale. Come non pensare a degli acquarelli come sorpresa di un uovo di Pasqua? Per la felicità di tutte le mamme...qualcuno lo ha fatto.
Ebbene l'uovo di Pasqua ha trasformato LaPiccolaStefi in una spaventosa serial killer. Armata di pennelli e colori andava in giro e minacciava chiunque le capitasse a tiro "Ti faccio i bappi!"
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