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mercoledì 22 maggio 2013

Ventisette a zero.


- Non abbiamo mai fatto gol ma ci siamo andati vicini
- Uno di noi ha quasi segnato, una volta, ma io non l’ho visto
- Zero. Noi finiamo tutte le partite con zero gol.
- Non ci importa di non segnare, ci divertiamo lo stesso.
- Faremo gol quando saremo grandi.
La squadra ha segnato un gol nell’ultima partita della stagione, finendo il campionato con 271 reti subite e una realizzata.

martedì 8 novembre 2011

Deadlines

lunedì 7 novembre 2011

domenica 29 maggio 2011

Cara, ho perso il bambino

Riprendo oggi questo post di Layos, che commentava la tragica morte della bambina dimenticata in un parcheggio dal padre. Avrei voluto commentarlo già allora, ma poi me ne è passata la voglia: ho distolto lo sguardo, proprio come dichiara di fare Guido davanti al telegiornale.
Poi la cosa è successa ancora, a distanza di pochi giorni: e anche qui la prima reazione è quella di distogliere lo sguardo, per l'orrore che si prova nei confronti di quei poveri bambini e per il dramma dei padri, a cui credo quasi tutti si sentano istintivamente vicini.
Io quella sensazione che ha provato Guido, quella volontà di rimozione, la conosco bene, me la porto addosso da quasi dodici anni: anche io mi sono dimenticato mio figlio in macchina.
Era il 31 dicembre 1999, Nichita aveva nove mesi. Quel giorno bisognava preparare la festa per il nuovo millennio, che magari non era il nuovo millennio ma lo consideravamo tale comunque. Io e il mio amico Gatto la mattina andammo alla Metro, a fare la spesa del pesce (saremmo stati una dozzina abbondante di persone, a casa dei miei, che era libera e -soprattutto- capiente); poi portammo a casa dei miei il pesce e ci sedemmo a tavole, dove mia madre ci servì le boghe fritte.
Le boghe sono un pesce squisito ma spinosissimo: e una spina mi si conficcò dentro una tonsilla. Cercai di togliermela da solo, ma non riuscendoci andai al San Giuseppe, dove nella sala d'attesa del Pronto soccorso c'era una bolgia infernale, a causa di un'epidemia di influenza che girava in quei giorni.
Fui fortunato, perché l'otorino era già lì, e dopo una ventina di minuti ero già fuori, A quel punto avevo il tempo per andar a cambiare l'alimentatore della nuova telecamera, che si era rotto in due giorni: dovevo andare alla Moroelettrica, che ancora esisteva, e non so neppure io perché decisi di portarmi dietro Nichita: credo che non ce ne fosse alcun bisogno, ma volevo stare con lui.
Arrivai in via Ludovico il Moro, parcheggiai la macchina e andai a cambiare quell'alimentatore del cazzo. Fu una cosa lunga: ci misi forse non un'ora ma quasi.
Uscii dal negozio, bello contento con il mio alimentatore, entrai in macchina e solo in quel momento vidi il bambino, che dormiva beato.
Mi passarono davanti agli occhi tutte le possibilità che ben potete immaginare: avrei potuto trovare una pattuglia di vigili o di polizia, che mi avrebbe probabilmente denunciato per abbandono di minore; avrei potuto trovare la macchina (che spesso lasciavo aperta, e quella volta lo era) vuota; avrei potuto trovare il bambino cianotico per il freddo; o peggio.
Dell'accaduto non ne ho mai parlato con nessuno, neppure con sua madre: quel fatto me lo sono tenuto dentro per tanti anni ben consapevole, allo stesso tempo, della gravità del fatto e della mia assoluta assenza di colpa.
Non che dal punto di vista penale la colpa (nella forma della "negligenza") non ci sia, sia chiaro. Ma so, per averlo provato sulla mia pelle, che neppure per un secondo ero stato sfiorato dal dubbio di dove fosse mio figlio; che neppure nel più remoto inconscio desideravo meno della più grande delle felicità per lui e che quel giorno non avevo alcun impegno che mi pressasse e distogliesse la mia mente.
L'unica spiegazione che mi sono dato, a posteriori, è che nella nostra vita entriamo spesso in modalità pilota automatico: compiamo i gesti della nostra vita quotidiana semza pensarci, proprio come non abbiamo bisogno di pensare a quale sia il pedale del freno quando arriviamo nei pressi di un semaforo rosso.
Non è questione di logorio della vita moderna, non è questione di vita multitasking né di frenesia della società d'oggi: è semplicemente la nostra natura che ci costringe a fare così, forse per risparmiare energie mentali da dedicare ad altre occupazioni più importanti come la caccia al bisonte o la risposta all'ennesima mail del capo deficiente.
Ogni sera, subito prima di addormentarmi (e spesso lo faccio in letti che non sono sotto lo stesso tetto sotto il quale dorme Nichita), quand'anche fossi completamente ubriaco o fumato o avessi la febbre a 42°, mi faccio il riassunto della giornata, mi concentro su dove sia mio figlio in quel momento, sulla necessità che il giorno dopo lo debba accompagnare o meno a scuola, e via discorrendo. Fino a quando non ho preso quest'abitudine , questo rito che celebro pochi attimi prima di dormire, mi succedeva abbastanza spesso di svegliarmi nella notte con l'ansia di non sapere dove egli fosse, e ci mettevo un bel po' a rendermi conto che era in camera sua, o magari in vacanza con mia sorella; e nel frattempo vivevo un'angoscia indescrivibile.

thanks to m.fisk

venerdì 29 aprile 2011

29 aprile 2011, una bellissima damigella...


Ever so cute: Three-year-old Eliza Lopes, the Duchess of Cornwall's granddaughter, was the couple's youngest bridesmaid


lunedì 14 marzo 2011

Japan Earthquake.



Officials in protective gear check for signs of radiation on children who are from the evacuation area near the Fukushima Daini nuclear plant in Koriyama, March 13, 2011. Japanese Chief Cabinet Secretary Yukio Edano confirmed on Saturday there has been an explosion and radiation leakage at Tokyo Electric Power Co\'s (TEPCO) Fukushima Daiichi nuclear power plant. (REUTERS/Kim Kyung-Hoon)

lunedì 24 gennaio 2011

domenica 16 gennaio 2011

Ci sono momenti in cui la vita ti costringe a rivelarti per quello che sei davvero.


Ci sono momenti in cui la vita ti costringe a rivelarti per quello che sei davvero. Jordan Rice, tredicenne australiano, era un ragazzino introverso, che amava disegnare. L’altro giorno un’alluvione ha sommerso la sua città e lui si è trovato con la mamma e il fratello più piccolo, aggrappati al tronco di un albero. Sono arrivati i soccorsi, Jordan era il più vicino e gli hanno gettato una corda, ma lui ha detto no: Salvate prima mio fratello. E così è stato. Quando sono tornati a prendere lui, la corda era ormai lisa e appena Jordan l’ha avuta in mano si è spezzata, così il ragazzino è scomparso sott’acqua per sempre, insieme con la madre. Ci lascia qualcosa che tanti adulti hanno smesso di darci da tempo. Un esempio.

chetempochefa.blog.rai.it massimo gramellini

martedì 11 gennaio 2011

4 gennaio 2011, ore 02.53 (+7)



Certo che se continuiamo così, con tutti questi nipotini, finisce che una Valentina ce la dobbiamo trovere.

Auguri a stoperdiventaremamma(2)e alla sua bambina
da tutto il team di NHV
:-)

mercoledì 15 dicembre 2010

Perchè tu mi piaci....




...mi piaci da che ti ho visto, non prima che non ti conoscevo e non lo so se mi piacevi...


lunedì 22 novembre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 20

"Prendi il fucile, Giuseppe, prendi il fucile e vai a caccia," disse una mattina al suo figliolo quella donna.
"Domani tua sorella si sposa e vuol mangiare polenta e lepre".
Giuseppe prese il fucile e andò a caccia. Vide subito una lepre che balzava da una siepe e correva in un campo. Puntò il fucile, prese la mira e premette il grilletto.
Ma il fucile disse: "Pum!" proprio con voce umana, e invece di sparar fuori la pallottola la fece cadere per terra.
Giuseppe la raccattò e la guardava meravigliato.
Poi osservò attentamente il fucile, e pareva proprio lo stesso di sempre, ma intanto invece di sparare aveva detto: "Pum!" con una vocetta allegra e fresca.
Giuseppe scrutò anche dentro la canna, ma com'era possibile, andiamo, che ci fosse nascosto qualcuno? Difatti dentro la canna non c'era niente e nessuno.
"E la mamma che vuole la lepre. E mia sorella che vuol mangiarla con la polenta...".
In quel momento la lepre di prima ripassò davanti a Giuseppe, ma stavolta aveva un velo bianco in testa, e dei fiori d'arancio sul velo, e teneva gli occhi bassi, e camminava a passettini passettini.
"Toh," disse Giuseppe "anche la lepre va a sposarsi. Pazienza, tirerò un fagiano".
Un po' più in là nel bosco, difatti, vide un fagiano che passeggiava sul sentiero, per nulla spaventato, come il primo giorno della caccia, quando i fagiani non sanno ancora che cosa sia un fucile.
Giuseppe prese la mira, tirò il grilletto, e il fucile fece: Pam! disse: "Pam! Pam!", due volte come avrebbe fatto un bambino col suo fucile di legno. La cartuccia cadde in terra e spaventò certe formiche rosse, che corsero a rifugiarsi sotto un pino.
"Ma benone", disse Giuseppe che cominciava ad arrabbiarsi, "la mamma sarà contenta davvero se torno col carniere vuoto".
Il fagiano, che a sentire quel pam, pam, si era tuffato nel folto, ricomparve sul sentiero, e stavolta lo seguivano i suoi piccoli, in fila, con una gran voglia di ridere addosso, e dietro a tutti camminava la madre, fiera e contenta come se le avessero dato il primo premio.
"Ah, tu sei contenta, tu" borbottò Giuseppe. "Tu ti sei già sposata da un pezzo. E adesso a che cosa tiro?"
Ricaricò il fucile con gran cura e si guardò intorno. C'era soltanto un merlo su un ramo, e fischiava come per dire: "Sparami, sparami".
E Giuseppe sparò. Ma il fucile disse: Bang!, come i bambini quando leggono i fumettti. E aggiunse un rumorino che pareva una risatina. Il merlo fischiò più allegramente di prima, come per dire: "Hai sparato, hai sentito, hai la barba lunga un dito".
"Me l'aspettavo", disse Giuseppe. "Ma si vede che oggi c'è lo sciopero dei fucili".
"Hai fatto buona caccia, Giuseppe?" gli domandò la mamma, al ritorno.
"Si mamma. Ho preso tre arrabbiature belle grosse. Chissà come saranno buone, con la polenta".



Il cacciatore sfortunato. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

giovedì 21 ottobre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 19

Un giorno il piccolo Claudio giocava sotto il portone, e sulla strada passò un bel vecchio con gli occhiali d'oro, che camminava curvo appoggiandosi ad un bastone, e proprio davanti al portone il bastone gli cadde.
Claudio fu pronto a raccoglierlo e lo porse al vecchio che sorrise e disse: - Grazie, ma non mi serve. Posso camminare benissimo senza. Se ti piace, tienilo. –
E senza aspettare risposta si allontanò, e pareva meno curvo di prima.
Claudio rimase lì con il bastone tra le mani e non sapeva che farne. Era un comune bastone di legno, con il manico ricurvo e il puntale di ferro, e niente altro di speciale da notare.
Claudio picchiò due o tre volte il puntale per terra, poi, quasi senza pensarci, inforcò il bastone ed ecco che non era più il bastone, ma era un cavallo, un meraviglioso puledro nero con una stella bianca in fronte, che si slanciò al galoppo intorno al cortile, nitrendo e facendo sprizzare scintille dai ciottoli.

Quando Claudio, meravigliato e un po’ spaventato, riuscì a rimettere il piede a terra, il bastone era di nuovo un bastone, e non aveva zoccoli ma un semplice puntale arrugginito, né criniera, ma il solito manico ricurvo..
- Voglio riprovare – decise Claudio, quando ebbe ripreso fiato.
Inforcò di nuovo il bastone, e stavolta esso non fu un cavallo, ma un solenne cammello a due gobbe, e il cortile era un immenso deserto da attraversare, ma Claudio non aveva paura e scrutava in lontananza, per vedere comparire l’oasi.
- È certamente un bastone fatato – si disse Claudio, inforcandolo per la terza volta. Adesso era un’automobile da corsa, tutta rossa, col numero scritto in bianco sul cofano, e il cortile una pista rombante, e Claudio arrivava sempre primo al traguardo.
Poi il bastone fu un motoscafo, e il cortile un lago dalle acque calme e verdi, e poi un’astronave che fendeva lo spazio, lasciandosi dietro una scia di stelle.
Ogni volta che Claudio rimetteva il piede a terra il bastone riprendeva il suo pacifico aspetto, il manico lucido, il vecchio puntale.
Il pomeriggio passò veloce tra quei giochi. Verso sera Claudio si riaffacciò per caso sulla strada, ed ecco di ritorno il vecchio dagli occhiali d’oro.
Claudio lo osservò ma non poté vedere in lui niente di speciale: era un vecchio signore qualunque, un po’ affaticato dalla passeggiata.
- Ti piace il bastone? – egli domandò sorridendo a Claudio.
Claudio credette che lo rivolesse indietro, e glielo tese, arrossendo. Ma il vecchio fece cenno di no.
- Tienilo, tienilo – disse. – Che cosa me ne faccio, ormai, di un bastone? Tu ci puoi volare, io potrei soltanto appoggiarmi. Mi appoggerò al muro e sarà lo stesso. –
E se ne andò sorridendo, perché non c’è persona più felice al mondo del vecchio che può regalare qualcosa ad un bambino.

Teste vuote. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

domenica 12 settembre 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 18

C'era una volta un omino di niente. Aveva il naso di niente, la bocca di niente, era vestito di niente
e calzava scarpe di niente. Si mise in viaggio su una strada di niente che non andava in nessun posto.
Incontrò un topo di niente e gli domandò:- non hai paura del gatto? - No davvero,- rispose il topo di niente,-
in questo paese di niente ci sono soltanto gatti di niente, che hanno baffi di niente e artigli di niente.
Inoltre, io rispetto il formaggio. Mangio solo i buchi. Non sanno di niente ma sono dolci.
- Mi gira la testa, disse l'omino di niente. - é una testa di niente: anche se la batti
contro il muro non ti farà male. L'omino di niente, volendo fare una prova,
cercò un muro per batterci la testa, ma era un muro di niente,
e siccome lui aveva preso troppo slancio, cascò dall'altra parte.
Anche di là non c'era niente di niente. L'omino di niente era tanto
stanco di tutto quel niente che si addormentò. E mentre dormiva
sognò che era un uomo di niente, e andava su una strada di niente,
e incontrava un topo di niente e mangiava anche lui i buchi del formaggio,
e il topo di niente aveva ragione: non sapevano proprio di niente!

L'omino di niente. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

lunedì 6 settembre 2010

martedì 17 agosto 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 17

Un giovane gambero pensò: «Perché nella mia famiglia tutti camminano all'indietro? Voglio imparare a camminare in avanti, come le rane, e mi caschi la coda se non ci riesco».
Cominciò ad esercitarsi di nascosto, tra i sassi del ruscello natio, e i primi giorni l'im presa gli costava moltissima fatica. Urtava dappertutto, si ammaccava la corazza e si schiacciava una zampa con l'altra. Ma un po' alla volta le cose andarono meglio, perché tutto si può imparare, se si vuole.
Quando fu ben sicuro di sé, si presentò alla sua famiglia e disse: - State a vedere. E fece una magnifica corsetta in avanti.
- Figlio mio, - scoppiò a piangere la madre, - ti ha dato di volta il cervello? Torna in te, cammina come tuo padre e tua madre ti hanno insegnato, cammina come i tuoi fratelli che ti vogliono tanto bene.
I suoi fratelli però non facevano che sghignazzare.
Il padre lo stette a guardare severamente per un pezzo, poi disse: - Basta cosi. Se vuoi restare con noi, cammina come gli altri gamberi. Se vuoi fare di testa tua, il ruscello è grande: vattene e non tornare più indietro.
Il bravo gamberetto voleva bene ai suoi, ma era troppo sicuro di essere nel giusto per avere dei dubbi: abbracciò la madre, salutò il padre e i fratelli e si avviò per il mondo.
Il suo passaggio destò subito la sorpresa di un crocchio di rane che da brave comari si erano radunate a far quattro chiacchiere intorno a una foglia di ninfea.
- Il mondo va a rovescio, - disse una rana,
- guardate quel gambero e datemi torto, se potete.
- Non c'è più rispetto, - disse un'altra rana.
- Ohibò, ohibò, - disse una terza.
Ma il gamberetto prosegui diritto, è proprio il caso di dirlo, per la sua strada. A un certo punto si sentì chiamare da un vecchio gamberone dall' espressione malinconica che se ne stava tutto solo accanto a un sasso.
- Buon giorno, - disse il giovane gambero. Il vecchio lo osservò a lungo, poi disse: - Cosa credi di fare? Anch'io, quando ero giovane, pensavo di insegnare ai gamberi a camminare in avanti. Ed ecco che cosa ci ho guadagnato: vivo tutto solo, e la gente si mozzerebbe la lingua piuttosto che rivolgermi la parola. Fin che sei in tempo, da' retta a me: rassegnati a fare come gli altri e un giorno mi ringrazierai del consiglio.
Il giovane gambero non sapeva cosa rispondere e stette zitto. Ma dentro di sé pensava: «Ho ragione io».
E salutato gentilmente il vecchio riprese fieramente il suo cammino. Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà tutte le cose storte di questo mondo? Noi non lo sappiamo, perché egli sta ancora marciando con il coraggio e la decisione del primo giorno. Possiamo solo augurargli, di tutto cuore: - Buon viaggio!




Il giovane gambero. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

sabato 17 luglio 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 16



Io sono un sognatore,
ma non sogno solo per me:
sogno una torta in cielo
per darne un poco anche a te.

Una torta di cioccolato
grande come una città,
che arrivi dallo spazio
a piccola velocità.

Sembrerà dapprima una nuvola,
si fermerà su una piazza,
le daremo un’occhiatina
curiosa dalla terrazza…

Ma quando scenderà
come una dolce cometa
ce ne sarà per tutti
da fare festa completa.

Ognuno ne avrà una fetta
più una ciliegia candita,
e chi non dirà “«buona! »,
certo dirà “«squisita! »

Poi si verrà a sapere
(e la cosa sarà più comica)
che qualcuno s’era provato
a buttare una bomba atomica,

ma invece del solito fungo
l’esplosione ha provocato
(per ora nel mio sogno)
una torta di cioccolato.



La torta in cielo. (Gianni Rodari, Il libro degli errori)

@fmazzucato: Sono cresciuta con Gianni Rodari. Mi ricordo ancora certe filastrocche, la Torta in Cielo. Penso non sia ricordato abbastanza #Rodari

sabato 19 giugno 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 15

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
"Brif, braf", disse il primo.
"Braf, brof", rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c'era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c'era una vecchia signora né buona né cattiva.
"Come sono sciocchi quei bambini", disse la signora.
Ma il buon signore non era d'accordo: " Io non trovo".
"Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto".
"E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: "che bella giornata". Il secondo ha risposto: "domani sarà ancora più bello".
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perchè i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
"Maraschi, barabaschi, pippirimoschi", disse il primo.
"Bruf", rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
"Non mi dirà che ha capito anche adesso", esclamò indignata la vecchia signora.
"E invece ho capito tutto", rispose sorridendo il vecchio signore. Il primo ha detto: "come siamo contenti di essere al mondo". E il secondo ha risposto: "il mondo è bellissimo".
"Ma è poi bello davvero? insisté la vecchia signora.
"Brif, bruf, braf". rispose il vecchio signore.

Brif, bruf, braf. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

sabato 15 maggio 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 14

Un giorno il piccolo Claudio giocava sotto il portone, e sulla strada passò un bel vecchio con gli occhiali d'oro, che camminava curvo appoggiandosi ad un bastone, e proprio davanti al portone il bastone gli cadde.
Claudio fu pronto a raccoglierlo e lo porse al vecchio che sorrise e disse: - Grazie, ma non mi serve. Posso camminare benissimo senza. Se ti piace, tienilo. –
E senza aspettare risposta si allontanò, e pareva meno curvo di prima.
Claudio rimase lì con il bastone tra le mani e non sapeva che farne. Era un comune bastone di legno, con il manico ricurvo e il puntale di ferro, e niente altro di speciale da notare.
Claudio picchiò due o tre volte il puntale per terra, poi, quasi senza pensarci, inforcò il bastone ed ecco che non era più il bastone, ma era un cavallo, un meraviglioso puledro nero con una stella bianca in fronte, che si slanciò al galoppo intorno al cortile, nitrendo e facendo sprizzare scintille dai ciottoli.
Quando Claudio, meravigliato e un po’ spaventato, riuscì a rimettere il piede a terra, il bastone era di nuovo un bastone, e non aveva zoccoli ma un semplice puntale arrugginito, né criniera, ma il solito manico ricurvo..
- Voglio riprovare – decise Claudio, quando ebbe ripreso fiato.
Inforcò di nuovo il bastone, e stavolta esso non fu un cavallo, ma un solenne cammello a due gobbe, e il cortile era un immenso deserto da attraversare, ma Claudio non aveva paura e scrutava in lontananza, per vedere comparire l’oasi.
- È certamente un bastone fatato – si disse Claudio, inforcandolo per la terza volta. Adesso era un’automobile da corsa, tutta rossa, col numero scritto in bianco sul cofano, e il cortile una pista rombante, e Claudio arrivava sempre primo al traguardo.
Poi il bastone fu un motoscafo, e il cortile un lago dalle acque calme e verdi, e poi un’astronave che fendeva lo spazio, lasciandosi dietro una scia di stelle.
Ogni volta che Claudio rimetteva il piede a terra il bastone riprendeva il suo pacifico aspetto, il manico lucido, il vecchio puntale.
Il pomeriggio passò veloce tra quei giochi. Verso sera Claudio si riaffacciò per caso sulla strada, ed ecco di ritorno il vecchio dagli occhiali d’oro.
Claudio lo osservò ma non poté vedere in lui niente di speciale: era un vecchio signore qualunque, un po’ affaticato dalla passeggiata.
- Ti piace il bastone? – egli domandò sorridendo a Claudio.
Claudio credette che lo rivolesse indietro, e glielo tese, arrossendo. Ma il vecchio fece cenno di no.
- Tienilo, tienilo – disse. – Che cosa me ne faccio, ormai, di un bastone? Tu ci puoi volare, io potrei soltanto appoggiarmi. Mi appoggerò al muro e sarà lo stesso. –
E se ne andò sorridendo, perché non c’è persona più felice al mondo del vecchio che può regalare qualcosa ad un bambino.



A giocare col bastone. (Gianni Rodari, Favole al telefono)

giovedì 22 aprile 2010

Una babysitter da favola (need a babysitter today?)

Le favole del Fiocco Gigante | 13


Una volta, a Bologna fecero un palazzo di gelato proprio in Piazza Maggiore, e i bambini venivano da lontano a dargli una leccatina.
Il tetto era di panna montata. Il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato. Un bambino piccolissimo si era attaccato ad un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato,il più buono.
Una guardia del Comune, ad un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola, e si squagliavano in rivoletti rosa. “Presto!” gridò la guardia. “Più presto ancora”. E tutti giù a leccare più presto, per non lasciare andare perduta una sola goccia di quel capolavoro. “Una poltrona!” implorava una vecchiettina che non riusciva a farsi largo fra la folla.
“Una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se é possibile”. Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli.
Fu un gran giorno, quello e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia. Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano: ” Eh, già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna”.

Il palazzo di gelato. (Gianni Rodari, Favole al telefono)