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domenica 7 aprile 2013
Perché sei l'amore mio.
Non vi e' dubbio che mi manchi tu
e noi
e il leccar le tue spalle nude
e il tenerti sulle mie ginocchia
e sentir l'odore della vita sul tocco delle nostre labbra
e provare la nebbia negli occhi in un giorno di sole scintillante quando tu sei l'unico mondo nella mia anima.
Poesia, anonimo (innamorato pazzo della vita)
mercoledì 29 agosto 2012
Cosa vogliono le donne
Voglio un vestito rosso.
Lo voglio leggero e a buon mercato,
voglio che sia troppo stretto, lo voglio portare finché qualcuno non me lo strappi di dosso.
Lo voglio sbracciato e scollato,
quel vestito, così nessuno dovrà immaginarsi cosa c’è sotto. Voglio andarci per strada
passare davanti al discount e alla ferramenta con tutte quelle chiavi che brillano in vetrina, davanti al caffè dei signori Wang coi bomboloni del giorno prima, davanti ai fratelli Guerra
che buttano i maiali dal camion sul muletto, issandosi in spalla quei lucidi grugni.
Voglio andare in giro come fossi l’unica
donna al mondo a caccia di una preda.
Lo voglio davvero quel vestito.
Lo voglio per confermare
i tuoi peggiori sospetti su di me,
per farti vedere quanto poco ci tengo a te
o par farti vedere tutto, tranne quello
che voglio. Appena lo trovo, lo tiro giù
dalla gruccia perché cerco un corpo
che mi porti nel mondo, in mezzo
alle urla del parto e a quelle dell’amore,
e lo indosserò come ossa, come pelle,
sarà lo stramaledetto
vestito dentro cui mi seppelliranno.
Cosa vogliono le donne
Kim Addonizio
Lo voglio leggero e a buon mercato,
voglio che sia troppo stretto, lo voglio portare finché qualcuno non me lo strappi di dosso.
Lo voglio sbracciato e scollato,
quel vestito, così nessuno dovrà immaginarsi cosa c’è sotto. Voglio andarci per strada
passare davanti al discount e alla ferramenta con tutte quelle chiavi che brillano in vetrina, davanti al caffè dei signori Wang coi bomboloni del giorno prima, davanti ai fratelli Guerra
che buttano i maiali dal camion sul muletto, issandosi in spalla quei lucidi grugni.
Voglio andare in giro come fossi l’unica
donna al mondo a caccia di una preda.
Lo voglio davvero quel vestito.
Lo voglio per confermare
i tuoi peggiori sospetti su di me,
per farti vedere quanto poco ci tengo a te
o par farti vedere tutto, tranne quello
che voglio. Appena lo trovo, lo tiro giù
dalla gruccia perché cerco un corpo
che mi porti nel mondo, in mezzo
alle urla del parto e a quelle dell’amore,
e lo indosserò come ossa, come pelle,
sarà lo stramaledetto
vestito dentro cui mi seppelliranno.
Cosa vogliono le donne
Kim Addonizio
martedì 17 luglio 2012
Pochi giorni di vita.
Un uomo anziano con una veste grigia e un cappello bianco lavorato a maglia. Non era certo la persona che mi aspettavo di trovare mercoledì mattina all’Educational bookshop di via Salah al Din a Gerusalemme Est. Di solito alle casse ci sono dei ragazzi – tutti fratelli – che chiacchierano sempre con i clienti. Scopro che l’uomo è lo zio dei ragazzi. Lavora nella libreria tutti i giorni la mattina presto, in attesa che arrivino i quotidiani in arabo, ebraico e inglese.
A un certo punto mi è scappato un sospiro. Mi attendeva una giornata lunga e impegnativa, e continuavo a pensare all’articolo che avrei dovuto scrivere sugli abusi dei coloni. L’uomo mi ha guardata con aria paterna: “Perché sospiri? Hai un terzo dei miei anni”. La gentilezza tipica dei palestinesi, condita da una bugia lusinghiera. Non ho avuto il tempo di contraddire la sua affermazione. “Lascia che ti racconti una storia”, ha detto. “Un uomo visita una città straniera. Va al museo, poi al palazzo e nella città vecchia. Infine entra in un giardino costellato di pietre. Un cimitero.
Cammina tra le tombe. ‘Ha vissuto sette giorni’, legge su una lapide. ‘Ha vissuto 36 giorni’, recita un’altra. L’uomo si accorge che le lapidi sono tutte simili (‘otto giorni’, ‘undici mesi’) ed esclama ad alta voce: ‘Dev’essere un cimitero per bambini’. Una donna interviene e lo corregge: ‘No. Sono tutti morti in età adulta. Sulla lapide c’è scritto il numero di giorni che hanno vissuto veramente, quelli in cui si sono goduti la vita’”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale, numero 957, 13 luglio 2012
A un certo punto mi è scappato un sospiro. Mi attendeva una giornata lunga e impegnativa, e continuavo a pensare all’articolo che avrei dovuto scrivere sugli abusi dei coloni. L’uomo mi ha guardata con aria paterna: “Perché sospiri? Hai un terzo dei miei anni”. La gentilezza tipica dei palestinesi, condita da una bugia lusinghiera. Non ho avuto il tempo di contraddire la sua affermazione. “Lascia che ti racconti una storia”, ha detto. “Un uomo visita una città straniera. Va al museo, poi al palazzo e nella città vecchia. Infine entra in un giardino costellato di pietre. Un cimitero.
Cammina tra le tombe. ‘Ha vissuto sette giorni’, legge su una lapide. ‘Ha vissuto 36 giorni’, recita un’altra. L’uomo si accorge che le lapidi sono tutte simili (‘otto giorni’, ‘undici mesi’) ed esclama ad alta voce: ‘Dev’essere un cimitero per bambini’. Una donna interviene e lo corregge: ‘No. Sono tutti morti in età adulta. Sulla lapide c’è scritto il numero di giorni che hanno vissuto veramente, quelli in cui si sono goduti la vita’”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale, numero 957, 13 luglio 2012
lunedì 20 dicembre 2010
A destra del letto di mio padre c’è Walter.
A destra del letto di mio padre c’è Walter.
Walter era infermiere in un grande ospedale fiorentino. Era un “ferrista”, cioè uno di quelli che assistono il chirurgo durante le operazioni. Dieci anni fa è andato in pensione, e s’è trasferito con la moglie e il figlio nel paesino natale di lei, sulle pendici dell’Amiata. Walter il marzo scorso ha avuto una crisi epilettica, seguita poi da lancinanti mal di testa. Dopo mesi di esami e analisi, un mese e mezzo fa, gli hanno diagnosticato un tumore al cervello esteso e inoperabile. Adesso Walter giace disteso a letto. Ha perso completamente la parola, e quasi tutte le capacità motorie. Capisce tutto, e si esprime cogli sguardi. Gli somministrano un sacco di medicinali, antidolorifici e soprattutto calmanti che scongiurino le crisi epilettiche.
La moglie è una signora magra e calma, cogli occhi grandi e fermi, e nello sguardo le leggi dolore e stupore. Quando è dentro la camera, nutre e cura il marito con dolcezza e sorridendo. Poi esce nel corridoio e, qualche volta, piange silenziosamente. Il figlio è un ventunenne tracagnotto, dall’andatura simpatica e dallo sguardo sereno e gioviale. Ha seguito le orme del padre, ed è al secondo anno della scuola da infermieri. Quando è nella stanza, si prende imperturbabile e sorridente cura del suo babbo. L’ho visto cercargli per cinque minuti una vena nel piede per la flebo – le braccia ormai sono tumefatte dalle troppe punture -, senza fare una piega, sempre delicato, affettuoso e allegro. Poi, nel corridoio, con la stessa calma energia, così sorprendente in un ragazzo così giovane, consola la madre e cerca di condurla dolcemente ad accettare lo stato delle cose. Sono sicuro che W. si senta orgoglioso d’avere un figlio così. Io lo sarei, e molto. Al tempo stesso, se i figli sono in qualsiasi misura lo specchio dei genitori, Walter di certo dev’essere stato un gran bravo padre.
Guardo ammirato e affascinato la delicata coesione, la saldezza d’affetti e la dignità con cui questa famiglia sta affrontando l’atroce procedere della morte al lavoro, e mi ritrovo a pensare che queste persone, che sulla carta potremmo definire come semplici e umili, siano tra le più ricche che abbia mai incontrato. E poi, sua sponte, mi viene in mente un noto adagio evangelico, e d’improvviso esso m'appare cristallino e perfettamente sensato, senza bisogno di scomodare alcun dio: “beati i miti, perché essi erediteranno la terra”.
A sinistra del letto di mio padre c’è Sergio.
Sergio è un rumoroso signore viterbese sulla settantacinquina. Sposato con una grossetana s’è trapiantato colà, e ha avuto tre figli. E’ stato portato in questo piccolo ospedale perché quello grande e moderno di Grosseto non aveva letti. Lui e la moglie erano già stati qui trent’anni fa: aveva avuto un colpo di sonno, erano finiti coll’auto in una scarpata e qui gli avevano salvato la vita. Sergio è arrivato qui con la moglie, che ha vissuto per due giorni nell’ospedale dormendo su una seggiola, poi è sparita. Una notte mi sono affacciato in camera per vedere se mio padre dormiva, e ho visto che lei, sfinita, s’era allungata sul letto del marito, e dormivano abbracciati.
Non si capisce bene cos’abbia Sergio: la moglie – una signora stanca dall’aria un po’ assente.-, mentre l’aiutavo a parcheggiare il suo vecchio pandino, mi ha detto che lui quest’estate ha avuto il fuoco di Sant’Antonio, è stato molto male, si è depresso e non si è più ripreso.
Sergio ha un vocione laziale che fa tremare i vetri, e fa dei gran teatri, e chiede continuamente e rumorosamente attenzione. Dice che muore, che non respira, ma dall’energia con cui lo dice è difficile prenderlo sul serio: e infatti anche gli infermieri gli dicono spazientiti suvvia, la smetta, son ben altri quelli che muoiono. Sergio spesso fa molto ridere, sembra uscito da un film di Verdone. Oscilla tra consigli sulle trattorie in zona, a enunciazioni del fatto che oggi lascerà l’ospedale, a colorite reprimende agli infermieri che lo trascurano, a richieste di parlamentare “col responsabile qui della baracca”. Sergio a volte è irritante: egoisticamente penso a mio padre che avrebbe bisogno di riposo, e invece lui fa continuamente dei gran casini, pretende cose e litiga cogli infermieri.
Ieri l’altro mattina Sergio mi guarda e fa: “Sa, stanotte ero indeciso se morire o no. Poi ho pensato ai miei fiji, e ho deciso che volevo vivere”. Poi s’è messo a piangere.
Ieri mattina hanno lasciato i vassoi colle colazioni, la moglie anche ieri non c’era, gli infermieri (ovviamente pochi per tutti quei malati) tardavano, così Sergio m’ha ingiunto col vocione d’aiutarlo. Allora gli ho reclinato il letto, incastrato il tavolino tra le sponde, e servito il vassoio col caffelatte e le fette biscottate. Sergio ha spazzolato tutto d’appetito, sia la sua colazione che quella della moglie assente. Poi ha enunciato che in giornata se ne sarebbe andato, ha cominciato ad agitarsi, a chiedere che voleva parlare colla moglie, che qui che là, a chiamare a gran voce gli infermieri, a chiedermi se avevo il cellulare per telefonare a casa eccetera. Per farlo star buono, gliel’ho dato. Ha chiamato, e ha cominciato a urlare nel telefono di venirlo a prendere. Ma siccome è duro d’orecchi, non capiva le risposte e allora m’ha passato la moglie, che mi ha detto agitata che lei oggi non aveva la macchina e non poteva venirlo a prendere. Ho riferito a Sergio la cosa, e col suo modo di fare brusco e col vocione pretendeva di sapere da me cosa significava che non aveva la macchina. Un po’ spazientito, soprattutto a causa degli effetti che tutta quest’agitazione poteva avere su mio babbo, ho cercato un po’ di tagliare corto per farlo stare buono. Alle nove ci hanno buttato fuori dal reparto, e come previsto sono ripartito per Milano.
Ieri sera, arrivato a casa, chiamo per avere notizie del babbo. La moglie di mio padre, sconvolta, mi racconta: verso le cinque del pomeriggio, Sergio ha fatto per l’ennesima volta uno dei suoi numeri. Solo che questa volta sembrava stare male sul serio. E, nel giro di cinque minuti, davanti a lei e a mia sorella sedicenne che per lo shock ha cominciato a buttare sangue dal naso, e nell’incredulità generale, a partire dagli stessi infermieri, Sergio è morto. Quando ho riagganciato il telefono mi sono accorto che stavo tremando.
scritta da lucah: "Le due storie quissù le ho scritte da un lato a scopo terapeutico, per sfogarmi e sublimare l'angoscia per ciò che ho visto in questi giorni, dall'altro perché mi parevano meritevoli d'essere raccontate, e, per ciò che mi concerne, in futuro ricordate."
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lunedì 31 maggio 2010
zia riccetta e la vendetta! (puntata 3 di chissà.)

si avvicina a giorni lesti
il passaggio siderale:
che si inchinino le folle,
si concretino apogèi!
che fioriscano bei gesti
nel trionfo aggettivale
corre un fremito alla pelle -
siamo solo a meno sei :)
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venerdì 14 maggio 2010
martedì 30 marzo 2010
sabato 27 marzo 2010
tanto per fare chiarezza, signori ladri.
martedì 23 marzo 2010
forse hanno ragione loro....
Cara Milana, come si fa a rallentare il tempo?
Internazionale 791, 16 aprile 2009
Io ci ho provato in tanti modi: scrivendo un diario, guardando la luna tutte le sere, ricordandomi ogni particolare, ogni dettaglio, rallentando il ritmo. Direi che più andiamo veloci noi e più veloce va il tempo. Quindi se ci fermiamo, si ferma anche lui.
Quello che funziona meglio per me è passare un pomeriggio in giardino a non far niente. È il modo ideale per immagazzinare tempo. Ma onestamente non riesco a farlo spesso, giusto qualche giorno d'estate. Anche leggere romanzi, quelli lenti, quelli pesanti d'inizio secolo, favorisce la sensazione che tutto sia fermo.
S'illude chi crede che fare tutto velocemente ti farà trovare del tempo per te. Il tempo è sempre qui, come se aspettasse che ci si accorga di lui. Il tempo c'è sempre, anche più di quanto immaginiamo. Per saperlo cogliere bisogna essere un po' filosofi, cosa non troppo difficile per me, un po' malinconici, cosa che mi capita spesso, e anche un po' persi nel mondo, e questo mi viene assolutamente naturale.
Virginia Woolf scrive della cattiva abitudine umana di sbriciolare il tempo in ore e minuti. Proust ha dedicato tutta la sua opera magna alla "cattura del tempo". Bachelard osserva come il tempo passi più lento per i bambini che giocano in soffitta. Chi sa di mantenere vivo dentro di sé il sentimento del gioco spensierato riuscirà a rallentare il tempo, dice Bachelard. E ha ragione. Provare per credere.
Milana Runjic, scrittrice croata
Ieri ho ricevuto questa mail in risposta a una mia mandata circa una settimana prima:
"Ciao lù*
La vita è un casino - stop.
Qui sempre di corsa, ma non so dove stiamo andando...così di corsa. Bho!
Hanno scelto l'invito ma anche loro non lo trovano più.
Siamo invitati all’inaugurazine, non mi ricordo quando, ma andiamo.
Pasqua è tra due settimane ---> organizzare bischerata in barca con tanti amici.
Parco delle 5 terre
Baci
Sentiamoci
Ps scrivi per avere risposte sull'invito"
Questo invece il messaggio/frase tipo con cui da mesi oramai chiudiamo/apriamo e chiudiamo i tentativi di comunicazione io e una tra le mie più chiare amiche. Oramai ci ridiamo anche, riusciamo a doverla dire più volte lo stesso giorno...
"Adesso non riesco. Sono di corsa. Proviamo a sentirci più tardi? O male che vada magari domani che sono pi libera almeno ci parliamo con un po' più di calma."
Questa invece la lista "principale" (si abbiamo anche una seconda, terza...) delle cose che non sono riuscita a fare, nonostante me lo fossi ripromessa e che rimando giorno dopo giorno:
-scrivere la mail a Rita
-chiamare Paola& Antonio e sapere come sta il "nuovo, piccolo" Michele
-scrivere la dedica a Chela
-comprare il libro che papà mi ha chiesto
-andare a vedere la partita di sabato di Hulko (ha anche vinto)
-aggiungere anche qualche parola alle 'emoticons' con cui replico a buona parte dei messaggi che ricevo, ad Inaki per esempio
-sentire la mia adorata LAPA e capire come se la cava nel nuovo ruolo di mamma
-innaffiare le piante (siamo a due settimane, sono un'assassina)
-rispondere a una mail di una cara ex collega che aspetta lì da oramai settimana (sono un mostro)
-organizzare il pigiama party con le amiche con le amiche
-ah diamine anche Zilio
poi ci sono tutte quelle cose che so già che non farò perche detesto farle e non aver tempo è un'ottima scusa:
pulire il garage, controllare gli estratti conto della banca, mettere ordine tra le vecchie foto (quelle di quando ancora non esisteva il digitale), cucire il bottone di una camicia "caduto" a settembre", organizzare il viaggiopremio per i miei 40 anni,
andare dall'elettrauto (sono senza una luce da due settinmane oramai..)
La lista del "to do" lavorativa l'ho omessa di proposito.
Forse, anzi sicuramente, hanno ragione loro. Anche se, citando un ragazzo molto saggio, "non conosco, e credo, non esista la verità. Mah! Boh! non so......ho scritto di getto... e comunque in alcuni periodi, per avere la certezza del contrario, può essere molto piacevole anche "sailing slow and live fast"

*(ovvero me LaZia)
i refusi non verranno corretti né oggi né mai perchè non ho tempo
Internazionale 791, 16 aprile 2009
Io ci ho provato in tanti modi: scrivendo un diario, guardando la luna tutte le sere, ricordandomi ogni particolare, ogni dettaglio, rallentando il ritmo. Direi che più andiamo veloci noi e più veloce va il tempo. Quindi se ci fermiamo, si ferma anche lui.
Quello che funziona meglio per me è passare un pomeriggio in giardino a non far niente. È il modo ideale per immagazzinare tempo. Ma onestamente non riesco a farlo spesso, giusto qualche giorno d'estate. Anche leggere romanzi, quelli lenti, quelli pesanti d'inizio secolo, favorisce la sensazione che tutto sia fermo.
S'illude chi crede che fare tutto velocemente ti farà trovare del tempo per te. Il tempo è sempre qui, come se aspettasse che ci si accorga di lui. Il tempo c'è sempre, anche più di quanto immaginiamo. Per saperlo cogliere bisogna essere un po' filosofi, cosa non troppo difficile per me, un po' malinconici, cosa che mi capita spesso, e anche un po' persi nel mondo, e questo mi viene assolutamente naturale.
Virginia Woolf scrive della cattiva abitudine umana di sbriciolare il tempo in ore e minuti. Proust ha dedicato tutta la sua opera magna alla "cattura del tempo". Bachelard osserva come il tempo passi più lento per i bambini che giocano in soffitta. Chi sa di mantenere vivo dentro di sé il sentimento del gioco spensierato riuscirà a rallentare il tempo, dice Bachelard. E ha ragione. Provare per credere.
Milana Runjic, scrittrice croata
Ieri ho ricevuto questa mail in risposta a una mia mandata circa una settimana prima:
"Ciao lù*
La vita è un casino - stop.
Qui sempre di corsa, ma non so dove stiamo andando...così di corsa. Bho!
Hanno scelto l'invito ma anche loro non lo trovano più.
Siamo invitati all’inaugurazine, non mi ricordo quando, ma andiamo.
Pasqua è tra due settimane ---> organizzare bischerata in barca con tanti amici.
Parco delle 5 terre
Baci
Sentiamoci
Ps scrivi per avere risposte sull'invito"
Questo invece il messaggio/frase tipo con cui da mesi oramai chiudiamo/apriamo e chiudiamo i tentativi di comunicazione io e una tra le mie più chiare amiche. Oramai ci ridiamo anche, riusciamo a doverla dire più volte lo stesso giorno...
"Adesso non riesco. Sono di corsa. Proviamo a sentirci più tardi? O male che vada magari domani che sono pi libera almeno ci parliamo con un po' più di calma."
Questa invece la lista "principale" (si abbiamo anche una seconda, terza...) delle cose che non sono riuscita a fare, nonostante me lo fossi ripromessa e che rimando giorno dopo giorno:
-scrivere la mail a Rita
-chiamare Paola& Antonio e sapere come sta il "nuovo, piccolo" Michele
-scrivere la dedica a Chela
-comprare il libro che papà mi ha chiesto
-andare a vedere la partita di sabato di Hulko (ha anche vinto)
-aggiungere anche qualche parola alle 'emoticons' con cui replico a buona parte dei messaggi che ricevo, ad Inaki per esempio
-sentire la mia adorata LAPA e capire come se la cava nel nuovo ruolo di mamma
-innaffiare le piante (siamo a due settimane, sono un'assassina)
-rispondere a una mail di una cara ex collega che aspetta lì da oramai settimana (sono un mostro)
-organizzare il pigiama party con le amiche con le amiche
-ah diamine anche Zilio
poi ci sono tutte quelle cose che so già che non farò perche detesto farle e non aver tempo è un'ottima scusa:
pulire il garage, controllare gli estratti conto della banca, mettere ordine tra le vecchie foto (quelle di quando ancora non esisteva il digitale), cucire il bottone di una camicia "caduto" a settembre", organizzare il viaggiopremio per i miei 40 anni,
andare dall'elettrauto (sono senza una luce da due settinmane oramai..)
La lista del "to do" lavorativa l'ho omessa di proposito.
Forse, anzi sicuramente, hanno ragione loro. Anche se, citando un ragazzo molto saggio, "non conosco, e credo, non esista la verità. Mah! Boh! non so......ho scritto di getto... e comunque in alcuni periodi, per avere la certezza del contrario, può essere molto piacevole anche "sailing slow and live fast"

*(ovvero me LaZia)
i refusi non verranno corretti né oggi né mai perchè non ho tempo
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lunedì 22 marzo 2010
Sir Charles Spencer Chaplin

Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà così difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi vivi come credi, fai quello che ti dice il cuore. La vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali. Canta, ridi, balla, ama. Vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi.
Charlie Chaplin,(1889 - 1977)
Regista e attore inglese
domenica 14 marzo 2010
SOLO PER OGGI.
di Papa Giovanni XXIII
Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.
Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell'altro mondo, ma anche in questo.
Solo per oggi mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.
Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l'ascolto sono necessari alla vita dell'anima.
Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l'indecisione.
Solo per oggi saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l'esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.
Solo per oggi non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nell'Amore.
Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.
Solo per oggi, Papa Giovanni XXIII
Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.
Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell'altro mondo, ma anche in questo.
Solo per oggi mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.
Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l'ascolto sono necessari alla vita dell'anima.
Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l'indecisione.
Solo per oggi saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l'esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.
Solo per oggi non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nell'Amore.
Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.
Solo per oggi, Papa Giovanni XXIII
giovedì 25 febbraio 2010
faccio cose vedo gente, ovvero la mia giornata.
">
Questo 25 febbraio 2010 l'ho trascorso in uno strano ed emozionante via vai tra passato e presente. Ho incontrato, in occasioni e momenti diversi persone, ben quattro persone, che hanno fatto parte della mia vita circa 9 se non 10 anni fa. E quasi tutte e quattro non le vedevo da allora. La vita è strana! (già stata detta questa, immagino...).
Di questi quattro incontri solo uno era voluto, organizzato e anche un po' sudato... ;-) Alla fine siamo riuscite a goderci queste quasi due ore di caffè e parole, ma assicuro non è stato affatto facile prendere appuntamento con la mamma di una dolce e briosa ragazzina, di due energici bambini nonché moglie raggiante e soprattutto donna dinamica e operosa. Non per niente è semplicemente la mia maestra di vita ;)
Poi da lì... boh! Il caso, il girare, le coincidenze... mi hanno fatto incontrare gente, emozioni e tanti ricordi (presa dal trasporto tendo a esagerare, sono una donna senza memoria di conseguenza senza passato, quindi direi che 'ricordi' da solo è più onesto). Potrei raccontare di un viaggio a Parigi, di un lavoro stimolante e di uno che ho tanto detestato, di una giacca rossa e di una ragazza di trent'anni che poco ha a che fare con la donna che sono diventata e di come tutto questo c'entra con le quattro persone che oggi ho incontrato. Ma il passato è solo un momento che fugge via anche quando lo incontri nel presente.
Questo 25 febbraio 2010 l'ho trascorso in uno strano ed emozionante via vai tra passato e presente. Ho incontrato, in occasioni e momenti diversi persone, ben quattro persone, che hanno fatto parte della mia vita circa 9 se non 10 anni fa. E quasi tutte e quattro non le vedevo da allora. La vita è strana! (già stata detta questa, immagino...).
Di questi quattro incontri solo uno era voluto, organizzato e anche un po' sudato... ;-) Alla fine siamo riuscite a goderci queste quasi due ore di caffè e parole, ma assicuro non è stato affatto facile prendere appuntamento con la mamma di una dolce e briosa ragazzina, di due energici bambini nonché moglie raggiante e soprattutto donna dinamica e operosa. Non per niente è semplicemente la mia maestra di vita ;)
Poi da lì... boh! Il caso, il girare, le coincidenze... mi hanno fatto incontrare gente, emozioni e tanti ricordi (presa dal trasporto tendo a esagerare, sono una donna senza memoria di conseguenza senza passato, quindi direi che 'ricordi' da solo è più onesto). Potrei raccontare di un viaggio a Parigi, di un lavoro stimolante e di uno che ho tanto detestato, di una giacca rossa e di una ragazza di trent'anni che poco ha a che fare con la donna che sono diventata e di come tutto questo c'entra con le quattro persone che oggi ho incontrato. Ma il passato è solo un momento che fugge via anche quando lo incontri nel presente.
domenica 21 febbraio 2010
Volo via

Datemi una bolla.
Datemi pareti sottili e trasparenti, leggerezza di volo, viaggi sul vento.
Fatemi viaggiare insieme ai petali delle margherite e ai pollini starnutini.
Fatemi godere il sole sopra alle nuvole, sopra alla nebbia, sopra alla polvere fango sporcizia.
Fatemi vedere le stelle da vicino, fatemi spaventare i pettirossi, fatemi ridereridereridere.
Fatemi dimenticare tutto.
Datemi brezza fresca e sole caldo.
Fatemi tornare al giardino dell’asilo, bimbi che ridono, 4 anni, bolle che volano.
Lasciatemi andare, così.
Pinkmartina e il suo blog da cui ho rubato! :-D
Questa dolcissima foto è di shamballah
tag
felicità,
infanzia,
pensiero,
Pinkmartina,
ricordi,
riflessione,
vita
mercoledì 13 gennaio 2010
di un albero caduto attraverso la strada

L'albero che uno schiantarsi di legno
La bufera ci abbatte davanti non è
Per sbarrarci per sempre la strada verso la mèta,
Ma appena per domandarci chi mai crediamo di essere
A insistere sempre così sul nostro cammino.
Gli piace arrestarci sui solchi della slitta,
Farci affondare dentro un palmo di neve
A discutere come si fa senza una scure.
Eppure sa che ostacolarci è inutile:
Non ci faremo distogliere dall'obiettivo finale
Che in noi segreto abbiamo da raggiungere,
Dovessimo afferare la terra per il polo
E, stanchi di girare a vuoto in un sol posto,
Gettarci ad inseguire qualcosa nello spazio.
Di un albero caduto attraverso la strada, Robert Frost
anche questa volta la fotografia è stata"gentilmente" fornita dalla nostra paolabonini ovvero la CompagnaDiBanco.
https://twitter.com/paolabonini
http://www.flickr.com/photos/baishoh/4240890715/
martedì 12 gennaio 2010
la strada che non presi

Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.
Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’ aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.
Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.
Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io -
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.
La strada che non presi, Robert Frost
anche questa volta la foto è stata gentilemente rubata a qualcuno! :-D grazie alla nostra paolabonini ovvero la CompagnaDiBanco. Diciamo che almeno questa volta ho rubato in famiglia! ;-)
https://twitter.com/paolabonini
http://www.flickr.com/photos/baishoh/4240890715/
mercoledì 9 settembre 2009
io e il tenero formaggio svizzero.
Il formaggio svizzero non mi ha mai convinto del tutto, mi ha sempre lasciata perplessa: il suo tipico sapore, il profumo molto forte e poi quel colore giallo... ma tutti quei buchi, quegli affascinanti buchi fanno simpatia, questo glielo devo riconoscere. Il formaggio svizzero è un formaggio simpatico, si potrà dire simpatico di un formaggio?!??!! E cosa vado anche a scoprire? Che il formaggio svizzero è molto più di un semplice formaggio coi buchi, è la sede dei miei errori o meglio, è nei suoi buchi che risiedono i miei errori!!!
Sbagliare è umano, ma per incasinare davvero le cose basta un banalissimo e saporito formaggio svizzero?
In sostanza sembra che la causa di molti miei errori possa essere rintracciata in uno o più livelli di insufficienza, situati a monte del punto in cui è avvenuto l'errore e che magari i "disastri" che compio avvengono a distanza nel tempo e nello spazio dal punto in cui sono iniziati. L’accadere di un errore o evento avverso, che dir si voglia, è infatti possibile per un active failure (azione od omissione) che supera le barriere difensive della prevenzione e dell’attenzione, ma che è provocato soprattutto dalle condizioni (latent failure) in cui si svolgono le azioni stesse. Le latent failure sono identificabili in errori di previsione, di valutazione, di gestione, che tendono a rendere debole il mio "sistema vita" e ad esporlo a possibili errori.
Il presupposto di base in questo approccio risiede quindi nella convinzione che gli errori che compio e i "piccoli incidenti" che mi capitano siano solo la punta dell’iceberg, che per un incidente che ha avuto luogo, che mi è successo, ce ne siano stati molti altri che non sono avvenuti solo perché un'azione o un controllo, magari neanche voluto, hanno impedito che accadesse. In altre parole, trattasi di errori che solo casualmente o per controlli non si sono verificati ma che sono “latenti” nel mio complesso sistema di vita.
Cosa c'entra tutto questo con il tenero formaggio svizzero? C'entra!
Ogni "fetta" del famosissimo e comunque apprezzato formaggio è una barriera difensiva dell'organizzazione del mio "sistema vita", i buchi nelle fette rappresentano, invece, le mie debolezze individuali suddivise in singole parti e queste variano continuamente come sede e dimensione in ogni singola fetta. Quindi il mio sistema di vita, nel suo complesso, fallisce quando tutti i buchi di tutte le fette momentaneamente si allineano, permettendo, "a trajectory of accident opportunity" (una traiettoria dell'occasione di incidente), ovvero che un rischio passi attraverso tutti i buchi del sistema determinando uno dei miei classici disastri! Insomma già da oggi, con una citazione, credo di poter affermare che sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore. Modestamente.

Chiedo formalmente scusa a James Reason, professore emerito di psicologia dell'università di Manchester, che nel 1990 propose un modello di analisi degli errori e degli incidenti noto come il modello del formaggio svizzero (Swiss Cheese Model) o teoria degli errori latenti.
Sbagliare è umano, ma per incasinare davvero le cose basta un banalissimo e saporito formaggio svizzero?
In sostanza sembra che la causa di molti miei errori possa essere rintracciata in uno o più livelli di insufficienza, situati a monte del punto in cui è avvenuto l'errore e che magari i "disastri" che compio avvengono a distanza nel tempo e nello spazio dal punto in cui sono iniziati. L’accadere di un errore o evento avverso, che dir si voglia, è infatti possibile per un active failure (azione od omissione) che supera le barriere difensive della prevenzione e dell’attenzione, ma che è provocato soprattutto dalle condizioni (latent failure) in cui si svolgono le azioni stesse. Le latent failure sono identificabili in errori di previsione, di valutazione, di gestione, che tendono a rendere debole il mio "sistema vita" e ad esporlo a possibili errori.
Il presupposto di base in questo approccio risiede quindi nella convinzione che gli errori che compio e i "piccoli incidenti" che mi capitano siano solo la punta dell’iceberg, che per un incidente che ha avuto luogo, che mi è successo, ce ne siano stati molti altri che non sono avvenuti solo perché un'azione o un controllo, magari neanche voluto, hanno impedito che accadesse. In altre parole, trattasi di errori che solo casualmente o per controlli non si sono verificati ma che sono “latenti” nel mio complesso sistema di vita.
Cosa c'entra tutto questo con il tenero formaggio svizzero? C'entra!
Ogni "fetta" del famosissimo e comunque apprezzato formaggio è una barriera difensiva dell'organizzazione del mio "sistema vita", i buchi nelle fette rappresentano, invece, le mie debolezze individuali suddivise in singole parti e queste variano continuamente come sede e dimensione in ogni singola fetta. Quindi il mio sistema di vita, nel suo complesso, fallisce quando tutti i buchi di tutte le fette momentaneamente si allineano, permettendo, "a trajectory of accident opportunity" (una traiettoria dell'occasione di incidente), ovvero che un rischio passi attraverso tutti i buchi del sistema determinando uno dei miei classici disastri! Insomma già da oggi, con una citazione, credo di poter affermare che sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore. Modestamente.

Chiedo formalmente scusa a James Reason, professore emerito di psicologia dell'università di Manchester, che nel 1990 propose un modello di analisi degli errori e degli incidenti noto come il modello del formaggio svizzero (Swiss Cheese Model) o teoria degli errori latenti.
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domenica 2 agosto 2009
Correva l'anno 2008
...e correva tremendamente veloce. La coda dell'estate. La coda della separazione. In pieno la malattia del babbo. In pieno il trasloco. In pieno l'inizio della scuola per Hulko che a certo punto frastornato dal turbinio delle cose mi ha detto - Ma proprio tutto insieme, mamma?!
Il 21 ricoverano il babbo. Il 22 firmo il rogito. Il 23 rimandano l'operazione. Il 24 lo operano. Il 25 dobbiamo traslocare.
E' la notte fra il 24 e il 25. L'operazione è andata bene. Con Babbo ci sono la Mamma infermiera da una vita e per la vita, nata con questa forza e nostro fratello che fieramente, e anche noi di lui, si prende cura di entrambi.
Stiamo rincasando e LaZia mi chiede - A che punto sei con gli scatoloni?
- Ma sì, quasi finiti.
- Sicura? Vengo a darti una mano?
- No, vai pure a casa a lavorare, ce la faccio davvero.
- Dai vengo un'oretta.
- Beh se puoi...
Il 21 ricoverano il babbo. Il 22 firmo il rogito. Il 23 rimandano l'operazione. Il 24 lo operano. Il 25 dobbiamo traslocare.
E' la notte fra il 24 e il 25. L'operazione è andata bene. Con Babbo ci sono la Mamma infermiera da una vita e per la vita, nata con questa forza e nostro fratello che fieramente, e anche noi di lui, si prende cura di entrambi.
Stiamo rincasando e LaZia mi chiede - A che punto sei con gli scatoloni?
- Ma sì, quasi finiti.
- Sicura? Vengo a darti una mano?
- No, vai pure a casa a lavorare, ce la faccio davvero.
- Dai vengo un'oretta.
- Beh se puoi...
[MammYX]
(Post a 2 voci: MammYX & LaZia)
- Ok. io l'ammazzo.
Questa volta sono giustificata. Non l'ho fatto a 16 anni quando per un anno intero alle 20,30 la "nostra cameretta" doveva essere immersa nelle tenebre e quindi si doveva spegnere la luce e quindi potevo scegliere se andare a leggere il mio libro in bagno o in cucina... e quindi, comunque, già così le ho permesso di vivere più a lungo! Ma questa volta lo faccio. Giuro.
Sono le due e mezza di notte. Chiudiamo freneticamente a quattro mani scatoloni, sacchi, bauli, borsoni e quant'altro si possa chiudere, dalle 21,00 con quel piglio e quella determinazione da "lavoratorebergamascochelamammacihatantoinculcato" ovvero non si beve e non ci si ferma finchè non è tutto finito... manca ancora la camera da letto, l'armadio dei vestiti è praticamente intonso e in cucina c'è una parte che MammYX (leggere quella screanzata di mia sorella) deve supervisionare prima di "confezionare"...
Sappiamo tutte e due che c'è ancora da fare ma non ce lo diciamo. Io di mio effettivamente stasera due o tre cose personalmente gliele direi, tanto comunque poi l'ammazzo in ogni caso. Ma poi mi vedo l'espressione di NonnaRagno che con il ditino puntato verso noi due pronuncia i nostri nomi tutti attaccati (quando eravamo piccole e c'era da sgridarci diventavamo un'entità unica) e scatta lo spirito di sorellanza che ci unisce da sempre. Così rasserenata metto lo scotch da pacco, fantasticando sull'efficacia dei diversi metodi per compiere il mio ambitissimo sorellicidio che è solo momentaneamente rimandato!
[LaZia]
(Post a 2 voci: MammYX & LaZia)
sabato 1 agosto 2009
Le due facce del tacco, a spillo, ovviamente // Las dos caras del tacón, de aguja, claro
Lunedì, 8:30
Toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc... ecco l’eco sicuro e travolgente dei miei passi. Il primo, il custode; subito dopo, la vicina di fronte. Ed è soltanto l’inizio. Esco dal condominio e tutti gli sguardi si voltano istantaneamente verso di me. Uomini, donne e bambini, senza eccezioni, si sentono irresistibilmente attirati dal mio sensuale e trascinante modo in cui rendo mia la strada. I miei tacchi a spillo mi hanno trasformata in una dea, in un essere assolutamente sexy e provocante. E spinta dalla superiorità che le mie scarpe sentono nei confronti delle altre della loro specie che ci incontrano lungo il cammino, mi lascio possedere da una sfacciataggine a me praticamente ignota, che muta il mio corpo in un dondolio continuo, un incessante ondeggiare.
Corpo eretto, testa alta e sguardi diretti, di sfida, alcuni, altri allegri, conduco i miei contendenti nel ring, con la sicurezza di chi si sa vincitrice in qualsiasi contesa. Sedotta dal gioco di fatal attraction e sapendomi (come qualsiasi dea che si pregi) onnipotente e onnipossente, arrivo senza nemmeno rendermi conto sulla porta del mio ufficio.
Lunedì, 20:30
Sta per scoppiarmi la testa (e nel mio immaginario tre, due, uno… BOOM!!!!). In meno di 30 secondi, da quando sono uscita dall’ufficio, ho già inciampato due volte, e la gente intorno a me, che non mi ha visto nella mia supremazia assoluta di stamattina, vede in me una stordita in cima su tacchi mutati in arma letale. Le gambe mi tremano leggermente per l’instabilità dei tacchi sul marciapiedi. Camminare con la testa ben alta? Ma stiamo scherzando? Manca soltanto che il mio tacco si infili nelle fessure di ventilazione della metropolitana in modo da offrire un spettacolo vergognoso per tirarlo fuori… oppure che inciampi ancora e finisca per fratturarmi il collo del quinto metatarso (o, se sono proprio sfortunata, il collo, appunto).
Come se badare alla mia incolumità fisica non fosse un’impresa abbastanza ardua, in questi momenti, comincio a rivedere mentalmente il contenuto del mio frigorifero (parlare di "contenuto", con riferimento al mio frigo, è quasi sarcasmo) e mi rendo conto che se stasera intendo davvero mangiare devo andare a fare la spesa.
Ed è così che finisce la mia giornata, quando con in una mano la borsa e nell’altra il poco o per niente glamourous sacchetto della Standa, tramutata ormai in uno straccio di donna, mi accascio sulla panchina della fermata del tram, non vedendo l’ora di arrivare a casa per lanciare queste maledette scarpe il più lontano possibile.
Lunes, 8:30
Toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc... el sonido seguro y arrollador de mis pasos. El primero, el portero; después la vecina de enfrente. Y es sólo el principio. Salgo de casa y todas las miradas caen inmediatamente sobre mí. Hombres, mujeres y niños, sin excepción, se sienten irresistiblemente atraídos ante mi sensual y abrumadora forma de hacerme con la calle. Mis tacones de aguja me han convertido en una diosa, en un ser extremadamente sexy y provocativo. Y llevada por la superioridad que sienten mis zapatos frente a los demás de su especie con los que nos encontramos en nuestro camino, me dejo poseer por una chulería casi ignota en mí que transforma mi cuerpo en un bamboleo continuo, en un contoneo incesante.
Cuerpo erguido, cabeza alta y miradas directas, desafiantes unas, juguetonas otras, arrastro a mis contrincantes al ring con la seguridad de quien sabe que saldrá victorioso de cualquier combate. Fascinada por ese juego de atracción fatal y sabiéndome (como buena diosa que se precie) omnipotente y todopoderosa, llego sin darme cuenta a la entrada de mi oficina.
Lunes, 20:30
Está a punto de estallarme la cabeza (y en mi imaginario tres, dos, uno… ¡¡¡¡BOOM!!!!).
Hace menos de 30 segundos que he salido de la oficina y ya he tropezado 2 veces; la gente a mi alrededor, no habiendo visto mi dominio absoluto de esta mañana, ve en mí un pato mareado sobre unos tacones transformados en un arma mortal. Siento un leve temblor de piernas, de pura inestabilidad del tacón en el suelo, claro. ¿Andar con la cabeza bien alta? ¡Ni de coña! Para que se me quede el tacón atascado en una ranura de ventilación del metro y tenga que ofrecer un espectáculo lamentable para sacar el zapato de ahí… o para que vuelva a tropezar con los adoquines y me rompa el cuello del metacarpiano quinto (o, con un poco de mala suerte, el cuello a secas).
Como si salvaguardar mi integridad física no fuese ya una tarea lo suficientemente ardua en estos momentos, me da por ponerme a hacer repaso mental del contenido de mi frigorífico (hablar de "contenido" para referirme a mi nevera es casi sarcasmo) y me doy cuenta de que tengo que pasar por el super si es que realmente pretendo cenar.
Y así acabo mi jornada, con mis tacones de aguja, el bolso en una mano y la bolsa roja y poco glamorosa del Standa en la otra y hecha un guiñapo, que más que una mujer parezco un monigote; y mientras me abalanzo sobre el banco de la parada del tranvía sólo puedo pensar en las ganas que tengo de llegar a casa para lanzar lejos de mí estos malditos zapatos.
Toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc... ecco l’eco sicuro e travolgente dei miei passi. Il primo, il custode; subito dopo, la vicina di fronte. Ed è soltanto l’inizio. Esco dal condominio e tutti gli sguardi si voltano istantaneamente verso di me. Uomini, donne e bambini, senza eccezioni, si sentono irresistibilmente attirati dal mio sensuale e trascinante modo in cui rendo mia la strada. I miei tacchi a spillo mi hanno trasformata in una dea, in un essere assolutamente sexy e provocante. E spinta dalla superiorità che le mie scarpe sentono nei confronti delle altre della loro specie che ci incontrano lungo il cammino, mi lascio possedere da una sfacciataggine a me praticamente ignota, che muta il mio corpo in un dondolio continuo, un incessante ondeggiare.
Corpo eretto, testa alta e sguardi diretti, di sfida, alcuni, altri allegri, conduco i miei contendenti nel ring, con la sicurezza di chi si sa vincitrice in qualsiasi contesa. Sedotta dal gioco di fatal attraction e sapendomi (come qualsiasi dea che si pregi) onnipotente e onnipossente, arrivo senza nemmeno rendermi conto sulla porta del mio ufficio.
Lunedì, 20:30
Sta per scoppiarmi la testa (e nel mio immaginario tre, due, uno… BOOM!!!!). In meno di 30 secondi, da quando sono uscita dall’ufficio, ho già inciampato due volte, e la gente intorno a me, che non mi ha visto nella mia supremazia assoluta di stamattina, vede in me una stordita in cima su tacchi mutati in arma letale. Le gambe mi tremano leggermente per l’instabilità dei tacchi sul marciapiedi. Camminare con la testa ben alta? Ma stiamo scherzando? Manca soltanto che il mio tacco si infili nelle fessure di ventilazione della metropolitana in modo da offrire un spettacolo vergognoso per tirarlo fuori… oppure che inciampi ancora e finisca per fratturarmi il collo del quinto metatarso (o, se sono proprio sfortunata, il collo, appunto).
Come se badare alla mia incolumità fisica non fosse un’impresa abbastanza ardua, in questi momenti, comincio a rivedere mentalmente il contenuto del mio frigorifero (parlare di "contenuto", con riferimento al mio frigo, è quasi sarcasmo) e mi rendo conto che se stasera intendo davvero mangiare devo andare a fare la spesa.
Ed è così che finisce la mia giornata, quando con in una mano la borsa e nell’altra il poco o per niente glamourous sacchetto della Standa, tramutata ormai in uno straccio di donna, mi accascio sulla panchina della fermata del tram, non vedendo l’ora di arrivare a casa per lanciare queste maledette scarpe il più lontano possibile.
* * * * *
Lunes, 8:30
Toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc, toc... el sonido seguro y arrollador de mis pasos. El primero, el portero; después la vecina de enfrente. Y es sólo el principio. Salgo de casa y todas las miradas caen inmediatamente sobre mí. Hombres, mujeres y niños, sin excepción, se sienten irresistiblemente atraídos ante mi sensual y abrumadora forma de hacerme con la calle. Mis tacones de aguja me han convertido en una diosa, en un ser extremadamente sexy y provocativo. Y llevada por la superioridad que sienten mis zapatos frente a los demás de su especie con los que nos encontramos en nuestro camino, me dejo poseer por una chulería casi ignota en mí que transforma mi cuerpo en un bamboleo continuo, en un contoneo incesante.
Cuerpo erguido, cabeza alta y miradas directas, desafiantes unas, juguetonas otras, arrastro a mis contrincantes al ring con la seguridad de quien sabe que saldrá victorioso de cualquier combate. Fascinada por ese juego de atracción fatal y sabiéndome (como buena diosa que se precie) omnipotente y todopoderosa, llego sin darme cuenta a la entrada de mi oficina.
Lunes, 20:30
Está a punto de estallarme la cabeza (y en mi imaginario tres, dos, uno… ¡¡¡¡BOOM!!!!).
Hace menos de 30 segundos que he salido de la oficina y ya he tropezado 2 veces; la gente a mi alrededor, no habiendo visto mi dominio absoluto de esta mañana, ve en mí un pato mareado sobre unos tacones transformados en un arma mortal. Siento un leve temblor de piernas, de pura inestabilidad del tacón en el suelo, claro. ¿Andar con la cabeza bien alta? ¡Ni de coña! Para que se me quede el tacón atascado en una ranura de ventilación del metro y tenga que ofrecer un espectáculo lamentable para sacar el zapato de ahí… o para que vuelva a tropezar con los adoquines y me rompa el cuello del metacarpiano quinto (o, con un poco de mala suerte, el cuello a secas).
Como si salvaguardar mi integridad física no fuese ya una tarea lo suficientemente ardua en estos momentos, me da por ponerme a hacer repaso mental del contenido de mi frigorífico (hablar de "contenido" para referirme a mi nevera es casi sarcasmo) y me doy cuenta de que tengo que pasar por el super si es que realmente pretendo cenar.
Y así acabo mi jornada, con mis tacones de aguja, el bolso en una mano y la bolsa roja y poco glamorosa del Standa en la otra y hecha un guiñapo, que más que una mujer parezco un monigote; y mientras me abalanzo sobre el banco de la parada del tranvía sólo puedo pensar en las ganas que tengo de llegar a casa para lanzar lejos de mí estos malditos zapatos.
giovedì 2 luglio 2009
Tieni sempre presente.
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c'è un' altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c'è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!
Tieni sempre presente, Madre Teresa di Calcutta
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c'è un' altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c'è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!
Tieni sempre presente, Madre Teresa di Calcutta
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