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venerdì 7 ottobre 2011

ho rubato un post a una mamma.














Stamattina, prima ancora del caffè, mi sono trovata a dover spiegare a mio figlio chi era Steve Jobs.
Ho aperto il computer mi è sfuggita un’esclamazione e lui si è subito incuriosito.
Così mi sono sforzata di rendere comprensibile a un bambino di quattro anni e mezzo perché il volto di quell’uomo era su tutte le pagine web.
Gli ho detto che se quando andiamo in giro lui appoggia sicuro la mano su qualsiasi schermo incontri aspettandosi una reazione, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che quando in treno possiamo portarci l’opera omnia di Geronimo Stilton tutta compressa nell’iPod, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che se tante volte posso restare ai giardini con lui perché mi basta l’iPad per fare quello che devo, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che quando ci divertiamo facendo le foto e trasformandole nei modi più buffi, dal monocromo ai fumetti, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che quando sarà più grande, gli farò vedere un video in cui quel signore spiega come si debba sempre credere ai propri sogni e mantenersi hungry e foolish.
Lui mi ha guardato e mi ha detto “Beh, quel signore aveva proprio dei bei sogni”, commento che mi ha proprio soddisfatto.
Poi, mentre stava allontanandosi, si è girato e mi ha chiesto: “Mica che adesso dobbiamo ridargli l’iPad, vero?”
Ciao Steve e grazie per questo futuro che hai messo nelle mani di mio figlio.

mamma sei bellissima

Un figlio, non solo per sentirmi dire "mamma sei bellissima" o per divorare la sua crema di mais e tapioca. Lo voglio perché ho capito che i figli si fanno per lasciarli andare per la loro strada, mentre li guardi felice, spiando come andrà a finire.

(Camilla Raznovich - Io Donna)

sabato 25 giugno 2011

Una filastocca

Una filastocca

Papà puliziotto o Papà ingeniere non importa basta che sia nel mio cuore

mercoledì 26 gennaio 2011

Il sole, le nuvole, la pioggia e i fiori.

Un giorno ho guardato il cielo e ho detto «che bello oggi c'è il sole» il papà interviene e dice: «è vero è propio vero» dopo sono arrivate delle nuvole grige e si è messo a piovere ma io e papà eravamo fuori. E io ho detto «che brutto è arrivata la pioggia!» e dopo papà ha detto «però la pioggia fa bene ai fiori».

lunedì 20 dicembre 2010

A destra del letto di mio padre c’è Walter.

A destra del letto di mio padre c’è Walter.
Walter era infermiere in un grande ospedale fiorentino. Era un “ferrista”, cioè uno di quelli che assistono il chirurgo durante le operazioni. Dieci anni fa è andato in pensione, e s’è trasferito con la moglie e il figlio nel paesino natale di lei, sulle pendici dell’Amiata. Walter il marzo scorso ha avuto una crisi epilettica, seguita poi da lancinanti mal di testa. Dopo mesi di esami e analisi, un mese e mezzo fa, gli hanno diagnosticato un tumore al cervello esteso e inoperabile. Adesso Walter giace disteso a letto. Ha perso completamente la parola, e quasi tutte le capacità motorie. Capisce tutto, e si esprime cogli sguardi. Gli somministrano un sacco di medicinali, antidolorifici e soprattutto calmanti che scongiurino le crisi epilettiche.

La moglie è una signora magra e calma, cogli occhi grandi e fermi, e nello sguardo le leggi dolore e stupore. Quando è dentro la camera, nutre e cura il marito con dolcezza e sorridendo. Poi esce nel corridoio e, qualche volta, piange silenziosamente. Il figlio è un ventunenne tracagnotto, dall’andatura simpatica e dallo sguardo sereno e gioviale. Ha seguito le orme del padre, ed è al secondo anno della scuola da infermieri. Quando è nella stanza, si prende imperturbabile e sorridente cura del suo babbo. L’ho visto cercargli per cinque minuti una vena nel piede per la flebo – le braccia ormai sono tumefatte dalle troppe punture -, senza fare una piega, sempre delicato, affettuoso e allegro. Poi, nel corridoio, con la stessa calma energia, così sorprendente in un ragazzo così giovane, consola la madre e cerca di condurla dolcemente ad accettare lo stato delle cose. Sono sicuro che W. si senta orgoglioso d’avere un figlio così. Io lo sarei, e molto. Al tempo stesso, se i figli sono in qualsiasi misura lo specchio dei genitori, Walter di certo dev’essere stato un gran bravo padre.

Guardo ammirato e affascinato la delicata coesione, la saldezza d’affetti e la dignità con cui questa famiglia sta affrontando l’atroce procedere della morte al lavoro, e mi ritrovo a pensare che queste persone, che sulla carta potremmo definire come semplici e umili, siano tra le più ricche che abbia mai incontrato. E poi, sua sponte, mi viene in mente un noto adagio evangelico, e d’improvviso esso m'appare cristallino e perfettamente sensato, senza bisogno di scomodare alcun dio: “beati i miti, perché essi erediteranno la terra”.


A sinistra del letto di mio padre c’è Sergio.
Sergio è un rumoroso signore viterbese sulla settantacinquina. Sposato con una grossetana s’è trapiantato colà, e ha avuto tre figli. E’ stato portato in questo piccolo ospedale perché quello grande e moderno di Grosseto non aveva letti. Lui e la moglie erano già stati qui trent’anni fa: aveva avuto un colpo di sonno, erano finiti coll’auto in una scarpata e qui gli avevano salvato la vita. Sergio è arrivato qui con la moglie, che ha vissuto per due giorni nell’ospedale dormendo su una seggiola, poi è sparita. Una notte mi sono affacciato in camera per vedere se mio padre dormiva, e ho visto che lei, sfinita, s’era allungata sul letto del marito, e dormivano abbracciati.

Non si capisce bene cos’abbia Sergio: la moglie – una signora stanca dall’aria un po’ assente.-, mentre l’aiutavo a parcheggiare il suo vecchio pandino, mi ha detto che lui quest’estate ha avuto il fuoco di Sant’Antonio, è stato molto male, si è depresso e non si è più ripreso.
Sergio ha un vocione laziale che fa tremare i vetri, e fa dei gran teatri, e chiede continuamente e rumorosamente attenzione. Dice che muore, che non respira, ma dall’energia con cui lo dice è difficile prenderlo sul serio: e infatti anche gli infermieri gli dicono spazientiti suvvia, la smetta, son ben altri quelli che muoiono. Sergio spesso fa molto ridere, sembra uscito da un film di Verdone. Oscilla tra consigli sulle trattorie in zona, a enunciazioni del fatto che oggi lascerà l’ospedale, a colorite reprimende agli infermieri che lo trascurano, a richieste di parlamentare “col responsabile qui della baracca”. Sergio a volte è irritante: egoisticamente penso a mio padre che avrebbe bisogno di riposo, e invece lui fa continuamente dei gran casini, pretende cose e litiga cogli infermieri.
Ieri l’altro mattina Sergio mi guarda e fa: “Sa, stanotte ero indeciso se morire o no. Poi ho pensato ai miei fiji, e ho deciso che volevo vivere”. Poi s’è messo a piangere.

Ieri mattina hanno lasciato i vassoi colle colazioni, la moglie anche ieri non c’era, gli infermieri (ovviamente pochi per tutti quei malati) tardavano, così Sergio m’ha ingiunto col vocione d’aiutarlo. Allora gli ho reclinato il letto, incastrato il tavolino tra le sponde, e servito il vassoio col caffelatte e le fette biscottate. Sergio ha spazzolato tutto d’appetito, sia la sua colazione che quella della moglie assente. Poi ha enunciato che in giornata se ne sarebbe andato, ha cominciato ad agitarsi, a chiedere che voleva parlare colla moglie, che qui che là, a chiamare a gran voce gli infermieri, a chiedermi se avevo il cellulare per telefonare a casa eccetera. Per farlo star buono, gliel’ho dato. Ha chiamato, e ha cominciato a urlare nel telefono di venirlo a prendere. Ma siccome è duro d’orecchi, non capiva le risposte e allora m’ha passato la moglie, che mi ha detto agitata che lei oggi non aveva la macchina e non poteva venirlo a prendere. Ho riferito a Sergio la cosa, e col suo modo di fare brusco e col vocione pretendeva di sapere da me cosa significava che non aveva la macchina. Un po’ spazientito, soprattutto a causa degli effetti che tutta quest’agitazione poteva avere su mio babbo, ho cercato un po’ di tagliare corto per farlo stare buono. Alle nove ci hanno buttato fuori dal reparto, e come previsto sono ripartito per Milano.

Ieri sera, arrivato a casa, chiamo per avere notizie del babbo. La moglie di mio padre, sconvolta, mi racconta: verso le cinque del pomeriggio, Sergio ha fatto per l’ennesima volta uno dei suoi numeri. Solo che questa volta sembrava stare male sul serio. E, nel giro di cinque minuti, davanti a lei e a mia sorella sedicenne che per lo shock ha cominciato a buttare sangue dal naso, e nell’incredulità generale, a partire dagli stessi infermieri, Sergio è morto. Quando ho riagganciato il telefono mi sono accorto che stavo tremando.

scritta da lucah: "Le due storie quissù le ho scritte da un lato a scopo terapeutico, per sfogarmi e sublimare l'angoscia per ciò che ho visto in questi giorni, dall'altro perché mi parevano meritevoli d'essere raccontate, e, per ciò che mi concerne, in futuro ricordate."

martedì 19 ottobre 2010

A crederci un po'

Si parla con Torellino Rosa di Natale. Quest'anno chiede un regalo importante e allora vuole che parliamo subito con Babbo Natale e Gesù Bambino.

Ad un certo punto mi spara: - Papà ma tu ci credi a Gesù?

Io incespico: - Beh, in effetti Gesù è esistito veramente...

Allora mi squadra con un'aria sicura e ribatte: - Beh, io ci credo. A Dio... così così. Un po' ci credo e un po' no. Ma a Gesù si.

- E a Babbo Natale?

- Tantissimo.

lunedì 1 marzo 2010

ultime parole famose



"Non vedo l'ora che te ne vada di casa, così finalmente diventerai indipendente." Non ricordo le parole esatte ma il concetto era questo. Sono fuori casa da circa 10 anni oramai ed ecco quello che mi tocca 'portare a casa' almeno una volta alla settimana. Ma cosa sarà mai questa benedetta indipendenza?!

lunedì 22 febbraio 2010

A teatro con MammaFiore, MammaFavola




Vorrei danzar con te, la notte e il di così e stringerti a me.
Vorrei cantar con te, vorrei sognar con te perché sei tu l’amor…

Al solito ci siamo lasciate travolgere anche dalla tempesta dei sentimenti.

sabato 29 agosto 2009

Insolenza.

La prigionia dura ormai da settimane ma abbiamo notizie confortanti, è in salute e lo trattano bene. Il suo sequestratore gli concede una telefonata al giorno. Ultimamente comincia ad accusare i colpi della lontananza, così è meno distratto e più ciarliero, insomma tira per le lunghe.
- Mamma ci raccontiamo ancora qualcosa?
- Certo.
- Cosa hai fatto oggi?
- Beh ho pulito tutto il giorno.
- Sì figurati mamma ti conosco.
- (!?!)

sabato 1 agosto 2009

Un giro di luna...

Ogni volta che Torellino Rosa mi chiede i 50 centesimi per le giostre cerco di fare il duro. Non è giusto le dico, sprecare i soldi in questa maniera. Un giro dura neanche un minuto, e i soldini son buttati via così. Meglio tenerli per qualcosa di meglio, no? Poi lei mi guarda e ci ripenso. Alla mia età 50 centesimi di giostra non danno più gioia, ma a 5 anni... basta anche meno di un minuto per fare spuntare il sorriso sul suo visino dolce, e regalarle un attimo di felicità. E proprio perché quando crescerà, quel giro sulla giostra non le darà più questa gioia, approfittiamone finchè è in tempo, e facciamoglielo godere questo giro sulla luna. Domani neanche si ricorderà di averlo fatto, ma adesso è la cosa più bella e importante del mondo.

martedì 21 luglio 2009

Un armadio con dentro una città con la neve

"Torellino Rosa" è una bambina sempre piena di energia, che passa dall'entusiasmo più sfrenato alla rabbia più nera. Ha sempre qualche idea nuova in testa e la persegue in maniera appassionata. Come un torello, appunto, ma sempre vestito di rosa, come un fiorellino.

Ogni tanto desidera le cose che desiderano tutti i bambini. Ogni tanto desidera le cose che hanno gli altri bambini. Ogni tanto...

Un giorno dopo un pomeriggio a casa di un'amichetta dice:
- "Papà, io voglio la piscina."
- "Perché la piscina Torellino mio?"
- "Perché l'Annalisa ha la piscina, la voglio anch'io."
- "E dove la mettiamo? Non c'è spazio in casa..."
L'appartamento è piuttosto spazioso ma sfido a farci entrare una piscina.
- "La mettiamo in strada".
Siamo al 2° piano, sarebbe carino anche per i vicini sistemare una piscina in strada, così che tutti possano farci un tuffo prima di andare al lavoro, o la sera quando rientrano. Torellino Rosa è una bambina generosa, in ogni caso.

Un altro giorno va a fare una gita con la classe.
- "Papà io voglio un cavallo".
Ahia. Non mi ricordavo che la gita comprendesse una visita al maneggio.
- "Torellino mio dolce, non possiamo tenere un cavallo in casa".
- "Ma io lo voglio."
Forse dovrei fare un po di spazio in salotto...

Un pomeriggio di pioggia Torellino Rosa guarda un film in DVD.
- "Papà anch'io voglio un armadio, con dentro una città con la neve..."
Prendo in mano il film, sono 'Le Cronache di Narnia'.

- "Torellino, ma non esiste un armadio così"."
- "Papà, ma io lo voglio, Lucy ce l'ha".
Dovrò parlare con i produttori del film...

Una sera avrei voluto mostrarle il cielo, e le stelle, e la luna... ma mi sono trattenuto. Non avrei avuto il coraggio di dirle un altro no. Aspettiamo la notte di San Lorenzo, e chissà che almeno qualche stella cadente non ci porti fortuna.

venerdì 5 giugno 2009

giovedì 28 maggio 2009

My Redeemer Lives - Team Hoyt



http://www.teamhoyt.com/

giovedì 14 maggio 2009

La mamma è una nonna agli albori.

Si dice che viviamo per poter tramandare ai nostri figli. Nella realtà non abbiamo abbastanza tempo. Spendiamo una buona parte di quello che abbiamo a disposizione solo per imparare a conoscere noi stessi, a capire le nostre potenzialità a individuare i punti di forza e più di ogni altra cosa i punti di debolezza. Dovremmo essere capaci di insegnare ai nostri figli a come diventare grandi. A come vivere a pieno le emozioni e a godere di ogni momento e ogni situazione. Ma non siamo capaci perché altrimenti dovremmo anche riconoscere di aver vissuto a metà molte di quelle che ci sono capitate. Quando hai vent’anni non sai cosa voglia dire avere vent’anni. Non sai cosa devi fare, cosa è giusto che tu faccia proprio perché hai vent’anni e non torneranno più. Bisognerebbe essere capaci di impedire ai nostri figli di ripetere gli stessi errori, di vivere le nostre insicurezze e invece gliele trasmettiamo. Esserne consapevoli aiuta?

Apnea.

“Hai fame?”
“Posso fare il bagno”

“Vuoi mangiare qualcosa?”
“Vado ai giochi con i miei amici”

”Cosa ne dici mangiamo?”
”Mi scappa la pipì mi accompagni?”

“Vado a prendere il sole”
”Ma io ho famissima, mamma!”

mercoledì 13 maggio 2009

Relatività.

"Mamma giochiamo tutti contro tutti?"
"Sì, beh certo, ci siamo solo io e te".

Take away calling.

"Mamma posso avere ancora dei tortellini?"
"No, li ho finiti io. Credevo non ne volessi più, te li sei già serviti due volte."
Si alza lesto e fa sparire il naso all'interno della pentola. Torna al tavolo visibilmente deluso.
"C'è della carne se vuoi. Ecco, puoi mangiare questa, aspetta che ti passo il pane"
Si placa la sua ira famelica, il tempo di qualche boccone.
"Mi dai ancora pane?"
"No, mi spiace non ce n'è più."
"Ma uffa mamma in questa casa è finito tutto!"

domenica 10 maggio 2009

Cosa sarà mai questo benedetto istinto materno?

Prima estate da mamma. Che ci vuole sono una donna informata e formata. Spiaggia. Sole. Mare. Tintarella. Muscoli. Conversazione. Lettura. Il primo giorno, pronta per uscire, ti accorgi che qualcosa è cambiato. La tua borsa per il mare pesa il doppio. Non vorrai farti trovare sprovvista di cambio costume, acqua e/o succo di frutta, merenda, giochi e formine, un asciugamano in più, una crema solare protezione assoluta e oltre? Allo stesso tempo speri ancora o meglio credi ancora di riuscire a vivere la spiaggia come ti è sempre piaciuto fare. Così si aggiunge il libro, il tuo acceleratore di abbronzatura, il pareo in tinta con il costume da indossare passeggiando sulla battigia, il pettine e il burro cacao (che poi chissà perché ci ostiniamo a portare che si scioglie sempre). Bene questa sorte di casa mobile è pronta, l’attacchi alla manopola del passeggino, ti giri, per prendere tuo figlio dal box e il passeggino si è rovesciato. Ti rigiri, rimetti il piccolo nel box che ti pianta addosso due occhioni increduli in cui puoi nitidamente leggere un interrogativo che ritroverai poi in altre occasioni “Saranno tutte così?” Cerchi di ignorarli. Togli la borsa. Sollevi il passeggino, sistemi il piccolo, lo leghi, riattacchi la borsa. Perfetto, assetto ristabilito. Sei già stanca. Vorrà dire che ti riposerai con il mare nelle orecchie. Via, spingi, tira, solleva e poi spingi, tira e solleva, ed eccoti all’ombra dell’ombrellone. Veloce ripasso mentale e quindi, prima la borsa poi il nanetto. Anzi no, prima la borsa, poi prendi e distendi l’asciugamano, prendi il nanetto e lo depositi, poi la crema e il cappellino. Tocca a te. La tua temperatura corporea si aggira sui 35/38° con un tasso di umidità altissimo. Ma poi suda a tutti la cute? Ti sei completamente dimenticata di te stessa. Guardi l’orologio, sei in spiaggia da oramai 20 minuti e sei ancora completamente vestita. Ecco perché fa così caldo in questo posto. Via tutto. Sei in costume, guardi l’acqua non molto distante dal tuo ombrellone-camping. Il nano dorme. No non puoi allontanarti. D’accordo non è la fine del mondo. Cominci a leggere. Un paio di pagine e il sonno viene a stuzzicare lo struggente ricordo di gioventù quando spiaggia equivaleva a recupero delle forze. Non puoi farti prendere né dal sonno né tanto meno dalla malinconia. D’accordo allora tintarella sia. Ti alzi sposti il lettino. Guardi il sole. L’orienti. Riguardi il sole. Lo sposti leggermente (si sa bastano pochi centimetri di inclinazione a fare la differenza) sistemi l’asciugamano. Ti sdrai, spalmi la crema, ti metti supina, slacci il reggiseno del costume et voilà il nano si sveglia. Riallacci. Ti alzi. Cappellino. Acqua. Canottiera. Piedini nell’acqua. Strilla. Tornate al lettino. Rifletti sulle molte possibilità che ti si offrono: 1) restituisci il nano al negozio, insieme al passeggino, 2) ipotechi la casa per pagare una tata in pianta stabile, 3) rimandi le vacanze ad anno da destinarsi e considerando che il servizio militare è a discrezione dei giovani chissà quando tornerai ad essere libera. Lo guardi ti si allarga il cuore e sei di nuovo mamma-convinta. Poi lo guardi di nuovo e “o mizzega si è scottato al sole”. Ti butti qualcosa addosso, non giuri neanche che sia lo stesso vestito che indossavi uscendo di casa, qual era poi che ti eri messa? Rivesti il nano, lo posizioni sul mini-shuttle, imbracatura fissata, conformemente alla vigente normativa CEE. Butti tutto nella borsa ma anche rispettando all’inverso l’ordine di uscita, ad operazione completata la borsa ora oltre a pesare è anche informe e improbabile. E via di ‘spingi, tira e solleva’ e finalmente approdi in farmacia. È il tuo turno, agguanti il nano impavida sfidando l’equilibrio nano-borsa e lo piazzi sul bancone onde evitare il gioco di mimo per spiegare in spagnolo l’accaduto. 'Guapo' sì ma faticoso.

auguri mamma