- Non abbiamo mai fatto gol ma ci siamo andati vicini
- Uno di noi ha quasi segnato, una volta, ma io non l’ho visto- Zero. Noi finiamo tutte le partite con zero gol.- Non ci importa di non segnare, ci divertiamo lo stesso.
- Faremo gol quando saremo grandi.
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mercoledì 22 maggio 2013
Ventisette a zero.
La squadra ha segnato un gol nell’ultima partita della stagione, finendo il campionato con 271 reti subite e una realizzata.
sabato 18 maggio 2013
Segni.
Ero dal parrucchiere. Di nuovo. Sono figlia di nonnaragno, il parrucchiere ci intralcia, abbiamo 'troppo da fare' non abbiamo tempo. Ad ogni modo d-o-v-e-v-o insabbiare i segni del tempo, almeno quelli a vista, così mesta mi sono consegnata al salone. Sostavo semi-abbandonata e tinteggiata sulla poltroncina quando sono entrate due signore. Due signore più 'signore' di me, insomma avranno avuto una quindicina di anni in più all'incirca. Entrambe biondicce, il colore delle donne mature, di quelle che stufe di fare ritocchini alla crescita dei capelli si fanno una colata di acqua ossigenata e via di giallo paglierino fino alla pensione dell'anima. Alte più o meno uguali, una grinzosa con gli occhiali montatura scura e i capelli pettinati lunghi fino alle spalle. L'altra capelli indomiti, più morbida nelle curve e sorridente. All'inizio vengono separate, poi finalmente si libera una poltroncina e sono di nuovo vicine. Ed io a loro.
- Visto? piove. io non faccio nulla.
- Dai ormai siamo qui.
- Te l'avevo detto che avremmo dovuto venire questa mattina.
- Ma le previsioni davano pioggia dalle dieci.
- Invece non ha piovuto per nulla.
La parrucchiera si avvicina e le saluta,
- Allora, state discutendo di nuovo? chi è la maggiore fra le due, non lo ricordo mai?
- Lei. Comunque io non ho voglia di far nulla, quando piove mi passa la voglia di fare qualunque cosa, avremmo dovuto venire questa mattina, io glielo avevo detto che avremmo fatto bene a venire questa mattina.
Nel frattempo le stanno applicando le cartine in testa per rinnovare l'oro e quindi la schiavitù e le hanno spennellato anche le sopracciglia, l'altra attende il suo turno ascoltando la sorella lamentarsi, buttando un occhio ai vetri per controllare la pioggia e scrutando il display del cellulare.
Quante similitudini, mi spunta un sorriso solo mio, unico particolare, entrambe vestivano in blu, noi non siamo ancora pronte per il blu, vero sis'?!!
- Visto? piove. io non faccio nulla.
- Dai ormai siamo qui.
- Te l'avevo detto che avremmo dovuto venire questa mattina.
- Ma le previsioni davano pioggia dalle dieci.
- Invece non ha piovuto per nulla.
La parrucchiera si avvicina e le saluta,
- Allora, state discutendo di nuovo? chi è la maggiore fra le due, non lo ricordo mai?
- Lei. Comunque io non ho voglia di far nulla, quando piove mi passa la voglia di fare qualunque cosa, avremmo dovuto venire questa mattina, io glielo avevo detto che avremmo fatto bene a venire questa mattina.
Nel frattempo le stanno applicando le cartine in testa per rinnovare l'oro e quindi la schiavitù e le hanno spennellato anche le sopracciglia, l'altra attende il suo turno ascoltando la sorella lamentarsi, buttando un occhio ai vetri per controllare la pioggia e scrutando il display del cellulare.
Quante similitudini, mi spunta un sorriso solo mio, unico particolare, entrambe vestivano in blu, noi non siamo ancora pronte per il blu, vero sis'?!!
sabato 20 aprile 2013
Buon Anniversario NHV!
Quattro anni dal primo post. Qualcosa di più da quando prendeva forma l'idea. In mezzo fiumi di parole, immagini, pensieri, lacrime e sorrisi. Ci sono post che ho scritto piangendo. Molti altri invece mi hanno divertita. Un blog è quanto di più vicino ci sia ad un diario ma ancor più somiglia ad una telefonata con l'amica del cuore. Quanto tempo passato a picchiettare sui tasti, gli occhi strizzati e il formicolio alle natiche. Quante soddisfazioni. Quante nuove amicizie. Virtuali per lo più ma per l'intensità dei commenti ricevuti ho finito con il figurarne i volti. Ci ha raccolti intorno al tavolo, pardon allo schermo. Colorati, improvvisati e tenaci blogger. Ma si sa è necessario essere anche un buon lettore per essere una buona penna e leggere richiede pari dedizione dello scrivere, disegnare, colorare e fotografare. Così per ogni buco nel nostro blog c'è una pagina letta in più nel blog di qualcun altro.
La stessa goliardia di una serata fra amici. Resterà il nostro blog e continuerà a vivere fintanto che ci permetterà di evadere. Insieme o in solitaria.
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sabato 9 marzo 2013
Ho pianto.
Negli anni '70, l'artista serba Marina Abramovic ha vissuto un'intensa storia d'amore con l'artista tedesco Ulay. Per 5 anni hanno vissuto insieme in un furgone realizzando moltissime performance.
Quando hanno sentito che il loro rapporto non valeva più la pena, hanno deciso di percorrere la Grande Muraglia Cinese. Ognuno ha cominciato a camminare da un lato e dopo un lungo camminare, si incontrarono nel mezzo, si diedero un ultimo grande abbraccio, per non vedersi mai più.
23 anni più tardi, nel 2010, quando Marina era già un artista consacrata, il MoMa di New York dedicò una retrospettiva al suo lavoro. In questa retrospettiva, Marina condivideva un minuto di silenzio con ogni sconosciuto che si sedeva di fronte a lei. Ulay arrivò senza che lei ne fosse a conoscenza..
scoperto grazie a http://friendfeed.com/nastja
"Nel 1976 Abramović lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco, nato tra l'altro nel suo stesso giorno. I due termineranno il loro rapporto dodici anni dopo, nel 1989, con una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese: Marina decide di partire dal lato orientale della muraglia sulle sponde del Mar Giallo, mentre Ulay dalla periferia sud occidentale del deserto del Gobi. I due cammineranno novanta giorni per poi incontrarsi a metà strada dopo aver percorso entrambi duemila e cinquecento chilometri e dirsi addio." (fonte Wikipedia)
lunedì 31 dicembre 2012
Auguri 2.
Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.
Poesia di Capodanno
di Gianni Rodari
L'anno nuovo
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.
Poesia di Capodanno
di Gianni Rodari
L'anno nuovo
mercoledì 3 ottobre 2012
Il mio collo fa spavento.
Il mio collo fa spavento. Dico sul serio. Se vedeste il mio collo farebbe spavento anche a voi, ma credo sareste troppo educate per darlo a vedere. Se affrontassi l'argomento, e dicessi qualcosa come "Oddio il mio collo. Non lo sopporto più!", sono certa che mi rispondereste qualcosa di carino, come "Non so di cosa stai parlando". Sarebbe una bugia, naturalmente, ma vi perdonerei. È il tipo di bugia che io dico in continuazione - per lo più alle amiche che mi confidano di essere preoccupate perchè hanno le borse sotto gli occhi, o il doppio mento, o le rughe, o i rotoli di ciccia sulla pancia. Ma per quanto sia convinta che dovrebbero rifarsi gli occhi, o fare un lifting, o qualche iniezione di botulino, o una bella liposuzione, ormai ho imparato che "Non so di cosa stai parlando" è l'espressione in codice per "Capisco cosa intendi, ma se credi di incastrarmi in una discussione sull'argomento ti sbagli di grosso". È un argomento pericoloso da affrontare, lo sappiamo tutti. Perchè se dicessi "sì, capisco esattamente cosa intendi", la mia amica potrebbe decidere di farsi rifare gli occhi, per esempio, e per caso se non funzionasse potrebbe andare a ingrossare le fila di quelli che finiscono sui tabloid per aver fatto causa al loro chirurgo plastico perchè non riescono più a chiudere gli occhi. Inoltre, e questo è il punto, sarebbe Tutta Colpa Mia. Io sono particolarmente sensibile all'aspetto Tutta Colpa Mia, visto che non ho ancora perdonato una mia amica per avermi sconsigliato di comprare un appartamento assolutamente perfetto sulla Seventhy-fifty nel 1976.
A volte vado fuori a colazione con le altre ragazze - fermi tutti, mi correggo. Volevo dire con le mie amiche donne, immagino. Non siamo più ragazze, non lo siamo più da almeno quarant'anni. Comunque, come stavo dicendo, a volte andiamo fuori a colazione e allora, girando uno sguardo intorno al tavolo, mi accorgo che indossiamo tutte maglioni a collo alto. A volte, invece, portiamo tutte delle sciarpine intorno al collo, come Katharine Hepburn in Sul lago dorato. A volte poi abbiamo tutte dei colletti alla coreana e sembriamo la versione occidentale delle signore cinesi del Circolo della fortuna e della felicità. È buffo e anche un po' triste, perchè nessuna di noi ha la nevrrosi dell'età - nessuna mente su propri anni, per esempio, nessuna si veste in modo ridicolo per la sua età. I nostri anni li portiamo bene. Se non fosse per il collo...
Oh, il collo! Ci sono colli da gallina, colli da tacchino, colli da elefante. Ci sono colli con bargigli e colli con pieghe sul punto di diventare bargigli. Ci sono colli magri e colli grassi, colli flosci e colli grinzosi, colli cerchiati e colli rugosi, colli fibrosi e colli cadenti, colli flaccidi e colli coperti di macchie. E ci sono colli che sono una stupefacente combinazione do quanto sopra. Secondo il mio dermatologo, il collo incomincia ad "andarsene" verso i 43 anni, e tanti saluti. Possiamo metterci il fondotinta sul viso, e il correttore intorno agli occhi, possiamo tingerci i capelli, fare iniezioni di botulino e collagene e Restylane nelle rughe e nelle grinze, ma a parte la chirurgia plastica per il collo non c'è niente da fare, un accidente di niente. Il collo ti tradisce sempre. La nostra faccia è una bugia, il nostro colo è la verità. Una sequoi bisogna tagliarla e contare i cerchi nel tronco per sapere quanti anni ha. Vi assicuro che se avesse il collo non ce ne sarebbe bisogno.
La mia esperienza con il collo cominciò poco prima dei miei 43 anni. Subii in intervento che mi lasciò una brutta cicatrice proprio sopra la clavicola. Fu uno shock, perchè imparai a mie spese, che se un medico è famoso, questo non significa che sia anche bravo a ricucire la gente. Se mai non imparaste niente da queste pagin, care lettrici, imparate almeno questo: non fatevi mai operare in nessuna parte del corpo senza chiedere che in sala operatoria ci sia un chirurgo plastico in stand by per dare una controllata. Perchè anche se vi stanno operando per una cosa seria o potenzialmente seria, anche se siete onestamente convinte che la vostra salute è più importante della vanità, anche se vi svegliate nella stanza d'ospedale felici come non mai che non fosse cancro, anche se vi sentite euforiche, grste di essere vive, piene di folgoranti rivelazioni su cosa è importante e cosa non lo è, anche se vi impegnate a essere eternamente liete di trovarvi ancora sul pianeta Terra e ptomettete di non lamentarvi più di niente, vi assicuro che un giorno, prima di wuanto possiate immaginare, vi guarderete allo specchio e penserete "Odio questa cicatrice". Sempre che vi guardiate allo specchio, naturalmente.
Questa è un'altra cosa che ho notato riguardo all'avere una certa età: cerco di evitare in tutti i modi di guardarmi sllo specchio. Se passo davanti a uno specchio, storno gli occhi. Se proprio devo guardarci dentro, comincio a strizzare gli occhi, così se il riflesso mi rimanda qualcosa di veramente brutto, sono già sulla buona strada per schivare la visione. E se la luce è buona (e io spero non lo sia), faccio la stessa cosa che fanno le donne della mia età quando si ritrovano davanto a uno specchio: tiro indietro leggermente la pelle del collo e guardo con rimpianto una versione più giovane di
me stessa. (A proposito, ecco un'altra cosa che ho notato: se volete piombare nella depressione più nera rispetto al collo, piazzatevi sul sedile posteriore di una macchina, proprio dietro il guidatore, e guardatevi nello specchietto retrivisore. Che cos'ha di speciale uno specchietto retrovisore? Non so perché, ma non c'è specchio peggiore quando si tratta del collo. È uno dei misteri più avvincenti della vita moderna, insieme a quello per cui l'acqua fredda in bagno è più fredda dell'acqua fredda in cucina.)
Ma torniamo al collo. È del mio collo che voglio parlare. E so che state pensando: "Perché non andare da un chirurgo plastico?" Ve lo dico io il perché. se andate da un chirurgo plastico e gli dite "Vorrei solo una sistematina al collo", lui vi risponderà chiaro e tondo che non può farlo senza intervenire anche sulla faccia. E non sta mentendo. Non sta cercando di fregarvi per farmi spendere di più. Il fatto è che è tutta un'unica , grossa palla di cera. Se vi fate tirare il collo, dovete farvi tirare anche la faccia. Ma io non voglio un lifting facciale. Se fossi un bignè e avessi una bella faccia paffuta e rotonfìda manderei giù il rospo - i bignè sono candidati perfetti per questo tipo d'intervento. Ma ahimè, io sono un uccellino, e se mi facessi il lifting facciale, il mio collo migliorerebbe senz'altro, ma la mia faccio a ne verrebbe tirata come una corda di violino. Preferisco strizzare gli occhi davanti a questa mia povera faccia e a questo collo riflessi nello specchio che trovarmi di fronte a un'estranea che ha una somiglianza sospetta com una pelle di tamburo.
Ogni tanto leggo un libro sulla vecchiaia che dice, chiunque l'abbia scritto, che essere vecchi è fantastico. È fantastico essere saggi e maturi; è fantastico essere arrivati a un punto della della vita in cui si capisce cosa conta davvero. Le persone che dicono queste scempiaggini non le posso soffrire. Cos'hanno in testa? Non hanno un collo che le fa impazzire? Non sono stufe di doversi inventare documenti che lo nascondono? Non le intristisce dover scartare il novanta per cento dei vestiti che altrimenti comprerebbero, semplicemente per il problema della scollatura? Non le intristisce dover comprare girocolli? Uno dei miei più grossi rimpianti - più grosso perfino di non aver comprato l'appartamento sulla East Seventhy-fifty, più grosso della mia peggior catastrofe romantica - è di non aver passato tutta la giovinezza a contemplare amorevolmente il mio collo. Non mi è mai passato per la testa di essere grata per il mio collo. Non mi è mai venuto in mente che un giorno avrei avuto nostalgia di una parte del mio corpo che davo assolutamente per scontata. Naturalmente è vero che, adesso che sono più vecchia, sono anche più assennata, saggia e matura. Ed è anche vero, che capisco in tutta onestà cosa conta davvero nella vita. E sapete una cosa? È il mio collo.
Nora Ephron
Il collo mi fa impazzire
Feltrinelli Editore
A volte vado fuori a colazione con le altre ragazze - fermi tutti, mi correggo. Volevo dire con le mie amiche donne, immagino. Non siamo più ragazze, non lo siamo più da almeno quarant'anni. Comunque, come stavo dicendo, a volte andiamo fuori a colazione e allora, girando uno sguardo intorno al tavolo, mi accorgo che indossiamo tutte maglioni a collo alto. A volte, invece, portiamo tutte delle sciarpine intorno al collo, come Katharine Hepburn in Sul lago dorato. A volte poi abbiamo tutte dei colletti alla coreana e sembriamo la versione occidentale delle signore cinesi del Circolo della fortuna e della felicità. È buffo e anche un po' triste, perchè nessuna di noi ha la nevrrosi dell'età - nessuna mente su propri anni, per esempio, nessuna si veste in modo ridicolo per la sua età. I nostri anni li portiamo bene. Se non fosse per il collo...
Oh, il collo! Ci sono colli da gallina, colli da tacchino, colli da elefante. Ci sono colli con bargigli e colli con pieghe sul punto di diventare bargigli. Ci sono colli magri e colli grassi, colli flosci e colli grinzosi, colli cerchiati e colli rugosi, colli fibrosi e colli cadenti, colli flaccidi e colli coperti di macchie. E ci sono colli che sono una stupefacente combinazione do quanto sopra. Secondo il mio dermatologo, il collo incomincia ad "andarsene" verso i 43 anni, e tanti saluti. Possiamo metterci il fondotinta sul viso, e il correttore intorno agli occhi, possiamo tingerci i capelli, fare iniezioni di botulino e collagene e Restylane nelle rughe e nelle grinze, ma a parte la chirurgia plastica per il collo non c'è niente da fare, un accidente di niente. Il collo ti tradisce sempre. La nostra faccia è una bugia, il nostro colo è la verità. Una sequoi bisogna tagliarla e contare i cerchi nel tronco per sapere quanti anni ha. Vi assicuro che se avesse il collo non ce ne sarebbe bisogno.
La mia esperienza con il collo cominciò poco prima dei miei 43 anni. Subii in intervento che mi lasciò una brutta cicatrice proprio sopra la clavicola. Fu uno shock, perchè imparai a mie spese, che se un medico è famoso, questo non significa che sia anche bravo a ricucire la gente. Se mai non imparaste niente da queste pagin, care lettrici, imparate almeno questo: non fatevi mai operare in nessuna parte del corpo senza chiedere che in sala operatoria ci sia un chirurgo plastico in stand by per dare una controllata. Perchè anche se vi stanno operando per una cosa seria o potenzialmente seria, anche se siete onestamente convinte che la vostra salute è più importante della vanità, anche se vi svegliate nella stanza d'ospedale felici come non mai che non fosse cancro, anche se vi sentite euforiche, grste di essere vive, piene di folgoranti rivelazioni su cosa è importante e cosa non lo è, anche se vi impegnate a essere eternamente liete di trovarvi ancora sul pianeta Terra e ptomettete di non lamentarvi più di niente, vi assicuro che un giorno, prima di wuanto possiate immaginare, vi guarderete allo specchio e penserete "Odio questa cicatrice". Sempre che vi guardiate allo specchio, naturalmente.
Questa è un'altra cosa che ho notato riguardo all'avere una certa età: cerco di evitare in tutti i modi di guardarmi sllo specchio. Se passo davanti a uno specchio, storno gli occhi. Se proprio devo guardarci dentro, comincio a strizzare gli occhi, così se il riflesso mi rimanda qualcosa di veramente brutto, sono già sulla buona strada per schivare la visione. E se la luce è buona (e io spero non lo sia), faccio la stessa cosa che fanno le donne della mia età quando si ritrovano davanto a uno specchio: tiro indietro leggermente la pelle del collo e guardo con rimpianto una versione più giovane di
me stessa. (A proposito, ecco un'altra cosa che ho notato: se volete piombare nella depressione più nera rispetto al collo, piazzatevi sul sedile posteriore di una macchina, proprio dietro il guidatore, e guardatevi nello specchietto retrivisore. Che cos'ha di speciale uno specchietto retrovisore? Non so perché, ma non c'è specchio peggiore quando si tratta del collo. È uno dei misteri più avvincenti della vita moderna, insieme a quello per cui l'acqua fredda in bagno è più fredda dell'acqua fredda in cucina.)
Ma torniamo al collo. È del mio collo che voglio parlare. E so che state pensando: "Perché non andare da un chirurgo plastico?" Ve lo dico io il perché. se andate da un chirurgo plastico e gli dite "Vorrei solo una sistematina al collo", lui vi risponderà chiaro e tondo che non può farlo senza intervenire anche sulla faccia. E non sta mentendo. Non sta cercando di fregarvi per farmi spendere di più. Il fatto è che è tutta un'unica , grossa palla di cera. Se vi fate tirare il collo, dovete farvi tirare anche la faccia. Ma io non voglio un lifting facciale. Se fossi un bignè e avessi una bella faccia paffuta e rotonfìda manderei giù il rospo - i bignè sono candidati perfetti per questo tipo d'intervento. Ma ahimè, io sono un uccellino, e se mi facessi il lifting facciale, il mio collo migliorerebbe senz'altro, ma la mia faccio a ne verrebbe tirata come una corda di violino. Preferisco strizzare gli occhi davanti a questa mia povera faccia e a questo collo riflessi nello specchio che trovarmi di fronte a un'estranea che ha una somiglianza sospetta com una pelle di tamburo.
Ogni tanto leggo un libro sulla vecchiaia che dice, chiunque l'abbia scritto, che essere vecchi è fantastico. È fantastico essere saggi e maturi; è fantastico essere arrivati a un punto della della vita in cui si capisce cosa conta davvero. Le persone che dicono queste scempiaggini non le posso soffrire. Cos'hanno in testa? Non hanno un collo che le fa impazzire? Non sono stufe di doversi inventare documenti che lo nascondono? Non le intristisce dover scartare il novanta per cento dei vestiti che altrimenti comprerebbero, semplicemente per il problema della scollatura? Non le intristisce dover comprare girocolli? Uno dei miei più grossi rimpianti - più grosso perfino di non aver comprato l'appartamento sulla East Seventhy-fifty, più grosso della mia peggior catastrofe romantica - è di non aver passato tutta la giovinezza a contemplare amorevolmente il mio collo. Non mi è mai passato per la testa di essere grata per il mio collo. Non mi è mai venuto in mente che un giorno avrei avuto nostalgia di una parte del mio corpo che davo assolutamente per scontata. Naturalmente è vero che, adesso che sono più vecchia, sono anche più assennata, saggia e matura. Ed è anche vero, che capisco in tutta onestà cosa conta davvero nella vita. E sapete una cosa? È il mio collo.
Nora Ephron
Il collo mi fa impazzire
Feltrinelli Editore
venerdì 7 settembre 2012
Michelle & Barack
Sono stupidamente romantica. Lo so.
http://www.ilpost.it/2012/09/04/un-secolo-di-first-ladies/michelle-obama-9/
mercoledì 29 agosto 2012
Cosa vogliono le donne
Voglio un vestito rosso.
Lo voglio leggero e a buon mercato,
voglio che sia troppo stretto, lo voglio portare finché qualcuno non me lo strappi di dosso.
Lo voglio sbracciato e scollato,
quel vestito, così nessuno dovrà immaginarsi cosa c’è sotto. Voglio andarci per strada
passare davanti al discount e alla ferramenta con tutte quelle chiavi che brillano in vetrina, davanti al caffè dei signori Wang coi bomboloni del giorno prima, davanti ai fratelli Guerra
che buttano i maiali dal camion sul muletto, issandosi in spalla quei lucidi grugni.
Voglio andare in giro come fossi l’unica
donna al mondo a caccia di una preda.
Lo voglio davvero quel vestito.
Lo voglio per confermare
i tuoi peggiori sospetti su di me,
per farti vedere quanto poco ci tengo a te
o par farti vedere tutto, tranne quello
che voglio. Appena lo trovo, lo tiro giù
dalla gruccia perché cerco un corpo
che mi porti nel mondo, in mezzo
alle urla del parto e a quelle dell’amore,
e lo indosserò come ossa, come pelle,
sarà lo stramaledetto
vestito dentro cui mi seppelliranno.
Cosa vogliono le donne
Kim Addonizio
Lo voglio leggero e a buon mercato,
voglio che sia troppo stretto, lo voglio portare finché qualcuno non me lo strappi di dosso.
Lo voglio sbracciato e scollato,
quel vestito, così nessuno dovrà immaginarsi cosa c’è sotto. Voglio andarci per strada
passare davanti al discount e alla ferramenta con tutte quelle chiavi che brillano in vetrina, davanti al caffè dei signori Wang coi bomboloni del giorno prima, davanti ai fratelli Guerra
che buttano i maiali dal camion sul muletto, issandosi in spalla quei lucidi grugni.
Voglio andare in giro come fossi l’unica
donna al mondo a caccia di una preda.
Lo voglio davvero quel vestito.
Lo voglio per confermare
i tuoi peggiori sospetti su di me,
per farti vedere quanto poco ci tengo a te
o par farti vedere tutto, tranne quello
che voglio. Appena lo trovo, lo tiro giù
dalla gruccia perché cerco un corpo
che mi porti nel mondo, in mezzo
alle urla del parto e a quelle dell’amore,
e lo indosserò come ossa, come pelle,
sarà lo stramaledetto
vestito dentro cui mi seppelliranno.
Cosa vogliono le donne
Kim Addonizio
martedì 17 luglio 2012
Pochi giorni di vita.
Un uomo anziano con una veste grigia e un cappello bianco lavorato a maglia. Non era certo la persona che mi aspettavo di trovare mercoledì mattina all’Educational bookshop di via Salah al Din a Gerusalemme Est. Di solito alle casse ci sono dei ragazzi – tutti fratelli – che chiacchierano sempre con i clienti. Scopro che l’uomo è lo zio dei ragazzi. Lavora nella libreria tutti i giorni la mattina presto, in attesa che arrivino i quotidiani in arabo, ebraico e inglese.
A un certo punto mi è scappato un sospiro. Mi attendeva una giornata lunga e impegnativa, e continuavo a pensare all’articolo che avrei dovuto scrivere sugli abusi dei coloni. L’uomo mi ha guardata con aria paterna: “Perché sospiri? Hai un terzo dei miei anni”. La gentilezza tipica dei palestinesi, condita da una bugia lusinghiera. Non ho avuto il tempo di contraddire la sua affermazione. “Lascia che ti racconti una storia”, ha detto. “Un uomo visita una città straniera. Va al museo, poi al palazzo e nella città vecchia. Infine entra in un giardino costellato di pietre. Un cimitero.
Cammina tra le tombe. ‘Ha vissuto sette giorni’, legge su una lapide. ‘Ha vissuto 36 giorni’, recita un’altra. L’uomo si accorge che le lapidi sono tutte simili (‘otto giorni’, ‘undici mesi’) ed esclama ad alta voce: ‘Dev’essere un cimitero per bambini’. Una donna interviene e lo corregge: ‘No. Sono tutti morti in età adulta. Sulla lapide c’è scritto il numero di giorni che hanno vissuto veramente, quelli in cui si sono goduti la vita’”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale, numero 957, 13 luglio 2012
A un certo punto mi è scappato un sospiro. Mi attendeva una giornata lunga e impegnativa, e continuavo a pensare all’articolo che avrei dovuto scrivere sugli abusi dei coloni. L’uomo mi ha guardata con aria paterna: “Perché sospiri? Hai un terzo dei miei anni”. La gentilezza tipica dei palestinesi, condita da una bugia lusinghiera. Non ho avuto il tempo di contraddire la sua affermazione. “Lascia che ti racconti una storia”, ha detto. “Un uomo visita una città straniera. Va al museo, poi al palazzo e nella città vecchia. Infine entra in un giardino costellato di pietre. Un cimitero.
Cammina tra le tombe. ‘Ha vissuto sette giorni’, legge su una lapide. ‘Ha vissuto 36 giorni’, recita un’altra. L’uomo si accorge che le lapidi sono tutte simili (‘otto giorni’, ‘undici mesi’) ed esclama ad alta voce: ‘Dev’essere un cimitero per bambini’. Una donna interviene e lo corregge: ‘No. Sono tutti morti in età adulta. Sulla lapide c’è scritto il numero di giorni che hanno vissuto veramente, quelli in cui si sono goduti la vita’”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale, numero 957, 13 luglio 2012
giovedì 28 giugno 2012
domenica 27 maggio 2012
Un pranzo tra amiche.
Deve essere un sacco che circola tra web e social ma quando l'ho letto ho pensato a noi mie care amiche.
"Un gruppo di amiche quarantenni pensa a dove incontrarsi per il pranzo decennale.
Infine viene concordato di andare all’Ocean View Restaurant, perché i camerieri sono belli.
Dieci anni dopo, all' età di 50 anni, ancora una volta le amiche vagliano dove incontrarsi per il pranzo.
Infine concordano che si vedranno al ristorante Ocean View perché il cibo e’ buono e la selezione dei vini eccellente.
Dieci anni dopo, all'età di 60 anni, le amiche nuovamente esaminano dove riunirsi per il pranzo e alla fine concordano per il ristorante Ocean View, perché e’ un posto tranquillo con una bellissima vista sul mare.
Dieci anni dopo, all'età di 70 anni, le amiche discutono su dove fare il loro pranzetto decennale e la scelta cade sull’Ocean View perché il ristorante è accessibile ai disabili e ha l’ascensore.
Dieci anni dopo, all'età di 80 anni, le amiche devono scegliere dove incontrarsi per il pranzo. Infine decidono all'unanimità di trovarsi all’Ocean View Restaurant, perché non ci sono mai state prima."
lunedì 20 febbraio 2012
domenica 19 febbraio 2012
prove di running.
Non saprei ricordare dove il tutto abbia avuto inizio, risale certo a mesi fa e i provvedimenti erano già nell'aria ma quando ieri ha giocato la prima partita di ritorno la situazione è precipitata. Mi ero ripromessa di non lasciarmi coinvolgere troppo così sono stata seduta compita e silenziosa davanti le sue gesta in campo. All'uscita però due parole gliele ho dette seppur col cuore sanguinante ma certa che anche questo faccia di me un genitore attento, capace non saprei ma attento sì.
- Hulko se vuoi continuare a giocare a basket devi essere il migliore in qualcosa. O salti o corri o fai i canestri, altrimenti la squadra farà a meno di te.
- Ma..ma mamma.
Il tono lamentoso, distrutto dal tradimento materno.
- I bambini della tua età sono dei grilli, tu sembri piuttosto un ippopotamo.
- ...aranta.
- Cos'hai detto?
- Gli ippopotami fanno anche 40 km/h.
Stamattina dopo un interminabile giro di messaggi e telefonate per accordarsi su quale fosse l'abbigliamento adatto per fare running in questa stagione che fosse anche conforme agli ultimi dettami della moda, escludendo il k-way fucsia che non si intonava con l'umore di nessuno, ci siamo incontrati con LaZia.
La formazione è andata presto delineandosi e così è rimasta per 3/4 del tempo. Io in testa, LaZia seconda e in chiusura Hulko. Non si pensi però che l'ordine equivalesse al grado atletico quanto piuttosto al grado di concentrazione. La sottoscritta fissa alla meta, LaZia concentrata nell'atto di concentrarsi affinché non perdesse la concentrazione, frutto di tanti anni di esercizio, ultimo Hulko che un po' per l'età, un po' per la naturale inclinazione alla scoperta e un po' per pigrizia aveva sempre qualcosa che lo distraeva e distoglieva dal percorso principale, non ultima una nutria morta rimasta intrappolata nel ghiaccio.
Intravedo un certo margine di miglioramento tanto nel programma quanto nei risultati.
lunedì 7 novembre 2011
venerdì 14 ottobre 2011
A cena da Mammyx.
Posate in ordine sparso. 1,8 kg di gelato. 2 vassoi di ravioli spaiati, 1 ai funghi e l'altro di magro. 4,5 lt di bibite calde. Diverse teorie interessanti sul significato della parola fidanzato al giorno d'oggi. Riflessione profonda de LaZia su quanto poco passato sia il passato. Carrellata d'obbligo sugli acciacchi dell'età. Dolce matematico, "Dati i soli ingredienti base: panna montata, 3 gusti di gelato, bananito, granella di mandorla, gocce di cioccolato fondente e sciroppo, tu cosa mangeresti?". Imperativo della serata gomiti rigorosamente sul tavolo.
mercoledì 12 ottobre 2011
Ho rubato un altro post a un'altra mamma!
Dolce, salato o bollicine: il negozio dove ogni donna è una storia.
Ci passo spesso, davanti a questo negozio, da quando abito qui. È piccolino, ad una sola luce, e da fuori non si vede bene l’interno. Ha una vetrina, piccolina anche lei, che è una specie di vetrina delle meraviglie. Solo che per anni, passandoci davanti, io in quella vetrina ci ho sbirciato e basta, quasi mi vergognavo di fermarmici davanti. È un negozio di lingerie. Ma non pensate a cose come Intimissimi o Tezenis, niente a che vedere, anni luce di distanza, come paragonare un negozio di design con una ferramenta. Quella vetrina, per esempio. Ci sono i sogni di ogni donna (con gli ormoni a posto) che ha voglia di sentirsi femmina, ogni tanto. Mesi fa, durante un periodo un po’ difficile, è successo, tra le altre cose, che aprendo il mio cassetto della biancheria mi è venuto da pensare che sembrava quello di una clarissa, e ho deciso che era giunto il momento di fermarmi davanti a quella vetrina. (Ovviamente, c’è sempre un motivo preciso per cui una donna decide di fermarsi davanti a una vetrina di lingerie – o anche di scarpe, il tema è lo stesso. Il mio, ovviamente, non lo racconterò qui).
Ci sono passata davanti e mi sono incantata a guardare una guepière. Sono arrossita e me la sono squagliata. La seconda volta ho pensato che magari socializzando la cosa potevo farcela, e ho mostrato la guepière a Emanuela, che, non essendo scema come me, ha espresso tutti i suoi pensieri al riguardo e mi ha costretto ad indugiare davanti alla vetrina. Il ghiaccio era rotto.
La terza volta nel negozio ci sono entrata. La proprietaria, Annamaria, stava servendo una cliente, una signora di una certa età, e lo faceva in un modo che raramente ho visto in giro. Le stava raccontando una storia, la sua storia – quella della cliente. E quando si è resa conto della mia presenza si è interrotta. Quella storia, però, non doveva essere molto interessante, perché Annamaria mi ha guardato e ha affrettato i tempi, chiedendomi genericamente che cosa stessi cercando. Io ero piuttosto guardinga. Oltre al negozio strapieno di cose e ammobiliato in modo che definire particolare non descrive niente, mi aveva colpito e terrorizzato il camerino di prova, davanti al quale una tenda rosa molto leziosa rimaneva un po’ aperta da una parte. “E io dovrei spogliarmi lì dentro, praticamente sotto gli occhi della sciura? Fossi matta”. Ma il treno era partito, e non potevo certo fermarlo adesso.
Ho fatto una richiesta molto tranquilla (no, non la guepière) e la signora Annamaria ha iniziato a tirar fuori cose, chiedendomi giusto due o tre dettagli. Senza fretta, il piccolo banco si è riempito di meraviglie che andavano bel al di là di quello che avevo chiesto io. La cliente di una certa età nel frattempo aveva fatto la sua scelta ed era uscita dal camerino. Lasciandolo a me.
All’inizio cercavo di mettermi in modo da non farmi vedere da fuori, ma a un certo punto sento la voce di Annamaria che mi fa: “Allora, come va? Si giri, che la guardo io”. Ah, ecco a cosa serve la tenda aperta da una parte. Scema che sono. “Abbia un attimo di pazienza”, mi fa, e congeda la cliente che era dentro prima di me. Poi si affaccia nel camerino.
“L’ho capito, sa, che lei mi ha chiesto una cosa e ne voleva un’altra. Chi entra e cerca le cose che le ho dato da provare ha un motivo. E il suo deve essere…”. E mi ha raccontato una storia, la mia, quella che mi aveva portato lì dentro. Trascurando solo qualche dettaglio che proprio non poteva conoscere.
“Che non le venga in mente di indossare questo in un modo diverso da…” – ed ecco che Annamaria mi descrive il mondo del capetto che ho addosso in quel momento: la situazione, l’atmosfera, la musica, il prima, durante e dopo, il perché. E allora io nello specchio vedevo una storia, non un capetto. Questo per ognuno dei capetti.
La mia prima visita al negozio di Annamaria è durata un’ora e un quarto. Durante la quale ho provato molti capetti, ho fatto molte parole, ho imparato molte cose, ho capito che ciascuno degli oggetti di quel negozio è una storia, e che anche ogni donna in quel negozio è una storia: il ruolo della signora Annamaria è far incontrare le storie dei capi che vende con quelle delle donne che li indosseranno. Tutte queste donne, intanto che sono lì dentro, si sentono bellissime. Io mi sono sentita bellissima. E questo non ha prezzo. Il completino che mi sono portata a casa, invece, un prezzo ce l’aveva, e anche bello salato. Come un paio di sedute di analisi.
Ho raccontato questa storia ad alcune amiche, che si sono prenotate per una visita guidata dalla signora Annamaria. Stamattina ci sono tornata, nel negozio delle meraviglie, per comprare un costume (in saldo, eh). Giacché c’ero però ho incontrato una storia in forma di completino, e me la sono presa (stavolta però non ho speso come l’altra volta. C’è da dire che la storia di oggi era assai meno pesa di quella di qualche mese fa). E ho detto alla signora che avrei scritto un post su di lei e sul suo negozio, e anche che prima o poi le porterò le mie amiche. “Mi faccia sapere quando venite, e mi dica anche qualcosa di loro, che vi organizzo una cosa su misura. E mi dica l’ora, mi raccomando, così decido se farvi trovare dolce, salato o bollicine”.
Bene, adesso lo sapete. Le prenotazioni sono aperte.
Per info: il negozio Intimo Annamaria si trova in via Crema 8, zona Porta Romana, a Milano. Lo riconoscete dalla vetrina. (Mi corre l’obbligo di specificare che non sono pagata dalla signora Annamaria, anzi, le faccio delle belle strisciate. Ma è così bello stare lì che non posso tenermelo per me).
mammaincorriera.blogspot.com
Da questo post è nata un'idea e un altro blog... ma questa è un'altra storia...
Io non ho resistito. Sono andata a curiosare...
http://www.lettigemelli.it/
Ci passo spesso, davanti a questo negozio, da quando abito qui. È piccolino, ad una sola luce, e da fuori non si vede bene l’interno. Ha una vetrina, piccolina anche lei, che è una specie di vetrina delle meraviglie. Solo che per anni, passandoci davanti, io in quella vetrina ci ho sbirciato e basta, quasi mi vergognavo di fermarmici davanti. È un negozio di lingerie. Ma non pensate a cose come Intimissimi o Tezenis, niente a che vedere, anni luce di distanza, come paragonare un negozio di design con una ferramenta. Quella vetrina, per esempio. Ci sono i sogni di ogni donna (con gli ormoni a posto) che ha voglia di sentirsi femmina, ogni tanto. Mesi fa, durante un periodo un po’ difficile, è successo, tra le altre cose, che aprendo il mio cassetto della biancheria mi è venuto da pensare che sembrava quello di una clarissa, e ho deciso che era giunto il momento di fermarmi davanti a quella vetrina. (Ovviamente, c’è sempre un motivo preciso per cui una donna decide di fermarsi davanti a una vetrina di lingerie – o anche di scarpe, il tema è lo stesso. Il mio, ovviamente, non lo racconterò qui).
Ci sono passata davanti e mi sono incantata a guardare una guepière. Sono arrossita e me la sono squagliata. La seconda volta ho pensato che magari socializzando la cosa potevo farcela, e ho mostrato la guepière a Emanuela, che, non essendo scema come me, ha espresso tutti i suoi pensieri al riguardo e mi ha costretto ad indugiare davanti alla vetrina. Il ghiaccio era rotto.
La terza volta nel negozio ci sono entrata. La proprietaria, Annamaria, stava servendo una cliente, una signora di una certa età, e lo faceva in un modo che raramente ho visto in giro. Le stava raccontando una storia, la sua storia – quella della cliente. E quando si è resa conto della mia presenza si è interrotta. Quella storia, però, non doveva essere molto interessante, perché Annamaria mi ha guardato e ha affrettato i tempi, chiedendomi genericamente che cosa stessi cercando. Io ero piuttosto guardinga. Oltre al negozio strapieno di cose e ammobiliato in modo che definire particolare non descrive niente, mi aveva colpito e terrorizzato il camerino di prova, davanti al quale una tenda rosa molto leziosa rimaneva un po’ aperta da una parte. “E io dovrei spogliarmi lì dentro, praticamente sotto gli occhi della sciura? Fossi matta”. Ma il treno era partito, e non potevo certo fermarlo adesso.
Ho fatto una richiesta molto tranquilla (no, non la guepière) e la signora Annamaria ha iniziato a tirar fuori cose, chiedendomi giusto due o tre dettagli. Senza fretta, il piccolo banco si è riempito di meraviglie che andavano bel al di là di quello che avevo chiesto io. La cliente di una certa età nel frattempo aveva fatto la sua scelta ed era uscita dal camerino. Lasciandolo a me.
All’inizio cercavo di mettermi in modo da non farmi vedere da fuori, ma a un certo punto sento la voce di Annamaria che mi fa: “Allora, come va? Si giri, che la guardo io”. Ah, ecco a cosa serve la tenda aperta da una parte. Scema che sono. “Abbia un attimo di pazienza”, mi fa, e congeda la cliente che era dentro prima di me. Poi si affaccia nel camerino.
“L’ho capito, sa, che lei mi ha chiesto una cosa e ne voleva un’altra. Chi entra e cerca le cose che le ho dato da provare ha un motivo. E il suo deve essere…”. E mi ha raccontato una storia, la mia, quella che mi aveva portato lì dentro. Trascurando solo qualche dettaglio che proprio non poteva conoscere.
“Che non le venga in mente di indossare questo in un modo diverso da…” – ed ecco che Annamaria mi descrive il mondo del capetto che ho addosso in quel momento: la situazione, l’atmosfera, la musica, il prima, durante e dopo, il perché. E allora io nello specchio vedevo una storia, non un capetto. Questo per ognuno dei capetti.
La mia prima visita al negozio di Annamaria è durata un’ora e un quarto. Durante la quale ho provato molti capetti, ho fatto molte parole, ho imparato molte cose, ho capito che ciascuno degli oggetti di quel negozio è una storia, e che anche ogni donna in quel negozio è una storia: il ruolo della signora Annamaria è far incontrare le storie dei capi che vende con quelle delle donne che li indosseranno. Tutte queste donne, intanto che sono lì dentro, si sentono bellissime. Io mi sono sentita bellissima. E questo non ha prezzo. Il completino che mi sono portata a casa, invece, un prezzo ce l’aveva, e anche bello salato. Come un paio di sedute di analisi.
Ho raccontato questa storia ad alcune amiche, che si sono prenotate per una visita guidata dalla signora Annamaria. Stamattina ci sono tornata, nel negozio delle meraviglie, per comprare un costume (in saldo, eh). Giacché c’ero però ho incontrato una storia in forma di completino, e me la sono presa (stavolta però non ho speso come l’altra volta. C’è da dire che la storia di oggi era assai meno pesa di quella di qualche mese fa). E ho detto alla signora che avrei scritto un post su di lei e sul suo negozio, e anche che prima o poi le porterò le mie amiche. “Mi faccia sapere quando venite, e mi dica anche qualcosa di loro, che vi organizzo una cosa su misura. E mi dica l’ora, mi raccomando, così decido se farvi trovare dolce, salato o bollicine”.
Bene, adesso lo sapete. Le prenotazioni sono aperte.
Per info: il negozio Intimo Annamaria si trova in via Crema 8, zona Porta Romana, a Milano. Lo riconoscete dalla vetrina. (Mi corre l’obbligo di specificare che non sono pagata dalla signora Annamaria, anzi, le faccio delle belle strisciate. Ma è così bello stare lì che non posso tenermelo per me).
mammaincorriera.blogspot.com
Da questo post è nata un'idea e un altro blog... ma questa è un'altra storia...
Io non ho resistito. Sono andata a curiosare...
http://www.lettigemelli.it/
venerdì 7 ottobre 2011
ho rubato un post a una mamma.
Stamattina, prima ancora del caffè, mi sono trovata a dover spiegare a mio figlio chi era Steve Jobs.
Ho aperto il computer mi è sfuggita un’esclamazione e lui si è subito incuriosito.
Così mi sono sforzata di rendere comprensibile a un bambino di quattro anni e mezzo perché il volto di quell’uomo era su tutte le pagine web.
Gli ho detto che se quando andiamo in giro lui appoggia sicuro la mano su qualsiasi schermo incontri aspettandosi una reazione, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che quando in treno possiamo portarci l’opera omnia di Geronimo Stilton tutta compressa nell’iPod, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che se tante volte posso restare ai giardini con lui perché mi basta l’iPad per fare quello che devo, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che quando ci divertiamo facendo le foto e trasformandole nei modi più buffi, dal monocromo ai fumetti, un po’ è merito di Steve Jobs.
Gli ho detto che quando sarà più grande, gli farò vedere un video in cui quel signore spiega come si debba sempre credere ai propri sogni e mantenersi hungry e foolish.
Lui mi ha guardato e mi ha detto “Beh, quel signore aveva proprio dei bei sogni”, commento che mi ha proprio soddisfatto.
Poi, mentre stava allontanandosi, si è girato e mi ha chiesto: “Mica che adesso dobbiamo ridargli l’iPad, vero?”
Poi, mentre stava allontanandosi, si è girato e mi ha chiesto: “Mica che adesso dobbiamo ridargli l’iPad, vero?”
Ciao Steve e grazie per questo futuro che hai messo nelle mani di mio figlio.
giovedì 29 settembre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
un post, anzi meno di metà.
Mi "offro spontaneamente" per l'intervista... :-/
Eccomi con la mia lista delle 'fatte' e/o 'provate' dopo i 40 anni:
- mi sono innamorata
- ho imparato ad andare sott'acqua in apnea (più o meno)
- sono salita sul music express del luna park e sopravvissuta
- ...
In realtà, effettivamente, pensavo di averne molte di più, di arrivare tranquillamente a 10 e quindi dimostrare alla mia sorellina (in arte mammYX) che i 40 anni non sono poi così male. Mi ricredo? No i 30 sono stati i 30. Ed effettivamente, ad ora, per me sono stati anni meravigliosi, ma sono stati ben dieci anni.
Diamo quindi a questi 40 (me ne mancano ancora quasi nove) la possibilità di diventare anche loro eccezionali. In fondo (prendo spunto dagli altri intervistati):
- vivere da sola fatto
- comprarmi il Defender manca (ma poi soprattutto che cos'è?)
- andare in Polinesia manca
- provare concretamente a George Clooney che non è gay non interessante
- andare in bicicletta senza mani fatto (caduta)
- lanciarmi col paracadute fatto (caduta) ;-D LOL ho fatto la battuta!
- prendere la patente per la moto non interessante
- imparare a sciare fatto (provato)
- mollare i freni inibitori fatto
- ballare il tango argentino manca
- imparare a rollarmi una canna fatto
- sposare Simon Le Bon fatto (era per vedere se eravate attenti)
- avere un bambino manca
- vivere un giorno di completa atarassia non interessante (ho googlelato)
- riprovare l'innamoramento/l'entusiasmo dei 20 anni impossibile
- cambiare lavoro fatto (diverse volte)
- arrampicarsi sugli alberi ancora una volta manca
- correre i 10 km e sentire di avercene per altri 10 per me impossibile
- fare il viaggio della vita manca (perchè sarà sempre il prossimo che farò)
- diventare grande, come ha detto la mia amica, "dubito che accadrà mai". "Per fortuna", aggiungo io. per me impossibile
to be continued...
anche perché qui c'è ancora un sacco da fare per fortuna!
Molto probabilmente nella vita alcune esperienze non le proverò mai, magari emozioni anche molto uniche e speciali, come diventare mamma. Ma questa è la mia vita. Questa sono io.
NB comunque "lanciarsi con il paracadute" va per la maggiore, fa un sacco fico, ed è già tra i miei "fatto"!
sabato 3 settembre 2011
Consigli per il nuovo anno scolastico
Consigli per il nuovo anno scolastico
Estate. Anzi, fine estate. Pochi giorni e torniamo tutti sui banchi di
scuola, chi da una parte, chi dall'altra. Ed allora ecco una piccola
lista di suggerimenti per chi insegna, senza pretese o altro; sono
solo tecniche sperimentate sul campo per migliorare il dialogo
educativo.
1. Al rientro delle vacanze per prima cosa controllare i compiti delle
vacanze, inventandosene di non dati, facendo una scenata furiosa a
tutta la classe per la loro negligenza nel non averli fatti (per
forza, sono inventati li per li) e sottolineando il fatto che si parte
con il piede sbagliato. Distribuire due a caso o in ordine di
antipatia.
2. All'ingresso in classe entrare sbattendo la porta e buttando la
borsa sulla cattedra (mai il viceversa), anche se siete di ottimo
umore. Passare poi i primi cinque minuti scuotendo la testa con fare
disperato e guardando un punto all'infinito. Poi fare come se nulla
fosse.
3. Mantenere un certo livello di apprensione entrando in classe e
dichiarando "oggi spiego". Aspettare circa 10 secondi, il tempo per i
sospiri di sollievo, e poi chiedere se ci sono volontari per
l'interrogazione, scorrendo nel contempo lo sguardo sul registro come
alla ricerca di qualcuno da interrogare. Non dare tempo di realizzare
(questo e' un punto focale) e far disporre i banchi come per una
verifica scritta. Passati altri 10 secondi e consolidato il panico nei
loro volti, iniziare a spiegare come annunciato all'inizio. Ripetere
piu' volte al giorno, se necessario.
4. Entrare in classe con aria tetra e senza dir nulla tirare fuori un
libro in pessime condizioni e declamare con voce stentorea una poesia
dal libro in questione. Deve essere qualcosa di veramente triste e
melanconico, tipo una qualsiasi poesia sulla morte o sul vuoto o sulla
cecita' di Borges (per esempio Elogio dell'ombra). Aspettare circa 10
secondi che il suono della voce si smorzi e le facce dei ragazzi siano
raggelate in uno sguardo di disagio e tristezza e poi iniziare a
ridacchiare in modo scomposto (alla Spongebob per intendersi)
esclamando "che cagata!"
5. Fischiettare motivetti allegri durante qualsiasi operazione
didattica che susciti apprensione (test, verifiche, interrogazioni).
Se a disposizione un bastone (va bene anche un ombrello) rotearlo in
modo plateale o farlo stare in bilico sulla punta del piede, sempre in
suddetti momenti di apprensione.
6. Durante le verifiche scritte passeggiare amabilmente tra i banchi,
sbirciare da sopra le spalle e ridacchiare sommessamente. Allo sguardo
interrogativo e giustamente preoccupato dell'allievo o dell'allieva
rispondere con un'alzata di spalle ed una frase del tipo "no no, non
dico nulla, se sei sicuro vai pure avanti per quella strada". Sempre
soffocando una risatina, possibilmente. Ovviamente il tutto senza aver
minimamente letto una riga della verifica dello studente.
7. Per i prof di matematica utilizzare spesso la dimostrazione per
intimidazione esordendo con "e' banale dimostrare che .. ". Con questa
semplice frase e' possibile sdoganare le piu' incredibili panzane
matematiche senza che nessuno si azzardi a contraddirvi. Provare anche
con affermazioni palesemente false ("E' banale dimostrare che ciascun
numero pari e' anche dispari"), inframmezzando di tanto in tanto anche
con affermazioni vere per non sminuire questo potente mezzo di
dimostrazione.
8. Fornire i voti utilizzando una simbologia totalmente inventata.
Tipo "esperia" per il 9, "cagotto" per il 3 e cosi' via.
9. Di tanto in tanto passare dall'italiano all'alfabeto farfallino,
specialmente se in una fase delicata della lezione.
10. Avvertire gli studenti che il giorno dopo ci saranno
interrogazioni usando, come criterio, una sequenza dal nome evocativo,
ma totalmente inventato. Tipo "Ragazzi, preparatevi che domani
interrogo. Seguiro' la sequenza di Pasher per decidere chi
interrogare. Buona giornata"
11. Per i prof. di matematica, terminare ogni dimostrazione alla
lavagna con un suono onomatopeico, tipo "tada'".
12. Sempre per i prof di matematica effettuare alcune dimostrazioni, a
caso, dal basso verso l'alto e da destra verso sinistra. Alle domande
perplesse rispondere che si sta usando la notazione inversa ungherese
e che chi non sa cosa sia sarebbe il caso che lo scoprisse.
13. Almeno una volta a quadrimestre entrare dalla finestra anziche'
dalla porta, specie se si sta al secondo o terzo piano.
14. Ad inizio anno tirare a sorte i cognomi e riassegnarli
casualmente. Segnarsi la nuova assegnazione dei cognomi che poi se no
e' un casino.
15 Se possibile cambiare il proprio appellativo una volta a settimana,
comunicandolo di lunedi. "Bene ragazzi, questa settimana per voi saro'
Mr.Xerox". Infliggere esemplari punizioni a chi usa appellativi non
conformi a quello da voi comunicato.
16. Far scrivere sul libretto personale scempiaggini di ogni tipo, in
modo che a casa non si capisca piu' cosa sia vero o cosa sia falso.
Cose tipo "Lo studente e' pregato di presentarsi martedi mattina in
tenuta antisommossa".
17. Sostituire, dove presente, la foto del Presidente della Repubblica
con quella di Homer Simpson e poi dare la colpa ai ragazzi piantando
un casino.
18. Pretendere che i ragazzi si alzino in piedi ad un vostro gesto
prestabilito (possibilmente cambiato di settimana in settimana, vedi
punto 15). Chi, all'esecuzione del gesto, non si alza in piedi,
ricevera' una nota. Usare gesti poco percepibili, tipo tre colpi di
tosse in sequenza, una dilatazione asimmetrica delle narici,
pronunciare la parola "seduti" (quest'ultima e' terribile).
il prof bicromatico
Estate. Anzi, fine estate. Pochi giorni e torniamo tutti sui banchi di
scuola, chi da una parte, chi dall'altra. Ed allora ecco una piccola
lista di suggerimenti per chi insegna, senza pretese o altro; sono
solo tecniche sperimentate sul campo per migliorare il dialogo
educativo.
1. Al rientro delle vacanze per prima cosa controllare i compiti delle
vacanze, inventandosene di non dati, facendo una scenata furiosa a
tutta la classe per la loro negligenza nel non averli fatti (per
forza, sono inventati li per li) e sottolineando il fatto che si parte
con il piede sbagliato. Distribuire due a caso o in ordine di
antipatia.
2. All'ingresso in classe entrare sbattendo la porta e buttando la
borsa sulla cattedra (mai il viceversa), anche se siete di ottimo
umore. Passare poi i primi cinque minuti scuotendo la testa con fare
disperato e guardando un punto all'infinito. Poi fare come se nulla
fosse.
3. Mantenere un certo livello di apprensione entrando in classe e
dichiarando "oggi spiego". Aspettare circa 10 secondi, il tempo per i
sospiri di sollievo, e poi chiedere se ci sono volontari per
l'interrogazione, scorrendo nel contempo lo sguardo sul registro come
alla ricerca di qualcuno da interrogare. Non dare tempo di realizzare
(questo e' un punto focale) e far disporre i banchi come per una
verifica scritta. Passati altri 10 secondi e consolidato il panico nei
loro volti, iniziare a spiegare come annunciato all'inizio. Ripetere
piu' volte al giorno, se necessario.
4. Entrare in classe con aria tetra e senza dir nulla tirare fuori un
libro in pessime condizioni e declamare con voce stentorea una poesia
dal libro in questione. Deve essere qualcosa di veramente triste e
melanconico, tipo una qualsiasi poesia sulla morte o sul vuoto o sulla
cecita' di Borges (per esempio Elogio dell'ombra). Aspettare circa 10
secondi che il suono della voce si smorzi e le facce dei ragazzi siano
raggelate in uno sguardo di disagio e tristezza e poi iniziare a
ridacchiare in modo scomposto (alla Spongebob per intendersi)
esclamando "che cagata!"
5. Fischiettare motivetti allegri durante qualsiasi operazione
didattica che susciti apprensione (test, verifiche, interrogazioni).
Se a disposizione un bastone (va bene anche un ombrello) rotearlo in
modo plateale o farlo stare in bilico sulla punta del piede, sempre in
suddetti momenti di apprensione.
6. Durante le verifiche scritte passeggiare amabilmente tra i banchi,
sbirciare da sopra le spalle e ridacchiare sommessamente. Allo sguardo
interrogativo e giustamente preoccupato dell'allievo o dell'allieva
rispondere con un'alzata di spalle ed una frase del tipo "no no, non
dico nulla, se sei sicuro vai pure avanti per quella strada". Sempre
soffocando una risatina, possibilmente. Ovviamente il tutto senza aver
minimamente letto una riga della verifica dello studente.
7. Per i prof di matematica utilizzare spesso la dimostrazione per
intimidazione esordendo con "e' banale dimostrare che .. ". Con questa
semplice frase e' possibile sdoganare le piu' incredibili panzane
matematiche senza che nessuno si azzardi a contraddirvi. Provare anche
con affermazioni palesemente false ("E' banale dimostrare che ciascun
numero pari e' anche dispari"), inframmezzando di tanto in tanto anche
con affermazioni vere per non sminuire questo potente mezzo di
dimostrazione.
8. Fornire i voti utilizzando una simbologia totalmente inventata.
Tipo "esperia" per il 9, "cagotto" per il 3 e cosi' via.
9. Di tanto in tanto passare dall'italiano all'alfabeto farfallino,
specialmente se in una fase delicata della lezione.
10. Avvertire gli studenti che il giorno dopo ci saranno
interrogazioni usando, come criterio, una sequenza dal nome evocativo,
ma totalmente inventato. Tipo "Ragazzi, preparatevi che domani
interrogo. Seguiro' la sequenza di Pasher per decidere chi
interrogare. Buona giornata"
11. Per i prof. di matematica, terminare ogni dimostrazione alla
lavagna con un suono onomatopeico, tipo "tada'".
12. Sempre per i prof di matematica effettuare alcune dimostrazioni, a
caso, dal basso verso l'alto e da destra verso sinistra. Alle domande
perplesse rispondere che si sta usando la notazione inversa ungherese
e che chi non sa cosa sia sarebbe il caso che lo scoprisse.
13. Almeno una volta a quadrimestre entrare dalla finestra anziche'
dalla porta, specie se si sta al secondo o terzo piano.
14. Ad inizio anno tirare a sorte i cognomi e riassegnarli
casualmente. Segnarsi la nuova assegnazione dei cognomi che poi se no
e' un casino.
15 Se possibile cambiare il proprio appellativo una volta a settimana,
comunicandolo di lunedi. "Bene ragazzi, questa settimana per voi saro'
Mr.Xerox". Infliggere esemplari punizioni a chi usa appellativi non
conformi a quello da voi comunicato.
16. Far scrivere sul libretto personale scempiaggini di ogni tipo, in
modo che a casa non si capisca piu' cosa sia vero o cosa sia falso.
Cose tipo "Lo studente e' pregato di presentarsi martedi mattina in
tenuta antisommossa".
17. Sostituire, dove presente, la foto del Presidente della Repubblica
con quella di Homer Simpson e poi dare la colpa ai ragazzi piantando
un casino.
18. Pretendere che i ragazzi si alzino in piedi ad un vostro gesto
prestabilito (possibilmente cambiato di settimana in settimana, vedi
punto 15). Chi, all'esecuzione del gesto, non si alza in piedi,
ricevera' una nota. Usare gesti poco percepibili, tipo tre colpi di
tosse in sequenza, una dilatazione asimmetrica delle narici,
pronunciare la parola "seduti" (quest'ultima e' terribile).
il prof bicromatico
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