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lunedì 7 febbraio 2011
sabato 3 luglio 2010
ah ah ah!
Diego Armando, il re dei tamarri, irresistibile sogno di redenzione
Aspettando la Germania: perché tifo per Maradona, eroe dell’«inferno e ritorno»
di Daria Bignardi
«Besame, besame mucho, como si fuera esta noche la última vez»: difficile sottrarsi alle facili emozioni che regala la vittoria dell’Argentina, per quanto sgangherata. Fuorigioco o no, errori arbitrali o meno, rissa o non rissa, Diego c’è. E noi italiani, umiliati da una squadra del tutto coerente col nostro Paese, abbiamo bisogno di un nuovo sogno, almeno fino a sabato 3 luglio, quando l’Argentina di Diego Armando Maradona incontrerà la Germania di Joachim Löw. Agli ultimi Mondiali, la Germania ha battuto l’Argentina ai rigori: ora vedremo. Diego c’è: con il pizzetto bianco, gli orecchini di diamanti, impacchettato in un abito che lo fa assomigliare a John Travolta in Pulp Fiction nella scena dove finge di essere goffo e non saper ballare. Diego è il re dei tamarri, è un grande, irresistibile, ineguagliabile sogno di redenzione fatto uomo. Comunque vada sabato, fin qui è arrivato, nonostante tutto. Scrissi di lui in questa rubrica in tempi non sospetti – quando pochi credevano nelle chance da allenatore del più grande giocatore del mondo caduto in disgrazia e fischiato – preda di un’antica passione per i redenti, gli eccessivi, quelli che «all’inferno e ritorno», e chi più di Diego Armando, scusate? Non capendo un tubo di calcio, mi beo della sua estetica. Non resisto a frasi come «la decisione valida resta la prima, anche se è quella sbagliata», riferita al gol in fuorigioco dell’Argentina che Rosetti e Ayroldi non hanno annullato: questa è letteratura. Devo averlo già detto: in una delle prossime vite, dopo essere rinata romanziera, vorrei rinascere giornalista sportiva, per poter scrivere, e vivere, frasi come questa. Per non parlare di come saprei descrivere la rissa dietro la panchina del Messico a fine primo tempo: altro che il fair play degli Stati Uniti, questa sì che è gente che di calcio ne capisce. (Siccome peggio che spiegare una battuta c’è solo il rischio che qualcuno ti prenda sul serio su un argomento come questo, segnalo che scherzo). Uno studioso israeliano di cabala ha detto che i Mondiali li deciderà un numero 10, che sarebbe Lionel Messi: sarebbe troppo bello per noi giornalisti sportivi (mi ci metto anch’io, dai, fate finta per un momento che siamo già alla terza vita), mancano solo lui e un altro paio di vittorie al racconto della gloria dell’Argentina dell’ex numero dieci Diego. Tutte scemenze, ovvio, ma noi giornalisti sportivi non abbiamo remore, quando si tratta di farvi emozionare. Epilogo: dopo un po’ che mi esaltavo davanti alle prodezze di Diego (non mi sentirete mai chiamarlo El pibe de oro, io sono un giornalista sportivo raffinato: al massimo El Diego) in un baretto deserto, con la sola compagnia del gestore, quello mi fa: «Vede quello col vestito grigio a sinistra di Maradona, in panchina? Ecco, quello gli sta spiegando tutto quello che deve dire e fare».
barbablog, Daria Bignardi -Style.it-
Aspettando la Germania: perché tifo per Maradona, eroe dell’«inferno e ritorno»
di Daria Bignardi
«Besame, besame mucho, como si fuera esta noche la última vez»: difficile sottrarsi alle facili emozioni che regala la vittoria dell’Argentina, per quanto sgangherata. Fuorigioco o no, errori arbitrali o meno, rissa o non rissa, Diego c’è. E noi italiani, umiliati da una squadra del tutto coerente col nostro Paese, abbiamo bisogno di un nuovo sogno, almeno fino a sabato 3 luglio, quando l’Argentina di Diego Armando Maradona incontrerà la Germania di Joachim Löw. Agli ultimi Mondiali, la Germania ha battuto l’Argentina ai rigori: ora vedremo. Diego c’è: con il pizzetto bianco, gli orecchini di diamanti, impacchettato in un abito che lo fa assomigliare a John Travolta in Pulp Fiction nella scena dove finge di essere goffo e non saper ballare. Diego è il re dei tamarri, è un grande, irresistibile, ineguagliabile sogno di redenzione fatto uomo. Comunque vada sabato, fin qui è arrivato, nonostante tutto. Scrissi di lui in questa rubrica in tempi non sospetti – quando pochi credevano nelle chance da allenatore del più grande giocatore del mondo caduto in disgrazia e fischiato – preda di un’antica passione per i redenti, gli eccessivi, quelli che «all’inferno e ritorno», e chi più di Diego Armando, scusate? Non capendo un tubo di calcio, mi beo della sua estetica. Non resisto a frasi come «la decisione valida resta la prima, anche se è quella sbagliata», riferita al gol in fuorigioco dell’Argentina che Rosetti e Ayroldi non hanno annullato: questa è letteratura. Devo averlo già detto: in una delle prossime vite, dopo essere rinata romanziera, vorrei rinascere giornalista sportiva, per poter scrivere, e vivere, frasi come questa. Per non parlare di come saprei descrivere la rissa dietro la panchina del Messico a fine primo tempo: altro che il fair play degli Stati Uniti, questa sì che è gente che di calcio ne capisce. (Siccome peggio che spiegare una battuta c’è solo il rischio che qualcuno ti prenda sul serio su un argomento come questo, segnalo che scherzo). Uno studioso israeliano di cabala ha detto che i Mondiali li deciderà un numero 10, che sarebbe Lionel Messi: sarebbe troppo bello per noi giornalisti sportivi (mi ci metto anch’io, dai, fate finta per un momento che siamo già alla terza vita), mancano solo lui e un altro paio di vittorie al racconto della gloria dell’Argentina dell’ex numero dieci Diego. Tutte scemenze, ovvio, ma noi giornalisti sportivi non abbiamo remore, quando si tratta di farvi emozionare. Epilogo: dopo un po’ che mi esaltavo davanti alle prodezze di Diego (non mi sentirete mai chiamarlo El pibe de oro, io sono un giornalista sportivo raffinato: al massimo El Diego) in un baretto deserto, con la sola compagnia del gestore, quello mi fa: «Vede quello col vestito grigio a sinistra di Maradona, in panchina? Ecco, quello gli sta spiegando tutto quello che deve dire e fare».
barbablog, Daria Bignardi -Style.it-
martedì 26 gennaio 2010
lunedì 25 gennaio 2010
"Campioni si nasce. E io modestamente lo nacqui!"
E' stato convocato. Siamo stati convocati, in fondo io sono sempre la mamma. Da allora non ha più dormito. Per due sere l'ho accompagnato a letto salutandolo ma dopo poco me lo ritrovavo alle spalle. Ieri sera alla quarta volta che i suoi piedi nudi rifacevano la strada verso la camera mi ha confessato di essere preoccupato per la prima partita della sua vita. L'ho tranquillizzato, ho cercato di tranquillizzarlo, spiegandogli che è normale essere timorosi verso ciò che non si conosce ma che poi sarebbe stato fiero di se stesso una volta che lo avesse superato. Gli ho anche detto che gareggiare in squadra è ancora più gratificante perché ognuno mette a disposizione degli altri le proprie caratteristiche migliori per vincere insieme. Insomma gliel'ho raccontata un po' su ma facile che a far la differenza sia stata la stanchezza.
Ieri il grande giorno, non ne ha fatto alcun accenno per tutta la mattina, poi si è scrupolosamente preparato e aspettando suo padre mi ha chiesto serafico "Tu resti a casa a mettere a posto o mi vieni a vedere?" Non sarei mancata per nulla al mondo non c'era alcun bisogno di far leva sulla mia emotività. Ma non ero la prima con cui si era giocato la carta degli scrupoli di coscienza, nella rete ci erano già finiti LoZioexPiccolodiFamiglia e LaZia. Al primo aveva innocentemente chiesto la presenza invocando il fatto che avrebbe disputato la prima partita (e probabilmente anche l'ultima avremmo scoperto di lì a un'ora)e alla seconda credo addiritura si sia presentato in sogno con gli occhioni sgranati e il sorriso argentato (l'apparecchio). Ci siamo ritrovati in macchina, ognuno convinto di avere provveduto alla felicità più immediata degli altri, che altrimenti non sarebbero sopravvissuti alla situazione, LaZia devota all'alta tecnologia armeggiava con I-Phone, LoZioexecc.ecc. impostava un accattivante Garmin Rosa (dice in prestito!) ed io, l'antitesi del progresso, consultavo gli appunti trascritti su un foglietto.
In qualche modo siamo arrivati a destinazione poi in un attimo ci siamo lasciati risucchiare dal vortice di quella palestra di periferia dove due squadre di nanetti vocianti, festosi e colorati si allenavano a tirare al canestro.
Il fischio di lì a poco ha proclamato concluso il riscaldamento, si fanno le squadre, Hulko è ufficialmente chiamato in campo. Si allontana incerto e malfermo dalla panchina. Raggiunge gli altri tre e l'allenatrice. Si legge tutta la confusione nello sguardo e nei movimenti ancora più lenti del solito. E' il più alto ma non è minimamente consapevole di essere già in vantaggio. Lo piazzano a disputare la contesa. Si avvia al patibolo. Guadagna il cerchio centrale e si posiziona dando le spalle all'avversario. L'arbitro paziente lo fa girare. Batte la contesa ma è subito fallo. Qualcuno gli mette la palla in mano e lo fa arretrare di un passo per uscire dal campo e battere la rimessa. Sempre più smarrito si guarda attorno e decide di partire all'attacco senza battere (dev'essere la prima volta in quasi otto anni che prende l'iniziativa). L'arbitro recupera in qualche modo la palla e gli dice di ricordarsi, per la prossima volta, che le regole sono già state scritte da un po' e che di solito tengono buone quelle e si fa tutti alla stessa maniera, non dice proprio così' ma il significato è lo stesso.
Questo l'esordio e il resto non è stato da meno. Ad un certo punto nella ressa sotto canestro, si impossessa della palle, si gira, schiva un paio di mani avversarie ma già a quelle successive la consegna. Generoso come al solito, come la sua natura lo porta ad essere e in risposta allo sguardo attonito del suo compagno di squadra ha fatto spallucce come per dire 'La voleva'. Difficile anche assistere dagli spalti a tanto tenerissimo scempio. Voglio dire che adesso so come si sentono i tifosi più accaniti quando il loro idolo li tradisce, quando Baggio sbaglia il rigore, quando Materazzi perde la testa (o meglio l'ha persa Zidane o ancor meglio l'ha solo indirizzata male), quando insomma sei testimone oculare ma inerme dello sfacelo.
Ad una madre però si deve dare una speranza così mi viene da pensare che forse anche la mamma di Robertino le prime volte che l'ha visto giocare, col cuore in una stretta, abbia pensato fra sè 'Chissà se è lo sport giusto per lui?'
Ieri il grande giorno, non ne ha fatto alcun accenno per tutta la mattina, poi si è scrupolosamente preparato e aspettando suo padre mi ha chiesto serafico "Tu resti a casa a mettere a posto o mi vieni a vedere?" Non sarei mancata per nulla al mondo non c'era alcun bisogno di far leva sulla mia emotività. Ma non ero la prima con cui si era giocato la carta degli scrupoli di coscienza, nella rete ci erano già finiti LoZioexPiccolodiFamiglia e LaZia. Al primo aveva innocentemente chiesto la presenza invocando il fatto che avrebbe disputato la prima partita (e probabilmente anche l'ultima avremmo scoperto di lì a un'ora)e alla seconda credo addiritura si sia presentato in sogno con gli occhioni sgranati e il sorriso argentato (l'apparecchio). Ci siamo ritrovati in macchina, ognuno convinto di avere provveduto alla felicità più immediata degli altri, che altrimenti non sarebbero sopravvissuti alla situazione, LaZia devota all'alta tecnologia armeggiava con I-Phone, LoZioexecc.ecc. impostava un accattivante Garmin Rosa (dice in prestito!) ed io, l'antitesi del progresso, consultavo gli appunti trascritti su un foglietto.
In qualche modo siamo arrivati a destinazione poi in un attimo ci siamo lasciati risucchiare dal vortice di quella palestra di periferia dove due squadre di nanetti vocianti, festosi e colorati si allenavano a tirare al canestro.
Il fischio di lì a poco ha proclamato concluso il riscaldamento, si fanno le squadre, Hulko è ufficialmente chiamato in campo. Si allontana incerto e malfermo dalla panchina. Raggiunge gli altri tre e l'allenatrice. Si legge tutta la confusione nello sguardo e nei movimenti ancora più lenti del solito. E' il più alto ma non è minimamente consapevole di essere già in vantaggio. Lo piazzano a disputare la contesa. Si avvia al patibolo. Guadagna il cerchio centrale e si posiziona dando le spalle all'avversario. L'arbitro paziente lo fa girare. Batte la contesa ma è subito fallo. Qualcuno gli mette la palla in mano e lo fa arretrare di un passo per uscire dal campo e battere la rimessa. Sempre più smarrito si guarda attorno e decide di partire all'attacco senza battere (dev'essere la prima volta in quasi otto anni che prende l'iniziativa). L'arbitro recupera in qualche modo la palla e gli dice di ricordarsi, per la prossima volta, che le regole sono già state scritte da un po' e che di solito tengono buone quelle e si fa tutti alla stessa maniera, non dice proprio così' ma il significato è lo stesso.
Questo l'esordio e il resto non è stato da meno. Ad un certo punto nella ressa sotto canestro, si impossessa della palle, si gira, schiva un paio di mani avversarie ma già a quelle successive la consegna. Generoso come al solito, come la sua natura lo porta ad essere e in risposta allo sguardo attonito del suo compagno di squadra ha fatto spallucce come per dire 'La voleva'. Difficile anche assistere dagli spalti a tanto tenerissimo scempio. Voglio dire che adesso so come si sentono i tifosi più accaniti quando il loro idolo li tradisce, quando Baggio sbaglia il rigore, quando Materazzi perde la testa (o meglio l'ha persa Zidane o ancor meglio l'ha solo indirizzata male), quando insomma sei testimone oculare ma inerme dello sfacelo.
Ad una madre però si deve dare una speranza così mi viene da pensare che forse anche la mamma di Robertino le prime volte che l'ha visto giocare, col cuore in una stretta, abbia pensato fra sè 'Chissà se è lo sport giusto per lui?'
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domenica 13 settembre 2009
Moto a luogo?
Hulko in macchina mi racconta "...e poi ho corso fortissimo mamma ma a posto fermo".
"Uhm bravo hai corso sul posto"
"Sì mamma ho corso sul posto"
"Uhm bravo hai corso sul posto"
"Sì mamma ho corso sul posto"
mercoledì 10 giugno 2009
ad Azione corrisponde uguale Reazione, talvolta.
Ieri Hulko-scuolesente si è preso cura dei Nonni dalle otto alle venti ma per una buona causa sono andata infatti a dare il benvenuto alla nipotina-acquisita che mi attendeva nella nursery insieme ad altri rossicci e grinzosi esserini. La sera quando mi sono finalmente presentata al suo cospetto ero leggermente china sotto i sensi di colpa e così mossa da uno slancio senza pari gli ho promesso che questo pomeriggio dopo il lavoro saremmo andati in bici. Esco così dall'ufficio in modalità-fantozzi mi butto in macchina e con quella in coda nel traffico e lì restiamo per un venticinque minuti buoni. Totale chilometri percorsi 7, no comment. Raggiungo il parcheggio, mi fiondo fuori dall'auto, quindi in casa, quindi in bagno, quindi nel guardaroba, quindi di nuovo in strada, non senza essermi trascinata giù per le scale anche la bici di Hulko (ruote indiscutibilmente 24, c'è scritto!) privando la sala del miglior pezzo dell'arredo. Arrivo al parchetto ringrazio e libero NonnaSauro che ci si avvia verso casa ma la testa resta rivolta verso di noi perché ci giunga chiara la sua voce che elenca le cibarie-tentatrici-cattura-nipote-per-la-cena. Nel tempo in cui Hulko sale in sella, io rovisto nello zaino cercando non so cosa perché in effetti non-so-cosa io ci abbia messo uscendo di casa. Sento un rumore un po' stridulo mi giro e Hulko è spiaccicato per terra insieme alla bici. Abitassimo a Trieste potrei pensare alla bora ma qui da noi?! Parte una Lagna Indipendente cioè uno di quei pianti a prescindere, non c'è nulla che tu possa fare o dire per interromperlo, la stanchezza la fa da padrona e tu impotente ti offri di tornare a casa ma non va bene o di mettere una serie di cerotti che non sai dove andrai a prendere perché nello zaino-fuffa ci sono giusto le chiavi di casa e mezza naturale, per fortuna lui declina. Aspetti e lasci che il pianto-asciutto scemi da solo. Poco alla volta.
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